Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7115 del 20/03/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 20/03/2017, (ud. 02/12/2016, dep.20/03/2017),  n. 7115

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16705-2014 proposto da:

P.B. C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR

presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato MARIO MARINO, giusta delega in

atti;

– ricorrente –

contro

BANCO POPOLARE Società Cooperativa a.r.l., incorporante la Banca

Popolare di Lodi S.p.A., P.I. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

VIRGILIO 8, presso lo studio degli avvocati ENRICO CICCOTTI, ANDREA

MUSTI che la rappresentano e difendono unitamente agli avvocati

GUGLIELMO BURRAGATO, TULLIO FORTUNA, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2602/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 04/12/2013 R.G.N. 696/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

02/12/2016 dal Consigliere Dott. LORITO MATILDE;

udito l’Avvocato MARIO MARINO;

udito l’Avvocato ANDREA MUSTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO PAOLA che ha concluso per l’inammissibilità del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza resa pubblica il 4/12/2013 la Corte d’Appello di Palermo confermava la pronuncia di primo grado con cui era stata respinta la domanda proposta da P.B. nei confronti della società cooperativa a r.l. Banco Popolare intesa a conseguire declaratoria di illegittimità del licenziamento intimatogli in data (OMISSIS).

La Corte distrettuale, a fondamento del decisum, osservava, in estrema sintesi, che il licenziamento era stato irrogato per avere il lavoratore intrattenuto, quale preposto all’agenzia di Petrosino, rapporti con un soggetto dedito alla attività illecita di usura finalizzato alla concessione, fuori dai canali bancari, di prestiti o sconto di assegni. Nel proprio iter argomentativo aveva modo di rimarcare come dette circostanze fossero risultate suffragate alla stregua dei dati istruttori emersi nel corso del giudizio di primo grado – segnatamente dell’interrogatorio formale reso dal ricorrente e della deposizione rilasciata dal teste P. – oltre che da ulteriori elementi (quali intercettazioni telefoniche) attinti dal giudizio penale instaurato nei suoi confronti.

Avverso tale decisione interpone ricorso per cassazione il P. sostenuto da due motivi. Resiste la società intimata con controricorso illustrato da memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si denuncia violazione e/o falsa applicazione degli artt. 420, 437, 115 e 116 c.p.c., art. 111 Cost. e art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si deduce che con sentenza n. 955 del 18/12/2013 depositata in data 17/3/2014 successivamente, quindi, alla pubblicazione della pronuncia in questa sede impugnata – e passata in giudicato, il Tribunale Penale di Marsala aveva assolto il ricorrente dai reati ascrittigli “perchè il fatto non sussiste”. Si assume, quindi, che detta pronuncia rende ingiustificati gli approdi ai quali è pervenuta la Corte di merito, la cui decisione risulta interamente modulata sulle ragioni poste a fondamento del provvedimento di sequestro disposto dal GIP, superato dalla successiva sentenza assolutoria. Si stigmatizza, poi, la pronuncia della Corte palermitana, laddove ha respinto le istanze istruttorie formulate con richiesta di audizione a prova contraria, dei testi N., D.G. e Q., perchè i fatti risultavano già accertati sulla base delle acquisizioni probatorie del procedimento penale, sul rilievo che la sentenza di assoluzione avrebbe reso ingiustificata tale statuizione.

2. il motivo va disatteso.

Non può, infatti, tralasciarsi di considerare che la tesi accreditata dal lavoratore a sostegno della critica, si presenta evidentemente carente sotto il profilo della autosufficienza, giacchè omette di riportare integralmente il tenore della sentenza penale n. 955/2013 resa inter partes dal Tribunale di Marsala.

La giurisprudenza di questa Corte, da tempo, ha infatti posto in evidenza il necessario coordinamento tra il principio secondo cui l’interpretazione del giudicato esterno può essere effettuata direttamente dalla Corte di Cassazione con cognizione piena, e il principio della necessaria autosufficienza del ricorso. Ha, infatti, affermato che “l’interpretazione di un giudicato esterno può essere effettuata anche direttamente dalla Corte di cassazione con cognizione piena, nei limiti, però, in cui il giudicato sia riprodotto nel ricorso per cassazione, in forza del principio di autosufficienza di questo mezzo di impugnazione, con la conseguenza che, qualora l’interpretazione che abbia dato il giudice di merito sia ritenuta scorretta, il predetto ricorso deve riportare il testo del giudicato che si assume erroneamente interpretato, con richiamo congiunto della motivazione e del dispositivo, atteso che il solo dispositivo non può essere sufficiente alla comprensione del comando giudiziale”. (vedi in motivazione Cass. 31/7/2012 n. 13658, Cass. 15/10/2012, n. 17649, cui adde Cass. 13/12/2006, n. 26627, Cass. Sez. Un. 27/1/2004, n. 1416).

