Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7054 del 24/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 24/03/2010, (ud. 09/02/2010, dep. 24/03/2010), n.7054

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. CURCURUTO Filippo – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 32471-2006 proposto da:

A.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DARDANELLI

13, presso lo studio dell’avvocato FRONTONI MASSIMO, rappresentato e

difeso dall’avvocato CIOFFI GIOVANNI, giusta mandato a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

SAN PAOLO IMI S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 6465/2005 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 01/12/2005 r.g.n. 3406/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/02/2010 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di Appello di Napoli rigettava l’impugnazione, proposta da A.F., avverso la sentenza del Giudice del lavoro che aveva respinto la domanda dell’ A., proposta nei confronti della società Sanpaolo IMI, avente ad oggetto l’impugnazione, della L. n. 300 del 1970, ex art. 18 per difetto del requisito dell’immediatezza e specificità della contestazione, del licenziamento per giusta causa comunicato in data (OMISSIS).

Rilevavano, innanzitutto, i giudici di appello che sulla base degli elementi istruttori poteva ritenersi “realmente conclusa l’indagine ispettiva con la relazione finale emessa nella data risultante dal documento (15.7.2002), peraltro sottoposta al teste e da lui stesso riconosciuta” e conseguentemente non poteva “ravvisarsi alcuna minima tardività nella contestazione mossa il mese successivo (1.8.2002)”.

Osservavano, poi, detti giudici, che la necessità di rilevare le irregolarità addebitate attraverso ulteriori indagini, e non sulla base del mero elenco delle operazioni contabili, emergeva “dalle descrizione delle indagini e dei relativi risultati effettuata nella relazione, che evidenziava la necessità – attesa la tipologia di infrazioni, consistente nel ripetuto spostamento di somme di danaro da un conto all’altro, con attribuzione nei conti di accredito di valuta antergata rispetto alla data dell’operazione – di effettuare gli opportuni controlli anche in maniera reiterata nel tempo, al fine di accertare l’effettiva intenzionalità della condotta diretta a realizzare finalità di lucro, che solo una reiterazione delle stesse tipologie di operazioni effettuate sui conti correnti avrebbe potuto consentire di realizzare. Ciò risultava confermato dalla circostanza secondo la quale l’ispettore, per sincerarsi dell’effettiva esistenza delle irregolarità risultate dal controllo telematico, ha avvertito la necessità di esaminare e controllare anche la corrispondente documentazione cartacea”.

Reputavano, inoltre, i giudici di appello,infondata la circostanza , dedotta solo nel secondo grado del giudizio, secondo la quale la banca avrebbe avuto la possibilità di accertare le irregolarità prima del 2002, in quanto “a prescindere dall’estrema genericità ed astrattezza della relativa osservazione, la prova richiesta sul punto dall’appellante, si presentava del tutto inammissibile … essendo formulata per la prima volta solo” in appello.

I giudici di appello,precisavano, altresì, che “per mera completezza argomentativa” doveva sottolinearsi che, se pur la Banca “avesse avuto tolleranza nei confronti di tale tipo d’irregolarità accertabile da tempo anteriore, ciò, in ogni caso, non le avrebbe precluso di attivare le indagini ispettive e disciplinari una volta trascorso un certo lasso di tempo”.

Ritenevano, infine, i giudici di secondo grado, la correttezza del richiamo, in sede di risposta alla richiesta della comunicazione dei motivi del licenziamento, ai motivi contenuti nella contestazione essendo questi specifici.

Avverso tale sentenza l’ A. ricorre in cassazione sulla base di otto censure.

La società intimata non svolge attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente deduce vizio di motivazione in relazione alla accertata esistenza del controllo a distanza delle operazioni bancarie, ai fini del riconoscimento della intempestività della contestazione.

Prospetta, in particolare, che la Corte di Appello: ha omesso di considerare che la Banca era a conoscenza in tempo reale di tutti i movimenti contabili e della loro anomalia; ha erroneamente “dismesso la questione” per ragioni di rito non tenendo conto della non astrattezza, non genericità e non novità della deduzione;non ha considerato che la prova era stata chiesta in via subordinata; non ha fatto uso dei suoi poteri istruttori.

Con la seconda censura l’ A. denuncia violazione dell’art. 116 c.p.c. e, formulando il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis c.p.c., così come introdotto dall’art. del D.Lgs. n. 40 del 2006, allega che la Corte di Appello ha deciso omettendo di valutare le prove circa la sussistenza del controllo a distanza.

