Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7123 del 13/03/2020

Cassazione civile sez. VI, 13/03/2020, (ud. 17/12/2019, dep. 13/03/2020), n.7123

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4022-2019 proposto da:

S.M., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANTONINO FICARRA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI SIRACUSA;

– intimato –

avverso il decreto n. R.G. 2200/2017 del TRIBUNALE di CALTANISSETTA,

depositato l’11/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 17/12/2019 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIA

IOFRIDA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Tribunale di Caltanissetta Sezione Specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con decreto n. 2621/2018, ha respinto la richiesta di protezione internazionale di S.M., cittadino del Pakistan, a seguito del provvedimento di diniego della protezione internazionale ad opera della competente Commissione territoriale, rilevando che la vicenda narrata dal richiedente (essere stato costretto a lasciare il Pakistan, per sfuggire ad attentati ed aggressioni, avendo egli denunciato gli strupratori di una giovane donna)- non risultava credibile, per genericità ed intrinseca contraddittorietà, sicchè non integrava i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione umanitaria e sussidiaria; in particolare, in relazione all’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la regione di provenienza del richiedente (il Punjab nel Pakistan) non era interessata secondo le diverse fonti consultate (Report EASO 2017) da una situazione di violenza generalizzata, mentre in relazione alla richiesta di protezione umanitaria non erano state dedotte ulteriori cause di vulnerabilità, rispetto a quelle già esaminate, e non era sufficiente il solo processo di integrazione avviato in Italia.

Avverso il suddetto decreto, S.M. propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che non svolge attività difensiva).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta, con i primi due motivi, la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 24 Cost., del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 7, dell’art. 6 CEDU, comma 3, lett. a), art. 14, comma 3, lett. a) recepito dalla L. n. 81 del 1977 del Patto internazionale relativo ai Diritti civili e Politici, dell’art. 132 c.p.c., deducendo che la decisione della Commissione territoriale non era stata tradotta nella parte motiva, in una lingua conosciuta dallo straniero, così come il decreto qui impugnato; con il terzo motivo, si lamenta poi la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 1364, 1365, 1369, 2697 e ss. c.c., degli artt. 115 e 116c.p.c., dell’art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 156 c.p.c., comma 2, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, in violazione degli artt. 13 e 6 CEDU e dell’art. 47 Carta dei diritti fondamentali dell’UE e dell’art. 46 Dir. n. 2013/32/Ce, avendo il Tribunale ritenuto non credibile il racconto del richiedente, senza cooperare nell’accertamento dei fatti rilevanti; infine con il quarto motivo, si denuncia ancora la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 1364, 1365, 1369, 2697 e ss. c.c., degli artt. 115 e 116c.p.c., dell’art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 156 c.p.c., comma 2, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, in violazione degli artt. 13 e 6 CEDU e dell’art. 47 Carta dei diritti fondamentali dell’UE e dell’art. 46 Dir. n. 2013/32/Ce, in relazione alla asserita mancata motivazione sulla ritenuta insussistenza di un danno grave ai fini della chiesta protezione sussidiaria ed alla mancata valutazione della situazione di violenza esistente in Pakistan.

2. La prime due censure sono inammissibili.

Questa Corte ha di recente precisato (Cass. 11295/2019; Cass. 11871/2014; Cass. 24453/2011) che “in tema di protezione internazionale, l’obbligo di tradurre gli atti del procedimento davanti alla commissione territoriale, nonchè quelli relativi alle fasi impugnatorie davanti all’autorità giudiziaria ordinaria, è previsto dal D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 10, commi 4 e 5, al fine di assicurare al richiedente la massima informazione e la più penetrante possibilità di allegazione. Ne consegue che la parte, ove censuri la decisione per l’omessa traduzione, non può genericamente lamentare la violazione del relativo obbligo, ma deve necessariamente indicare in modo specifico quale atto non tradotto abbia determinato un “vulnus” all’esercizio del diritto di difesa ed in particolare, qualora deduca la mancata comprensione delle allegazioni rese in interrogatorio, deve precisare quale reale versione sarebbe stata offerta e quale rilievo avrebbe avuto”.

