Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7033 del 24/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 24/03/2010, (ud. 13/01/2010, dep. 24/03/2010), n.7033

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – Consigliere –

Dott. DI NUBILA Vincenzo – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

BANCO DI SICILIA SOCIETA’ PER AZIONI, in persona del legale

rappresentante pro tempore, già elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA SILLA 3, presso lo studio dell’avvocato FERZI CARLO, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato DAVERIO FABRIZIO,

giusta procura speciale Atto Notar UGO SERIO di Palermo del

27/6/2006, rep. n. 69271 e da ultimo domiciliata d’ufficio presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;

– ricorrente –

contro

R.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LIMA 15,

presso lo studio dell’avvocato PORCACCHIA GIANGUIDO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato FAZIO VITTORIA, giusta

delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 66/2006 del TRIBUNALE di MESSINA, depositata

il 12/04/2006 R.G.N. 666/98;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

13/01/2010 dal Consigliere Dott. PIETRO ZAPPIA;

udito l’Avvocato FERRARI ALDO per delega PORCACCHIA GIAN GUIDO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

Con ricorso al Pretore, giudice del lavoro, di Messina, depositato in data 28.5.1993, R.L., premesso di essere dipendente del Banco di Sicilia e di svolgere le mansioni di funzionario, esponeva che in vari casi, e da ultimo con la comunicazione di servizio n. 1370 dell’8.10,1992, era stato assegnato a mansioni superiori e, in tale ultima circostanza, al servizio di Tesoreria Comunale quale preposto in sostituzione del Dott. B., procuratore, posto in quiescenza. Chiedeva pertanto che venisse dichiarato il suo diritto alla qualifica di procuratore, con la condanna dell’Istituto convenuto al pagamento della somma di L. 7.800.000 a titolo di differenze retributive in relazione a tale ultimo incarico espletato, e della somma di L. 3.900.000 in relazione alle ulteriori mansioni superiori affidategli.

Con sentenza in data 5.2.1998 il giudice adito, accoglieva il ricorso limitatamente alla designazione del ricorrente alla Tesoreria Comunale dichiarando il diritto dello stesso al riconoscimento della qualifica di “procuratore” dall’8.1.1993 e condannando il Banco di Sicilia alla corresponsione delle differenze retributive, oltre al pagamento delle spese di giudizio.

Avverso tale sentenza proponeva appello il Banco di Sicilia lamentandone la erroneità sotto diversi profili e chiedendo il rigetto delle domande proposte da controparte con il ricorso introduttivo.

Il Tribunale di Messina, con sentenza in data 7.4.2006, rigettava nel merito il gravame accogliendolo limitatamente alla questione concernente la regolamentazione delle spese di giudizio.

Avverso questa sentenza propone ricorso per Cassazione il Banco di Sicilia con due motivi di impugnazione.

Resiste con controricorso il lavoratore intimato.

Diritto

Col primo motivo di gravame il ricorrente lamenta violazione dell’art. 2103 c.c.; dell’art. 2697 c.c.; degli artt. 112 e 115 c.p.c.; motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria su un punto decisivo della controversia e su un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Rileva in particolare l’Istituto ricorrente che, essendo incontroverso tra le parti l’inquadramento del R. nella categoria dei “funzionari” prevista dal CCNL di lavoro per il settore del credito, ed essendo altresì pacifico che l’ordinamento aziendale prevedeva una articolazione della suddetta categoria di funzionario sulla base di tre gradi in scala progressiva, e segnatamente:

“funzionario” (grado aziendale meramente omonimo rispetto alla categoria di cui al contratto nazionale di lavoro), “procuratore” e “vice – direttore”, erroneamente il Tribunale aveva ritenuto che i tre gradi sopra indicati corrispondessero ciascuno a specifici e diversi profili mansionistici, mentre per contro costituivano soltanto articolazioni o tappe della carriera economica.