Con il terzo motivo il ricorrente assume violazione degli artt. 412, 437 e 61 c.p.c. e, ponendo il quesito di cui al citato art. 366 bis c.p.c. sostiene che il divieto di nuova prova, di cui all’art. 437 c.p.c. non preclude l’esercizio dei poteri officiosi ex art. 412 c.p.c. e l’espletamento officioso della consulenza tecnica. Nè aggiunge l’istanza istruttoria per la sua asserita tardività consentiva la “dismissione”.

Le censure, che in quanto strettamente connesse sotto il profilo logico-giuridico vanno esaminate congiuntamente, sono infondate.

Mette conto, innanzitutto rilevare, e tanto vale anche in relazione allo scrutinio dei successivi motivi, che l’art. 366 bis c.p.c. così come introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 6 trova applicazione solo per i ricorsi per cassazione proposti avverso decisioni pubblicate a decorrere dal due marzo 2006 (V. per tutte Cass. 16275/07). Nella specie la decisione impugnata è stata pubblicata in data anteriore e, pertanto, questa Corte è esonerata dal valutare i quesiti di diritto posti in relazione ai dedotti vizi di violazione di legge.

Tanto premesso, e passando all’esame delle censure in esame, rileva il Collegio che risulta del tutto infondata la critica mossa alla sentenza impugnata in punto di omessa considerazione della conoscibilità in tempo reale da parte della Banca “di tutti i movimenti contabili e della loro anomalia”.

Infatti, i giudici di appello, in sentenza, sottolineano la necessità di rilevare le irregolarità addebitate attraverso ulteriori indagini, e non sulla base del mero elenco delle operazioni contabili, e affermano che tale esigenza emerge “dalle descrizione delle indagini e dei relativi risultati effettuata nella relazione, che evidenzia la necessità, attesa la tipologia di infrazioni, di effettuare gli opportuni controlli anche in maniera reiterata nel tempo, al fine di accertare l’effettiva intenzionalità della condotta diretta a realizzare finalità di lucro, che solo una reiterazione delle stesse tipologie di operazioni effettuate sui conti correnti avrebbe potuto consentire di realizzare”. Nè i giudici di appello mancano di sottolineare che tale esigenza è confermata “dalla circostanza secondo la quale l’ispettore, per sincerarsi dell’effettiva esistenza delle irregolarità risultate dal controllo telematico, ha avvertito la necessità di esaminare e controllare anche la corrispondente documentazione cartacea”.

Corretta è, poi, in diritto la sentenza impugnata nella quale i giudici di appello hanno ritenuto di non ammettere la prova in quanto articolata per la prima volta solo in appello, a nulla rilevando, in senso contrario, l’assunto “carattere meramente subordinato” del richiesto mezzo istruttorio.

Nè il ricorrente, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso,riporta i capitoli della prova testimoniale di cui lamenta la ritenuta astrattezza e generalità.

Del resto, e vale la pena di sottolinearlo, la sentenza impugnata è congruamente motivata ed immune da vizi logici.

Quanto al censurato mancato esercizio dei poteri istruttori d’ufficio osserva questa Corte che siffatta questione non risulta trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, ed il ricorrente, in violazione del richiamato principio di autosufficienza del ricorso, non indica in quale atto del giudizio precedente è stata dedotta.

Conseguentemente, in difetto di tale specificazione, tale questione va ritenuta come sollevata per la prima volta nel giudizio di legittimità e, come tale, inammissibile.

Questa Corte ha, invero, reiteratamente affermato che nel rito del lavoro, ai sensi di quanto disposto dagli artt. 421 e 437 c.p.c. l’uso dei poteri istruttori da parte del giudice non ha carattere discrezionale, ma costituisce un potere-dovere del cui esercizio o mancato esercizio il giudice è tenuto a dar conto; tuttavia, per idoneamente censurare in sede di ricorso per cassazione l’inesistenza o la lacunosità della motivazione sul punto della mancata attivazione di tali poteri, occorre dimostrare di averne sollecitato l’esercizio, in quanto diversamente si introdurrebbe per la prima volta, in sede di legittimità, un tema del contendere totalmente nuovo rispetto a quelli già dibattuti nelle precedenti fasi di merito (V. per tutte Cass. 14731/06 e 10182/07).

Con la quarta censura l’ A. deduce vizio di motivazione in relazione agli altri profili della tempistica degli accertamenti dei fatti e della loro contestazione, indipendentemente dal controllo a distanza. Assume al riguardo che la Corte di Appello deforma le dichiarazioni testimoniali rese dall’ispettore e non motiva adeguatamente circa la complessità delle indagini e della organizzazione aziendale.

