Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7061 del 12/03/2021

Cassazione civile sez. II, 12/03/2021, (ud. 13/01/2021, dep. 12/03/2021), n.7061

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 27706/2016 R.G. proposto da:

FALLIMENTO (OMISSIS) S.R.L., in persona del Curatore, rappresentato e

difeso dall’avv. Silvia Morini, con domicilio in Genova Via XX

Settembre n. 40/7.

– ricorrente –

contro

RIGGIO DI S. RIGGIO S.A.S., in persona del legale rappresentante

p.t..

– intimata –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Genova n. 463/2016,

depositata in data 26.4.2016.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 13.1.2021 dal

Consigliere Dott. Giuseppe Fortunato.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Fallimento della (OMISSIS) s.r.l. ha evocato in giudizio dinanzi al tribunale di Genova la Riggio S.a.s., chiedendone la condanna al pagamento di Euro 111.816,91 a titolo di corrispettivo dei lavori ottenuti in subappalto, relativi alla costruzione di un autosilo ubicato nel Comune di (OMISSIS).

La Riggio si è costituita in giudizio, dolendosi che la controparte aveva abbandonato il cantiere, ritardando l’ultimazione delle opere. Ha proposto domanda riconvenzionale per il risarcimento del danno provocato dai maggiori oneri sostenuti per riappaltare le opere, dalle penali addebitategli dalla committente, dal prezzo delle forniture non onorate dalla società attrice.

Esaurita la trattazione, il tribunale ha respinto la domanda principale e, in accoglimento della riconvenzionale, ha condannato la Curatela fallimentare al pagamento di Euro 55.870,56.

La sentenza è stata confermata in appello.

Anche secondo la Corte territoriale, il corrispettivo dell’appalto non era pari ad Euro 274.873,59, per come fissato con l’atto di “conferma prezzi” del 12.9.2006, ma all’importo di Euro 236.926,00 previsto dal successivo contratto del 10.10.2006, atto che conteneva la definitiva regolazione degli interessi dei contraenti.

Sussisteva inoltre la prova dell’inadempimento della (OMISSIS), poichè quest’ultima aveva abbandonato il cantiere senza che, alla scadenza del termine contrattuale del 30.6.2007, i lavori fossero stati ultimati. Non aveva poi rilievo che il subappalto fosse antieconomico, essendo la (OMISSIS) consapevole fin dall’inizio di quanto avrebbe ottenuto dall’esecuzione del contratto, non giustificandosi alcun ritardo o inadempimento.

La sentenza ha stabilito che:

– il c.t.u. aveva correttamente calcolato l’importo spettante alla Riggio (Euro 55. 870,56), quale differenza tra il corrispettivo del subappalto (Euro 202.599,59), le somme percepite in acconto (Euro 167.256,68), gli importi di cui alle fatture relative ai Sal (OMISSIS), il costo occorrente per ultimare le opere e gli importi delle penali addebitati alla Riggio;

– la responsabilità della mancata esecuzione dei lavori era imputabile ad entrambe le parti al 50%, poichè il ritardo dei lavori, da cui era scaturito l’addebito delle penali da parte della committente principale, era stato determinato non solo da un insufficiente impiego dei mezzi da parte della sub-appaltatrice, ma anche dal ritardo nei pagamenti da parte della Riggio s.a.s.;

– che dall’importo contrattuale non poteva esser detratta la somma di Euro 11.406,20 trattenuta dalla Riggio a garanzia per eventuali vizi, poichè la restituzione di tali importi doveva aver luogo al momento dell’effettuazione del collaudo, da effettuare entro 180 gg. dall’ultimazione delle opere, mentre i lavori erano rimasti incompiuti;

– la penale contrattuale andava calcolata sul valore complessivo dei lavori e non su quello dei lavori affidati in subappalto, poichè le parti avevano inteso adottare i medesimi criteri di calcolo previsti nel contratto principale (1/1000 del valore dei lavori finali);

– alla sub-committente spettava l’intero costo dei lavori residui e non solo i maggiori oneri sostenuti.

La cassazione della sentenza è chiesta dal fallimento (OMISSIS) con ricorso in otto motivi.