Nel giudizio avente ad oggetto la richiesta di protezione internazionale e, quindi, non il provvedimento di diniego della Commissione territoriale, bensì la verifica della sussistenza del diritto alla protezione internazionale, la violazione degli obblighi di traduzione (al pari di quello di consegna di copia autentica) del provvedimento non rileva di per sè, bensì solo nella misura in cui abbia prodotto lesione all’esercizio del diritto di difesa del richiedente.

Nel caso di specie, il ricorrente non precisa nè se la questione fosse stata dedotta nel giudizio dinanzi al Tribunale (in relazione al provvedimento della Commissione territoriale impugnato in quella sede) nè se e in che misura la mancata traduzione integrale del provvedimento di cui sopra (e di quello del Tribunale) in una lingua conosciuta abbia determinato una violazione del suo diritto di difesa, tenuto conto che lo stesso si è regolarmente difeso in tutti i gradi del giudizio.

3. Il terzo ed il quarto motivo sono parimenti inammissibili, esaurendosi nella prospettazione di censure di merito avverso le puntuali motivazioni esposte nel provvedimento impugnato, laddove il Tribunale, da un lato, ha specificato le ragioni anche sulla base di dati tratti dalle indicate fonti di informazione – per le quali non ritiene sussistenti in Pakistan le condizioni estreme previste dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), e, dall’altro lato, ha chiarito – con valutazione di merito insindacabile in sede di verifica di legittimità – che la narrazione della vicenda personale espressa dal richiedente era inattendibile; la ritenuta inattendibilità delle circostanze evidenziate ai fini delle misure di protezione maggiori non può non rilevare anche ai fini della umanitaria.

In materia di protezione internazionale questa Corte ha da tempo chiarito che la valutazione in ordine alla credibilità soggettiva del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve stimare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, in forza della griglia valutativa di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c). L’apprezzamento, di fatto, risulta censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. 05/02/2019 n. 3340; in tema, cfr. anche Cass. 27503/2018).

In relazione poi alla mancata attivazione dell’obbligo di cooperazione istruttoria, il Tribunale ha ritenuto del tutto generico ed inattendibile il rischio allegato, sia ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato sia ai fini della protezione sussidiaria, valutato anche il contesto attuale del paese d’origine, il Pakistan.

Vero che nella materia in oggetto il giudice abbia il dovere di cooperare nell’accertamento dei fatti rilevanti, compiendo un’attività istruttoria ufficiosa, essendo necessario temperare l’asimmetria derivante dalla posizione delle parti (Cass. 13 dicembre 2016, n. 25534); ma il Tribunale ha attivato il potere di indagine nel senso indicato.

Vengono qui richiamati i principi di diritto sul tema già espressi da questa Corte (Cass. 27593/2018; Cass. 27503/2018; Cass.29358/2018; Cass. 17069/2018; Cass. 29358/2018).

In ogni caso, la censura attinente alla mancata attivazione dei poteri officiosi del giudice investito della domanda di protezione risulta essere assolutamente generica e, per conseguenza, priva di decisività: il ricorrente manca di indicare quali siano le informazioni che, in concreto, avrebbero potuto determinare l’accoglimento del proprio ricorso, (limitandosi a fare una generica indicazione a risultanze dei Rapporti di Osservatori Internazionali. Nella specie, il Tribunale ha comunque fatto riferimento ad informative assunte sulla situazione sociopolitica del Pakistan ed il ricorrente non dice che si trattava di informazioni non aggiornate e superate.

4. Per tutto quanto sopra esposto, va dichiarato inammissibile il ricorso. Non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali, non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 17 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 13 marzo 2020

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