Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7109 del 20/03/2017


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Cassazione civile, sez. I, 20/03/2017, (ud. 27/01/2017, dep.20/03/2017),  n. 7109

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – rel. Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 17626/2013 proposto da:

(OMISSIS) S.r.l. in Liquidazione, (C.F. (OMISSIS)), in persona del

liquidatore pro tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via

Orazio n. 3, presso l’avvocato Graziosi Giuseppe, rappresentata e

difesa dall’avvocato Piga Riccardo, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

C.D., Fallimento (OMISSIS) S.r.l. in liquidazione;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2430/2013 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 12/06/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

27/01/2017 dal Cons. Dott. DI VIRGILIO ROSA MARIA;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato RICCARDO PIGA che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale DE

RENZIS Luisa, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Milano, con sentenza del 6-13 giugno 2013, ha respinto il reclamo proposto dalla (OMISSIS) s.r.l. in liquidazione avverso la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio n. 87 del 2012, dichiarativa di fallimento della società.

La Corte del merito ha ritenuto infondata la doglianza della reclamante, di pronuncia del fallimento nonostante il mancato superamento della soglia di fallibilità, L. Fall., ex art. 15, u.c., rilevando che, anche a ritenere provata la corresponsione all’Inps delle ritenute per Euro 7.184,63, da cui la riduzione del debito verso il creditore istante C.D. ( C.) ad Euro 19.544,46, anzichè Euro 26.729,09, come conteggiato dal Tribunale, sussisteva pur sempre il debito verso Equitalia, che, come risultava dall’istruttoria prefallimentare, era di Euro 24.417,48, nè poteva ritenersi che, stante la rateizzazione del debito in oggetto, si dovesse conteggiare solo l’importo indicato sotto la voce “residuo iscritto a ruolo scaduto” per Euro 3.198,63, atteso che il debito portato dalla cartella esattoriale era pur sempre un debito scaduto, comportando la rateizzazione solo una modalità di estinzione; decisiva era comunque la considerazione che la società si era cancellata dal registro delle imprese il 30/1/2012, perdendo in tal modo il beneficio della rateizzazione, non potendosi Equitalia in alcun modo rivalere nei confronti della società in caso di mancato pagamento delle rate, nè rilevava l’avvenuta corresponsione delle rate da parte di terzi dopo la cancellazione, non potendo la creditrice agire verso detti terzi in caso di mancata esecuzione spontanea da parte degli stessi.

Ricorre avverso detta sentenza (OMISSIS) s.r.l. in liquidazione, con ricorso affidato a tre motivi.

Gli intimati non hanno svolto difese.

La ricorrente ha depositato la memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1.- Col primo motivo, la ricorrente si duole della violazione o falsa applicazione degli artt. 99 e 112 c.p.c., in combinato disposto con L. Fall., artt. 15 e 18, sostenendo che il Giudice del reclamo non può confermare la sentenza di fallimento sulla base di ragioni diverse da quelle assunte dal Tribunale, e che nel caso la Corte d’appello ha rideterminato d’ufficio il debito scaduto verso Equitalia nella maggior somma di euro 24.417,48, in luogo di Euro 3.198.63, ritenuti dal Tribunale e dichiarati dallo stesso agente della riscossione con la comunicazione 12/10/2012, mentre nessuna delle parti aveva censurato detto profilo.

2.1.- Il motivo è infondato, essendosi trattato di semplice riesame delle risultanze documentali previamente acquisite ai fini della dichiarazione di fallimento, ed essendo insito nel reclamo, e quindi sempre consentito, il riesame di dette risultanze.

1.2.- Col secondo mezzo, la ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 1230 c.c., in combinato disposto con il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 19.

Sostiene che con la rateizzazione si determina novazione del debito originario; che inoltre, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 19, comma 3, novellato dal D.L. n. 16 del 2012, la revoca del beneficio è subordinata al mancato pagamento di due rate consecutive e la decadenza di diritto consegue alla ricorrenza delle ulteriori ipotesi indicate, ma non alla cancellazione dal registro delle imprese, che, ove non accompagnata dall’estinzione di ogni rapporto giuridico, comporta la successione dei soci ex art. 2495 c.c., comma 2, di talchè non è esclusa la facoltà dei creditori sociali insoddisfatti di procedere al recupero coattivo.

1.3.- Col terzo motivo, la ricorrente denuncia il vizio di nullità ex art. 360, n. 4, ed in subordine di motivazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5, per non avere la Corte d’appello pronunciato in modo chiaro ed inequivoco sull’ammontare del debito per t.f.r. dovuto dalla società al C., costituente il principale motivo di reclamo(si era formato giudicato interno sulla determinazione del debito tributario).

2.1.- I due motivi, strettamente collegati e pertanto valutati unitariamente, sono inammissibili.

La Corte del merito ha respinto la prospettazione fatta valere dalla reclamante (secondo cui il debito verso il creditore istante sarebbe stato di Euro 19.544,46 in linea capitale e di Euro 718,33 per accessori, attesa l’avvenuta corresponsione all’ente previdenziale della quota contributiva sul tfr per Euro 7.184,63, da cui il debito residuo di Euro 19.544,46, e non già di Euro 26.729,09) ed è poi passata ad esaminare l’importo del debito verso Equitalia. Ha affermato che, anche a volere ritenere provata la corresponsione all’ente previdenziale delle ritenute per Euro 7.184,63, e quindi anche ad aderire alla tesi della reclamante, nel caso si doveva concludere per il superamento della soglia dei 30 mila euro, di cui alla L. Fall., art. 15, u.c..

Con la prima statuizione, il Giudice del reclamo ha chiaramente ritenuto infondata la deduzione della (OMISSIS), di avere provato il pagamento del debito contributivo. In tal modo si è pronunciato direttamente sul motivo di reclamo, donde è infondato dedurre un vizio di omessa pronuncia.

Nell’esaminare poi la questione dell’entità del debito verso Equitalia, dando per provata la minor somma dovuta al creditore istante, la Corte d’appello si è espressa per il rigetto del reclamo adottando due diverse ma concorrenti ragioni.

Anche difatti a considerare il solo importo indicato da Equitalia come “residuo iscritto a ruolo scaduto” di Euro 3.198,63, la somma dello stesso con il debito verso il creditore istante, pari ad Euro 26.729,09 per capitale ed Euro 718,33 per accessori portava a ritenere superata la soglia dei 30.000,00 Euro.

La sentenza è stata sul punto impugnata anche per vizio della motivazione, ma la deduzione al riguardo svolta da parte ricorrente è inammissibile per genericità, essendo la sentenza soggetta al testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, come conseguente al D.L. n. 83 del 2012 e si risolve in un sindacato di fatto sull’esito della valutazione.

3.1.- Conclusivamente, va respinto il ricorso; non si dà pronuncia sulle spese, non essendosi costituiti gli intimati.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 27 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 marzo 2017

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