La Riggio s.a.s. non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo denuncia la violazione degli artt. 1362,1363,1366,1371 c.c. e vizio di motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

La sentenza – in violazione dei criteri di interpretazione negoziale – avrebbe infondatamente ritenuto che il prezzo effettivamente concordato dalle parti fosse quello indicato nel contratto del 10.10.2006 e non quello contenuto nella “conferma prezzi” del 12.9.2006. In realtà, nella premessa del contratto dell’ottobre 2006 era individuata, quale data di stipula, il 4.9.2006 e solo in calce era stata apposta la diversa data del 10.10.2006. Inoltre, l’inizio dei lavori era stato fissato per il 18.9.2006, il che escludeva che il subappalto potesse esser stato stipulato successivamente, come peraltro era confermato:

a) dal piano di sicurezza del 2.10.2006, che già richiamava il contratto tra la Riggio e la (OMISSIS), a riprova del fatto che a quella data il subappalto era stato già concluso;

b) dal fatto che l’appalto principale era stato stipulato il 4.9.2006 e prevedeva lo stesso termine di ultimazione dei lavori, rendendo implausibile che il medesimo termine fosse stato confermato anche nel contratto concluso circa un mese dopo;

c) dai singoli stati di avanzamento lavori, che menzionavano opere calcolate a misura (non a corpo) cosi come previsto dalla conferma prezzi del settembre 2006;

d) dalle contestazioni sollevate dalla (OMISSIS) in corso di rapporto, che facevano riferimento sempre agli importi calcolati a misura;

e) che applicando i prezzi di cui al contratto, peraltro modificati a mano senza alcuna sottoscrizione di conferma, il sub-appalto sarebbe risultato antieconomico per la ricorrente.

Il motivo non può essere condiviso.

La censura, in evidente violazione dei requisiti di specificità dell’impugnazione, non riporta neppure per sintesi il contenuto della “conferma prezzi” del 12.12.2006 (ad eccezione della sola indicazione del prezzo e – appunto – della data).

Stante la natura sostanziale del vizio denunciato, a questa Corte è preluso l’esame diretto del documento e – perciò – la possibilità di sondare se, come affermato dalla Corte di merito, solo il successivo contratto del 10.10.2006 contenesse una regolazione definitiva dei rapporti tra le parti e fosse – quindi – munita dei medesimi requisiti di completezza, che pure appaiono valorizzati dalla sentenza (quanto alla fissazione delle penali, dei termini di ultimazione delle opere, del regime delle trattenute a garanzie, etc.). Sul punto la Corte distrettuale ha – invero – specificamente evidenziato che “il precedente fax non può sostituirsi alle chiare pattuizioni contrattuali che disciplinano espressamente il rapporto negoziale (cfr. sentenza, pag. 9).

La sentenza ha anche chiarito che la data del 4.4.2006, che figurava nel contratto, era da intendersi non come momento perfezionativo del sub-appalto, ma come mero richiamo ad una fase delle trattative nel corso della quale il corrispettivo era stato fissato in Euro 236.962,00 (cfr. sentenza, pag. 9), giustificando, in tal modo, perchè la data apposta in calce al documento fosse da ritenere un dato letterale univoco, tale da rendere inammissibile – e comunque non necessario – il ricorso ai criteri sussidiari di interpretazione del contratto.

Ed invero, l’art. 1362 c.c., allorchè nel comma 1, prescrive all’interprete di indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti senza limitarsi al senso letterale delle parole, non svaluta l’elemento letterale del contratto ma, al contrario, intende ribadire che, qualora la lettera della convenzione, per le espressioni usate, riveli con chiarezza ed univocità la volontà dei contraenti e non vi sia divergenza tra la lettera e lo spirito della convenzione, una diversa interpretazione non è più consentita (Cass. 21576/2019; Cass. 4189/2019). Compete inoltre al giudice di merito valutare la sufficienza dell’elemento letterale, con apprezzamento censurabile solo sul piano della motivazione.

In ogni caso, la pronuncia ha anche considerato decisive la definitiva cristallizzazione dei contenuti negoziali, giunta all’esito delle trattative avviate sin dal 4.9.2006, e l’idoneità della scrittura del 10 ottobre 2006 a valere come regolazione completa del rapporto negoziale, caratteri che la Corte distrettuale ha ritenuto carenti nella conferma prezzi del settembre 2006.

2. Il secondo motivo denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, contestando alla sentenza di non aver pronunciato sul motivo di appello vertente sulla mancata attribuzione dell’importo di Euro 12.674,00 che la sub-committente, sostenendo di aver eseguito lavori di competenza della (OMISSIS), aveva illegittimamente decurtato dalle somme liquidate in corso di rapporto, sugli importi di cui ai sal nn. (OMISSIS). In ogni caso, poichè la Riggio aveva riconosciuto che detti lavori erano stati eseguiti senza dimostrare di avervi provveduto direttamente, tale importo doveva essere necessariamente accreditato alla ricorrente.

Il motivo è infondato.

