Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7065 del 24/03/2010

Cassazione civile sez. II, 24/03/2010, (ud. 16/02/2010, dep. 24/03/2010), n.7065

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. GOLDONI Umberto – Consigliere –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – rel. Consigliere –

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Consigliere –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 2559-2005 proposto da:

BP STUDIO COMP LANA COTONE SRL P.I. (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante pro tempore Sig. F.B.,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTANELLI 11, presso lo

studio dell’avvocato ANDRIOLA ALESSANDRO, che lo rappresenta e

difende unitamente agli avvocati TARTAGLIONE LUCA, ANTONINI STEFANIA,

AMENTA PIERO;

– ricorrente –

e contro

P.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 3383/2003 del TRIBUNALE di FIRENZE, depositata

il 11/12/2003;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/02/2010 dal Consigliere Dott. GAETANO ANTONIO BURSESE;

udito l’Avvocato ANDRIOLA Alessandro, difensore del ricorrente che ha

chiesto di riportarsi alle difese depositate ed insiste

sull’accoglimento delle conclusioni;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FEDELI Massimo che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

P.M. proponeva opposizione avverso il decreto ing. n. 2938/99 con il quale il Giudice di Pace di Firenze le aveva ingiunto il pagamento, in favore della ricorrente srl BP Studio Compagnia della Lana e del Cotone, della somma di L. 2.839.000, oltre interessi e spese, a titolo di pagamento del credito relativo alla fornitura di capi d’abbigliamento. A sostegno dell’opposizione la P. deduceva che i capi d’abbigliamento di colore blu presentavano vizi per tonalità non uniformi e quindi non erano coordinabili tra loro e che pertanto nulla doveva per la fornitura richiesta.

Si costituiva l’opposta chiedendo il rigetto dell’impugnazione perchè infondata in quanto i capi contestati per asseriti bagni diversi non dovevano essere coordinati tra loro.

Il G. di P. di Firenze, con sentenza n. 1780/00 rigettava l’opposizione confermando il d.i. opposto in quanto, pur ritenendo sussistere i vizi lamentati, rilevava che l’attrice opponente aveva trattenuto tutta la merce, senza “coltivare il reso dei capi”. La predetta decisione veniva appellata dalla P., proprio in relazione a tale assunto del primo giudice che riteneva errato.

L’adito Tribunale di Firenze, con sentenza n. 3383/2003 depos. in data 11.12.2003 accoglieva l’impugnazione, revocava il decreto ing. opposto e condannava la srl BP Studio al pagamento delle spese del doppio grado. Riteneva invero l’esistenza del vizio lamentato in relazione ai capi d’abbigliamento della “linea Marine”, come peraltro riconosciuto dalla stessa fornitrice che ne aveva autorizzato la restituzione. Procedeva quindi alla revoca del d.i. in quanto la lo stesso aveva ad oggetto il pagamento dei soli capi della linea Marine e non dell’intera fornitura, osservando in proposito che la venditrice non aveva mai svolto domanda per la restituzione dei capi viziati.

Per la cassazione di tale pronuncia, propone ricorso la società, sulla base di 2 censure; l’intimata non ha svolto difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo del ricorso, l’esponente denunzia l’omessa o insufficiente e contraddittoria motivazione. Sostiene che, con la lettera 24.4.98 essa aveva riconosciuto i vizi di una sola parte (i capi della linea Marine) ma non dell’intera fornitura; mentre la somma richiesta riguardava l’intera fornitura eseguita dalla BP Studio a favore della P., per cui essa società aveva comunque diritto al pagamento della somma capitale di L. 1.507.000 quale differenza tra la somma ingiunta nel decreto ing. ed il prezzo della merce ritenuta viziata relativa alla linea Marine Blu. Il tribunale in effetti aveva basata la sua pronuncia sull’erroneo presupposto che il decreto ing. opposto avesse ad oggetto soltanto il pagamento dei capi Marine e non la fornitura di tutta la merce.

La doglianza è priva di fondamento.

L’esponente, contravvenendo al principio di autosufficienza (Cass. n. 7392 del 19.4.2004), non ha precisato, gli specifici elementi di fatto sulla base dei quali fonda il suo assunto. Essa avrebbe dovuto indicare nel dettaglio la merce oggetto di tutte le fatture azionate con il decreto ing. opposto, al fine di stabilire se si trattasse dei soli capi difettosi o comprendesse altra merce,immune da difetti.

Con il 2? motivo del ricorso, si eccepisce ” la violazione e falsa applicazione della disciplina sull’inadempimento, sulla risoluzione contrattuale e sulla restituzione della cosa – artt. 1492 e 1493 c.c.”.

Ad avviso della ricorrente, la circostanza che la P. non avesse restituito i capi difettosi e li avesse trattenuti, significava che la medesima li aveva tacitamente accettati, ponendo così in essere un comportamento incompatibile con l’esperimento dell’azione di risoluzione contrattuale; ne conseguiva che l’intimata era tenuta al pagamento dell’intera fornitura, per cui doveva essere confermato il d.i. opposto.

Anche tale motivo è infondato . Intanto si tratta di censura nuova, che non risulta proposta in precedenza. Peraltro il tribunale ha adeguatamente valutato la circostanza relativa alla mancata restituzione della merce riconosciuta difettosa, rilevando che tale obbligo poteva incidere solo sull’eventuale inadempimento della P. a siffatta obbligazione, ma non avrebbero affatto inficiato la fondatezza della sua domanda di risoluzione.

Conclusivamente il ricorso dev’essere rigettato; nulla per le spese.

PQM

la Corte rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 16 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2010

 

 

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