Posto ciò rileva altresì che il R. non aveva fornito la prova dell’esistenza di una norma che collegasse alle mansioni dallo stesso svolte l’attribuzione del chiesto grado di “procuratore”, atteso che l’indagine per l’attribuzione di tale grado andava condotta confrontando le mansioni svolte con quelle previste dalla fonte istitutiva, e non poteva invece essere effettuata confrontando le mansioni con quelle svolte da altro addetto che possedeva la qualifica rivendicata.

E rileva ancora che il Tribunale era incorso in palese vizio di ultra o extra petizione facendo riferimento alla ormai soppressa qualifica di “capo ufficio” prevista dal precedente ordinamento ed al regime transitorio previsto per il passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento, sebbene le parti non avessero mai dibattuto su tali circostanze.

Il motivo non è fondato.

Osserva innanzi tutto il Collegio che la determinazione dell’inquadramento del lavoratore subordinato in una specifica qualifica o livello previsti dal contratto collettivo di categoria (o, come nel caso di specie, dall’accordo aziendale in data 20.6.1985 recepito nella Circolare n. 8081 dell’11.7.1985) costituisce un tipico accertamento di fatto, come tale demandato esclusivamente al giudice di merito, e sottratto quindi al giudizio di legittimità se non per vizio di motivazione o per violazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale nell’interpretazione della disciplina collettiva applicabile.

Ed invero, “il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., n. 5, non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all’ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Suprema Corte di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso la autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa” (Cass. sez. lav., 7.6.2005 n. 11789).

Posto ciò osserva il Collegio che nel caso di specie il Tribunale ha preso in esame la suddetta Circolare n. 8180 rilevando che la stessa distingueva espressamente all’interno della categoria amministrativa del personale tre diversi gradi, e segnatamente quello di “vice – direttore”, quello di “procuratore” (in sostituzione, rileva il Collegio, della precedente qualifica di Capo ufficio), e quello, di nuova istituzione, di “funzionario”, differenziando i tre gradi sia per mansioni che per trattamento economico, prevedendo per ciascun grado il numero dei posti in organico e stabilendo i criteri per la promozione da un grado all’altro. Ed ha fatto altresì riferimento, in maniera per come vedremo assolutamente legittima, al regime transitorio previsto dall’art. 4 dell’allegato alla Circolare (ai sensi del quale solo durante il periodo di transizione, quantificato in tre anni, era possibile la sostituzione di un “procuratore” – corrispondente al “capo ufficio” del precedente ordinamento – con un “funzionario”, mentre dopo tale periodo le mansioni di pertinenza degli ex capi ufficio avrebbero potuto essere ricoperte solo da dipendenti con il grado di “procuratore”), ed all’art. 11 del Regolamento del Personale sostanzialmente trasfuso nel CCNL del 23.11.1990 (ai sensi del quale solo i capi ufficio – poi “procuratori” – potevano essere preposti ad uffici dell’Amministrazione centrale, delle sedi e succursali ed agenzie).

Deve ritenersi quindi che il giudice di merito abbia illustrato le ragioni che rendevano pienamente contezza delle ragioni del proprio convincimento esplicitando l’iter motivazionale attraverso cui lo stesso era pervenuto alla soluzione adottata in relazione al contenuto dell’accordo aziendale esaminato.

E pertanto il motivo si risolve in parte qua in un’inammissibile istanza di riesame della valutazione del giudice d’appello, fondata su tesi contrapposta al convincimento da esso espresso, e pertanto non può trovare ingresso (Cass. sez. lav., 28.1.2008 n. 1759).

Di conseguenza nessuna erronea applicazione dell’accordo aziendale può ravvisarsi nel caso di specie, avendo per contro il Tribunale proceduto ad una corretta interpretazione ed applicazione dello stesso, in base agli esiti della compiuta istruttoria ed alla valutazione delle risultanze degli atti di causa, ed avendo ritenuto alla stregua di tali emergenze probatorie, con motivazione esaustiva che si sottrae al controllo di legittimità di questa Corte, che la qualifica di “funzionario” e quella di “procuratore” corrispondevano a specifici e diversi profili mansionistici.