La sentenza ha posto in evidenza che la regolazione delle rispettive ragioni di credito era stata compiuta sulla base delle verifiche eseguite dal c.t.u. e della documentazione relativa all’esecuzione dell’appalto, con statuizione che implicava il rigetto della richiesta della Curatela di vedersi riconosciuto l’importo di cui si discute.

Non sussiste la lamentata omissione di pronuncia, poichè non basta – a tal fine – la mancanza di un’espressa statuizione del giudice, ma è necessario che sia stato completamente omesso il provvedimento che si palesa indispensabile alla soluzione del caso concreto: ciò non si verifica quando la decisione comporti la reiezione della pretesa fatta valere dalla parte, anche se manchi in proposito una specifica argomentazione, dovendo ravvisarsi una statuizione implicita di rigetto quando la pretesa avanzata col capo di domanda non espressamente esaminato risulti, come nel caso in esame, incompatibile con l’impostazione logico-giuridica della pronuncia (Cass. 24155/2017; Cass. 17956/2015; Cass. 20311/2011).

La pronuncia ha poi chiaramente considerato gli stati di avanzamento lavori del tutto idonei a rappresentare correttamente il reale andamento del rapporto ai fini della quantificazione del dovuto e per stabilire l’entità dei lavori eseguiti da ciascuno dei contraenti, con giudizio in fatto, incensurabile in cassazione, che contrasta con la tesi secondo cui sarebbe stata la ricorrente ad eseguire le lavorazioni di cui si discute.

3. Il terzo motivo deduce la violazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, contestando alla Corte territoriale di aver omesso di pronunciare sul motivo di appello con cui era stato denunciato il vizio di ultra-petizione in cui era incorso il tribunale, nel riconoscere il diritto ad applicare le trattenute a garanzia in mancanza di qualsiasi richiesta della committente.

Il motivo è fondato.

La Curatela, nell’impugnare la sentenza di primo grado, aveva contestato al tribunale di aver attribuito alla sub-committente il diritto a trattenere le ritenute a garanzia, sostenendo che tale voce di credito non fosse stata neppure menzionata nella comparsa di costituzione e negli altri scritti difensivi della Riggio s.a.s. (cfr. atto di appello, pagg. 11-12).

La sentenza non ha – sul punto – adottato nessuna statuizione, neppure implicita, ma si è limitata a confermare la decisione del tribunale e a ritenere legittime le trattenute a garanzia, senza tener conto del vizio processuale dedotto con i motivi di appello.

4. Il quarto motivo denuncia la violazione degli artt. 1218,1362,1382,1666,1667,2041 e 2697 c.c., nonchè dell’art. 3 Cost., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si espone che la committente non poteva neppure operare le trattenute a garanzia, occorrendo che fossero stati rilevati vizi o difetti delle opere, mentre alla ricorrente era stata contestata solo la mancata ultimazione dei lavori.

Il motivo è assorbito: l’accoglimento del terzo motivo di ricorso comporta che, sull’effettiva spettanza delle trattenute a garanzia, debba pronunciare il giudice del rinvio, verificando se effettivamente il contratto rendesse applicabili le trattenute solo in presenza di vizi delle opere o anche in caso di mancata ultimazione dei lavori imputabile alla sub-appaltatrice, essendo comunque irrilevante la mancata effettuazione del collaudo.

5. Il quinto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218,1453 e 1460 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La sentenza conterrebbe una non corretta ponderazione dei reciproci inadempimenti delle parti, essendo state pretermesse le molteplici violazioni di cui si sarebbe resa responsabile la resistente, per aver: a) applicato penali quantificate in modo eccessivo; b) operato trattenute indebite sul sal nn. (OMISSIS) per l’importo di Euro 12.674,00; c) applicato le trattenute a garanzia sulle somme al lordo degli importi relativi ai lavori asseritamente eseguiti dalla committente; d) effettuato ulteriori detrazioni indebite.

La Corte avrebbe poi omesso di considerare che il termine di ultimazione era stato prorogato al 30.6.2007 – il che escludeva che la ricorrente avesse ritardato l’esecuzione dei lavori – e che il subappalto era risultato antieconomico, giustificandosi il ridotto impiego di macchinari.

Il motivo è infondato.

Facendo proprie le conclusioni del tribunale, la sentenza di primo grado ha posto in rilievo come la responsabilità per l’irregolare attuazione dell’appalto fosse da ascrivere ad entrambe alle parti al 50%, poichè se la ricorrente era tenuta a rispondere per l’inadeguatezza dei mezzi impiegati nell’esecuzione dei lavori, la stazione appaltante aveva – a sua volta – illegittimamente ritardato i pagamenti.