Con la quinta censura il ricorrente sostiene violazione degli artt. 116, 421 e 61 c.p.c. e, ponendo il quesito di diritto di cui al richiamato art. 366 bis c.p.c. lamenta che i giudici di appello non hanno valutato la prova, di cui al precedente motivo, nè hanno fatto uso dei loro poteri istruttori officiosi, nè hanno ammesso CTU per accertare il tempo effettivo delle indagini.

Con il sesto motivo l’ A. prospetta la violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 del principio di tempestività della contestazione, dell’art. 112 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c., e, formulando il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis c.p.c. cit., allega che la Corte territoriale ha deciso per presunzioni ed assunzioni astratte circa la sussistenza di una complessità delle indagini e di una complessità di organizzazione aziendale, senza nemmeno indicarle completamente, incorrendo, in tal modo, nella violazione del principio di tempestività delle contestazione, in quello della ripartizione dell’onere della prova e in quello della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato.

Siffatti motivi, che vanno scrutinati, come i precedenti, unitariamente per la loro stretta interdipendenza logico-giuridica, sono infondati.

Rileva, in primo luogo, il Collegio che la denuncia di erronea valutazione delle dichiarazioni testimoniali rese dall’ispettore, cade a fronte della mancata trascrizione nel ricorso, in violazione del principio di autosufficienza,di tali dichiarazioni.

E’ infatti ius receptum nella giurisprudenza di questa Corte nel caso in cui, con il ricorso per Cassazione, venga dedotta l’incongruità o l’illogicità della sentenza impugnata per l’asserita mancata valutazione di risultanze processuali, è necessario, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività della risultanza non valutata (o insufficientemente valutata), che il ricorrente precisi, mediante integrale trascrizione della medesima nel ricorso, la risultanza che egli asserisce decisiva e non valutata o insufficientemente valutata, dato che solo tale specificazione consente alla Corte di Cassazione, alla quale è precluso l’esame diretto degli atti, di delibare la decisività della medesima, dovendosi escludere che la precisazione possa consistere in meri commenti, deduzioni o interpretazioni delle parti (per tutte Cass. 14262/04 e Cass. 11886/06).

La motivazione della sentenza impugnata in punto di complessità delle indagini è, poi, congrua, tenuto conto che tale complessità è dedotta dalle stesse dichiarazioni rese dall’ispettore poste in relazione alla tipologia delle infrazioni contestate e della loro reiterazione.

Costituisce, del resto, principio del tutto pacifico (ex plurimis:

Cass., sez. un., n. 13045/97) che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per Cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge).

Relativamente alla denuncia di mancata attivazione dei poteri istruttori d’ufficio, valgono le considerazioni svolte in precedenza circa la novità della relativa questione.

Nè colgono nel segno, le ulteriori allegazioni di violazione di legge,considerato che è stato lo stesso attuale ricorrente a devolvere, con l’appello, alla Corte del merito la questione della tempestività della contestazione degli addebiti disciplinari e, quindi, correttamente, detta Corte,ha valutato le acquisite emergenze istruttorie.

Con la settima censura il ricorrente denuncia vizio di motivazione in relazione alla sussistenza di una tolleranza reversibile del datore di lavoro. Allega, in proposito, la contraddittorietà della motivazione.

Con l’ottavo motivo l’ A. deduce violazione degli artt. 116 e 112 c.p.c. in relazione all’assunzione di una tolleranza reversibile da parte del datore di lavoro e, ponendo il quesito di diritto di cui al citato art. 366 bis c.p.c. sostiene che la Corte ha pronunciato d’ufficio sul punto andando al di là delle prospettazioni, eccezioni e domande di parte.

Le censure sono infondate.

Invero, come riconosce lo stesso ricorrente la Corte del merito affronta la questione di cui trattasi “per mera completezza argomentativa” dando atto di ciò nella stessa motivazione della sentenza.

E’ evidente, pertanto, che la questione della tolleranza, rappresentando, nella struttura complessiva della decisione impugnata, non la ratio fondante della pronuncia, bensì una mera argomentazione rafforzativa, è come tale priva del requisito della decisività, e,quindi, risulta del tutto irrilevante ai fini del sindacato di legittimità di questa Corte regolatrice.

Sulla base delle esposte considerazioni, in conclusione, il ricorso va rigettato.

Nulla deve disporsi per le spese del giudizio di legittimità non avendo la parte intimata svolto attività difensiva.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 9 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2010

 

 

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