Nè può ritenersi che il ricorrente non avesse fornito la prova dell’esistenza di una norma che collegasse alle mansioni dallo stesso svolte l’attribuzione del chiesto grado di “procuratore”, risultando le mansioni proprie della nuova categoria di “funzionario” (e nell’ambito della stessa, quelle proprie della qualifica di vice – direttore e di procuratore, quali si evincono anche dalla disciplina transitoria) dalla declaratoria contenuta nella predetta Circolare n. 8081 cui il lavoratore – per come emerge dal contenuto del controricorso in atti – aveva fatto a più riprese riferimento.

Sul punto deve comunque evidenziarsi che nel nostro ordinamento giuridico vige il principio dell’acquisizione della prova in forza del quale ogni emergenza istruttoria, una volta acquisita al processo, è legittimamente utilizzabile dal giudice indipendentemente dalla sua provenienza, ed il risultato della prova deve essere valutato indipendentemente dalla posizione della parte che l’abbia dedotta (Cass. sez. 3^, 10.8.2004 n. 15408); ed invero il principio dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c., non comporta che la prova dei fatti costitutivi della domanda debba desumersi unicamente da quanto dimostrato dalla parte onerata, senza potersi utilizzare altri elementi acquisiti al processo, perchè esso assolve alla limitata funzione di individuare la parte che deve risentire delle conseguenze del mancato raggiungimento della prova dei fatti della cui prova è gravata (Cass. sez. 3^, 18.4.2006 n. 8951).

Alla stregua di quanto sopra deve altresì escludersi qualsiasi vizio di ultra o extra petizione (per avere il decidente fatto autonomamente riferimento alla ormai soppressa qualifica di capo ufficio) e qualsivoglia violazione dell’art. 112 c.p.c., atteso che il principio di corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato, fissato da tale norma, implica unicamente il divieto per il giudice di attribuire alla parte un bene non richiesto o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda, ma non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta in base ad una valutazione dei fatti di causa – alla stregua delle risultanze istruttorie – autonoma rispetto a quella prospettata dalla parte.

Col secondo motivo di gravame il ricorrente lamenta la erroneità della pronuncia di condanna generica al pagamento di differenze retributive atteso che il R. aveva quantificato in (vecchie) L. 7.800.000 il petitum concernente le differenze retributive nel caso di riconoscimento del grado di procuratore per il periodo di adibizione al posto di preposto alla Tesoreria Comunale; violazione dell’art. 2103 c.c., dell’art. 2697 c.c., degli artt. 112 e 115 c.p.c.; motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria su un punto decisivo della controversia e su un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

In particolare rileva il ricorrente che il lavoratore, nel proposto giudizio, aveva quantificato nella misura di L. 7.800.000 la somma dovutagli in relazione al segmento di domanda che aveva trovato accoglimento; e pertanto erroneamente il Tribunale aveva confermato la decisione del primo giudice che aveva per contro proceduto alla pronuncia di una sentenza generica di condanna.

Il motivo non è fondato, anche se sul punto si impone una correzione della motivazione adottata dal Tribunale.

Ed invero, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di appello, il ricorso introduttivo aveva inteso limitare il petitum alla predetta somma di L. 7.800.000 per l’ipotesi di riconoscimento delle mansioni superiori svolte presso la Tesoreria Comunale a seguito della comunicazione di servizio dell’8.10.1992, non contenendo il suddetto ricorso alcun riferimento ad eventuali somme maggiori riconosciute a seguito del giudizio. Orbene, nel caso di specie era onere del ricorrente dimostrare che la somma posta a suo carico con l’impugnata sentenza di condanna sarebbe stata superiore alla somma sopra indicata; a tale onere non ha ottemperato l’Istituto datoriale di talchè anche sul punto va confermata l’impugnata sentenza con la precisazione che l’importo in precedenza indicato, non contestato dalle parti, segna il limite massimo della condanna al pagamento delle somme dovute, genericamente disposta nel giudizio di merito.

Il proposto gravame va pertanto rigettato ed a tale pronuncia segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che si liquidano come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio di Cassazione, che liquida in Euro 23,00, oltre Euro 2.500,00 (duemilacinquecento) per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge.

Così deciso in Roma, il 13 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 24 marzo 2010

 

 

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