Per quanto sia contestata in questa sede una violazione dei criteri cui deve necessariamente uniformarsi la valutazione dei reciproci inadempimenti nei contratti corrispettivi, in realtà la censura denuncia l’omesso esame di circostanze asseritamente decisive che, però, la Corte di merito ha – in parte – preso in esame ad altri fini, ma con effetti anche sulla formulazione del giudizio di responsabilità (avendo ritenuto legittime, ad es., le trattenute a garanzia e detrazioni sui sal nn. (OMISSIS), nonchè del tutto corretta la quantificazione delle penali), e, per altro verso, ha ritenuto non idonee ad incidere sul grado di responsabilità imputabile a ciascuna parte.

Ciò, in particolare, riguardo alla pretesa antieconomicità del subappalto, che – secondo la sentenza – non poteva giustificare l’abbandono dei cantieri o la mancata ultimazione dei lavori, o alle conseguenze dello slittamento dei termini di completamento dell’appalto, poichè, alla scadenza del termine contrattuale, prorogato al 30.6.2007, la sub-appaltatrice non aveva comunque completato i lavori.

Per quanto detto, la violazione di legge non è sussistente, avendo la sentenza comparato le condotte dei contraenti, in ossequio al principio secondo cui, nei contratti con prestazioni corrispettive, in caso di inadempienze reciproche deve procedersi ad un esame del comportamento complessivo delle parti, al fine di stabilire quale di esse, in relazione ai rispettivi interessi e all’oggettiva entità degli inadempimenti, si sia resa responsabile delle violazioni maggiormente rilevanti e causa del comportamento della controparte e della conseguente alterazione del sinallagma contrattuale (Cass. 13827/2019; Cass. 13627/2017; Cass. 13241/2017).

Il fatto che l’incompleta attuazione del contratto fosse imputabile ad entrambe le parti al 50% è – invece – convincimento insindacabile sotto i profili sollevati in ricorso (Cass. 11430/2006; Cass. 15796/2011).

6. Il sesto motivo deduce la violazione degli artt. 1362,1382,1656 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la sentenza ritenuto che la penale dovesse computarsi non sul valore dei lavori dati in subappalto ma su quello dell’intera opera realizzata, in violazione del criterio di interpretazione teleologica, sistematica e secondo buona fede, non avendo il giudice neppure apprezzato, come era suo dovere, la natura, l’oggetto del contratto e l’autonomia che intercorre tra l’appalto principale e il collegato rapporto di subappalto.

Il motivo è infondato.

La Corte di merito, nel sottolineare che l’appalto principale conteneva una clausola penale di contenuto del tutto analogo a quella prevista dal subappalto, ha evidentemente valorizzato la volontà di accollare al sub-appaltatore le conseguenze pregiudizievoli che la stessa committente avrebbe subito (e che ha – in effetti – subito) a causa del ritardo nell’esecuzione dei lavori, responsabilizzando in tal senso la ricorrente in merito alle conseguenze cui sarebbe andata incontro (particolarmente onerose, specie in rapporto al prezzo del subappalto), in modo da disincentivare condotte inadempienti, e ciò proprio in applicazione dei criteri di interpretazione teleologica del contratto.

Le conclusioni raggiunte si rendevano plausibili anche in considerazione dell’autonomia di cui la ricorrente disponeva nella esecuzione del contratto e della ridotta possibilità della resistente di incidere ulteriormente sui tempi di avanzamento dell’appalto, oltre che con l’inciso – contenuto nel contratto – non sull’importo dei lavori sub-appaltati, ma su quello dei “lavori finali”, quale base di calcolo a percentuale della penale.

Il fatto che in altre clausole contrattuali fossero presi in considerazione i lavori tout court, senza ulteriori precisazioni, non poteva inficiare le conclusioni raggiunte, non risultando reiterato altrove, nella scrittura, il riferimento a “lavori finali”, formula spiegabile proprio in quanto mutuata dal contratto principale, ed essendo del tutto ovvia la semplice menzione dei lavori, senz’altra puntualizzazione, laddove – come evidenziato dalla ricorrente – si trattasse ad es. di fissare i termini di esecuzione del sub-appalto (cfr. ricorso, pag. 34).

L’autonomia che connota tale contratto rispetto all’appalto principale non vale a scindere il collegamento anche fattuale ed economico che intercorre tra i due rapporti, rendendo del tutto ammissibile che le parti possano liberamente recepire le prescrizioni dell’uno nel contenuto del contratto derivato.