Tale orientamento ha rimarcato come i motivi di ricorso per cassazione fondati su giudicato esterno, debbano rispondere ai dettami di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, che del principio di autosufficienza rappresenta il precipitato normativo (cfr. Cass. 18/10/2011, n. 21560, Cass. 30/4/2010, n. 10537, Cass. 13/3/2009, n. 6184); tanto anche sotto il profilo nella riproduzione del testo della sentenza passata in giudicato, non essendo a tal fine sufficiente il riassunto sintetico della stessa (cfr. Cass. 11/02/2015, n. 2617).

Alle suesposte argomentazioni, può aggiungersi l’ulteriore considerazione che la tecnica redazionale adottata nella stesura del presente ricorso, e risoltasi nella riproduzione del solo dispositivo della pronuncia emessa in sede penale e divenuta res iudicata, nonchè il mero richiamo al provvedimento di sequestro adottato dal GIP presso il Tribunale di Marsala sul quale si deduce sia stata interamente modulata la pronuncia della Corte distrettuale, ridonda in termini di genericità del motivo medesimo, palesandosi del tutto inidonea ad enucleare le effettive carenze che connotano la pronuncia impugnata, in quanto il suo vaglio richiede l’esame di atti processuali ultronei rispetto allo stesso ricorso.

Non e dato riscontrare, invero, nella fattispecie scrutinata, il requisito della specificità, della completezza e riferibilità alla decisione gravata che consentono di assicurare al ricorso l’autonomia necessaria ad individuare, senza il sussidio di altre fonti, l’immediata e pronta risoluzione delle questioni da risolvere, non essendo la Corte di cassazione tenuta a ricercare, al di fuori del contesto del ricorso, le ragioni che dovrebbero sostenerlo. Le considerazioni sinora svolte inducono, quindi, alla declaratoria di inammissibilità della articolata censura.

3. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Lamenta che i giudici dell’impugnazione abbiano ritenuto che egli avesse sostanzialmente ammesso di avere intrattenuto conversazioni telefoniche con un soggetto ( B.G.) esponente di un gruppo dedito alla attività di usura, traendo ulteriori argomentazioni sulla propria cognizione dell’attività criminale svolta dai soggetti destinatari dei prestiti erogati, da risultanze istruttorie acquisite direttamente al processo.

4. Il motivo è inammissibile, giacchè, nella sostanza, contesta l’accertamento in fatto operato dai giudici del merito.

Invero, la ricostruzione dei fatti e la loro valutazione, per le sentenze pubblicate – come nella specie – dal trentesimo giorno successivo alla entrata in vigore della L. 7 agosto 2012, n. 134 (pubblicata sulla G.U. n. 187 dell’11.8.2012), di conversione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, è censurabile in sede di legittimità solo nella ipotesi di “omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti”.

Ma detto vizio non può essere denunciato per i giudizi di appello instaurati successivamente alla data sopra indicata (del richiamato D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 2) (cfr. Cass. 18/12/2014 n. 26860) – come nel caso di appello depositato nella specie il 15 aprile 2013 – con ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello che conferma la decisione di primo grado, qualora il fatto sia stato ricostruito nei medesimi termini dai giudici di primo e di secondo grado (art. 348 ter c.p.c., u.c.).

Ossia il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non è deducibile in caso di impugnativa di pronuncia c.d. doppia conforme (vedi Cass. 11/10/2014, n. 26097, che ha altresì escluso dubbi di incostituzionalità della norma e, più di recente, in motivazione, Cass. 16/11/2016 n. 23358, Cass. 18/8/2016, n. 17166).

Pertanto la decisione della Corte territoriale, che ha fatto espressamente proprie le argomentazioni espresse dal primo giudice della sentenza de qua, ritenute condivisibili, avendo lo stesso operato una ricostruzione coerente con le risultanze processuali e il dato normativo, non può essere oggetto del sindacato di questa Corte a mente dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

5. In definitiva, il ricorso, per le suesposte argomentazioni, non si sottrae ad un giudizio di inammissibilità.

Il governo delle spese inerenti al presente giudizio segue, infine, il regime della soccombenza nella misura in dispositivo liquidata.

Infine si dà atto della ricorrenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15%, ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 2 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 marzo 2017

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