7. Il settimo motivo denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, imputando alla sentenza di non aver pronunciato sul motivo di gravame con cui era stata sollecitata una riduzione della penale a causa della forte divergenza tra il prezzo dell’appalto principale e quello accordato alla ricorrente.

Il motivo è infondato, poichè la sentenza – a pag. 12 – ha chiaramente escluso ogni rilevanza della pretesa antieconomicità dell’appalto, con statuizione riferibile in via logica anche alla possibilità di ridurre, su tale presupposto, la somma contemplata dalla clausola penale, specie in considerazione delle finalità per le quali detta clausola era stata apposta al contratto.

Lo stesso potere di riduzione della penale poteva – in realtà – essere esercitato tenendo presente anzitutto l’interesse del creditore all’adempimento (proprio alla luce delle conseguenze che avrebbe subito in caso di ritardo), alla data di stipulazione del contratto, oltre che l’effettiva incidenza sullo squilibrio delle prestazioni e sulla concreta situazione contrattuale, a prescindere da una rigida ed esclusiva correlazione con l’effettiva entità del danno subito, con la situazione economica del debitore e del riflesso che la penale potesse avere sul suo patrimonio (Cass. 17731/2015; Cass. 7180/2012).

La violazione è quindi esclusa, per quanto detto, dall’esistenza di una statuizione implicita di rigetto della richiesta di riduzione della penale (Cass. 24155/2017; Cass. 17956/2015; Cass. 20311/2011).

8. L’ottavo motivo deduce la violazione e falsa applicazione

dell’art. 1218,1226,2041 e 2697 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, censurando la sentenza nel punto in cui ha ritenuto che la Riggio avesse titolo al pagamento dell’intero importo del valore delle opere da ultimare, mentre il danno risarcibile doveva essere contenuto nei limiti dei maggiori oneri eventualmente sostenuti, occorrendo inoltre considerare che la committente principale aveva corrisposto alla resistente il prezzo delle lavorazioni necessarie per condurre a termine le costruzioni.

Il motivo è fondato.

Il costo che la Riggio avrebbe dovuto sostenere per ultimare i lavori era pari ad Euro 44.988,47, importo che il giudice distrettuale ha addebitato per intero alla sub-appaltatrice e ciò per la ritenuta necessità di considerare solo i rapporti tra le parti del processo e di apprezzare le sole conseguenze dell’inadempimento.

In realtà, proprio l’esigenza di quantificare il danno in base alle conseguenze dell’inadempimento avrebbe dovuto indurre la Corte di merito a verificare se gli importi spettanti alla (OMISSIS) in caso di ultimazione dei lavori, fossero stati effettivamente versati per intero, non venendo altrimenti a costituire una voce passiva ricollegabile all’inadempimento e suscettibile di dar luogo a pretese risarcitorie.

Per altro verso, proprio perchè la sub-commitente avrebbe dovuto sostenere comunque il costo delle opere di completamento, la subappaltatrice inadempiente poteva rispondere degli eventuali maggiori oneri sostenuti per condurre a termine l’opera.

In difetto di tali condizioni, non era consentito ascrivere alla ricorrente l’intero valore delle opere da ultimare, poichè il risarcimento attribuito alla Riggio avrebbe superato il valore della perdita causata dall’inadempimento, ancor più per effetto dell’avvenuta erogazione, da parte della committente principale, del prezzo delle opere residue.

9. Il nono motivo denuncia la violazione dell’art. 91 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando che la sentenza abbia posto a carico della ricorrente anche le spese del secondo grado di giudizio, benchè la Riggio s.a.s. fosse rimasta contumace.

Il motivo è assorbito, data la necessità che il giudice del rinvio proceda ad una nuova liquidazione delle spese processuali in base all’esito finale della lite, ferma comunque l’impossibilità di liquidare in favore della resistente le spese relative al grado di causa nel quale quest’ultima era rimasta contumace.

Sono quindi accolti il terzo e l’ottavo motivo di ricorso, sono assorbiti il quarto ed il nono, sono respinti il primo, il secondo, il sesto ed il settimo ed è dichiarato inammissibile il quinto motivo.

La sentenza è cassata in relazione ai motivi accolti, con rinvio della causa alla Corte d’appello di Genova, in diversa composizione, anche per la regolazione delle spese di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il terzo e l’ottavo motivo di ricorso, rigetta il primo, il secondo, il sesto ed il settimo motivo, dichiara assorbiti il quarto ed il nono ed inammissibile il quinto motivo, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa alla Corte d’appello di Genova anche per la pronuncia sulle spese di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 12 marzo 2021

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