Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6969 del 23/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 23/03/2010, (ud. 26/01/2010, dep. 23/03/2010), n.6969

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BALLETTI Bruno – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

T.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G MAZZINI

113, presso lo studio dell’avvocato GRASSO ROSALBA, rappresentata e

difesa dall’avvocato GABELLONE GIOVANNI, giusta mandato in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore avv.to S.

G.P., in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. –

Societa’ di Cartolarizzazione dei Crediti INPS, elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA DELLA FREZZA 17, presso l’Avvocatura

Centrale dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati CORRERA

FABRIZIO, CALIULO LUIGI, SGROI ANTONINO, giusta mandato in calce al

controricorso;

– controricorrenti –

e contro

SO.BA.RI.T. S.P.A.;

– intimata-

avverso la sentenza n. 1185/2006 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 14/06/2006 R.G.N. 560/05;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

26/01/2010 dal Consigliere Dott. IANNIELLO Antonio;

udito l’Avvocato D’AGOSTINO ORONZO per delega GABELLONE GIOVANNI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza depositata il 14 giugno 2006, la Corte d’appello di Lecce ha rigettato l’appello proposto da T.R. nei confronti dell’INPS avverso la sentenza del 27 gennaio 2004, con la quale il Tribunale della medesima citta’ aveva rigettato l’opposizione che la T., quale titolare di impresa esercente attivita’ di confezionamento di capi di abbigliamento per conto terzi, aveva proposto avverso la cartella esattoriale notificatale a cura della Sobarit s.p.a. (concessionaria del servizio di riscossione contributi) per il pagamento della somma di Euro 32.474,44, a titolo di contributi previdenziali e somme aggiuntive relativamente al periodo marzo 1999 – giugno 2000.

L’ingiunzione di pagamento era originata dal fatto che l’INPS aveva ritenuto ingiustificati gli sgravi contributivi e la fiscalizzazione degli oneri sociali applicati nel periodo indicato dalla T. sui modelli DM 10/M, in quanto aveva escluso la validita’ del riferimento operato, ai fini del rispetto del requisito contributivo, al minimo retributivo contrattuale collettivo di cui al C.C.N.L. per i dipendenti delle imprese faconiste stipulato tra l’ANILF e la CISAL in data (OMISSIS) (e all’accordo provinciale di riallineamento a quello, stipulato in data (OMISSIS), al quale l’impresa aveva aderito), anziche’ al C.C.N.L. sottoscritto dalle OO.SS. maggiormente rappresentative a livello nazionale per i dipendenti del settore tessile.

Avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce, che ha ritenuto corretta la tesi difensiva dell’INPS, T.R. propone ricorso per Cassazione, affidato a due motivi.

Resiste alle domande l’INPS, anche quale mandatario della societa’ di cartolarizzazione S.C.CI. s.p.a., con rituale controricorso.

Nonostante la regolare notifica del ricorso, la concessionaria SOBARIT s.p.a. non ha svolto difese in questa sede.

1 – Col primo motivo di ricorso, la T. deduce la violazione e falsa applicazione della L. 7 dicembre 1989. n. 389, art. 1 e della L. 28 dicembre 1995, n. 549, art. 2, comma 25, della L. 28 gennaio 1996, n. 608, art. 5 e della L. 17 maggio 1999, n. 144, art. 45, comma 20 nonche’ dell’art. 2070 c.c. Svolgendo attivita’ di produzione di capi di abbigliamento non in modo diretto ma per altre imprese committenti, appartenendo quindi ad una categoria di imprese specifica e autonoma, oggetto di riconoscimento come tale sia dalla legge che dalla giurisprudenza e applicando l’unico C.C.N.L. esistente per tali imprese, quello ANILF – CISAL del 1997, la ricorrente sostiene che la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere che ai sensi della L. 7 dicembre 1989, n. 389, art. 1 il parametro per determinare il minimo contributivo utile per fruire degli sgravi e della fiscalizzazione degli oneri sociali (art. 3, comma 1, lett. e) del D.L. n. 328 del 1986, convertito nella L. n. 440 del 1986) fosse quello applicabile alla retribuzione stabilita dal diverso contratto collettivo nazionale stipulato con C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L. per le imprese tessili, settore diverso da quello delle imprese faconiste.

La Corte avrebbe cosi’ fatto erronea applicazione dell’art. 2070 c.c. e delle norme di legge indicate in rubrica.

Il motivo conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto: “si chiede pertanto alla suprema Corte di Cassazione, di voler accertare che vi e’ stata la violazione e falsa applicazione da parte della Corte d’appello di Lecce nella sentenza impugnata della L. n. 389 del 1989, art. 1 e della L. n. 549 del 1995, art. 2, della L. n. 608 del 1996, art. 5 e della L. n. 144 del 1999, art. 45 e dell’art. 2070 c.c. e che detti articoli sono stati violati e falsamente applicati per escludere la validita’ ai fini dell’imponibile previdenziale — retribuzione minima da prendere come calcolo dei contributi – e dei benefici previdenziali L. n. 389 del 1989, ex art. 1, L. n. 549 del 1995, art. 2, comma 25, e L. n. 608 del 1996, art. 5 del C.C.N.L. ANIL – CISAL delle imprese faconiste stipulato il (OMISSIS) e dell’accordo provinciale di riallineamento al suddetto C.C.N.L., stipulato dalle medesime associazioni a livello provinciale in data (OMISSIS), recepito dalla ditta ricorrente il 13 luglio 1998. Di voler pertanto accertare l’illegittimita’ dell’ingiunzione di cui alla cartella esattoriale impugnata e della sentenza della Corte d’appello che, fondandosi sulla violazione e falsa applicazione della citata normativa, hanno escluso la validita’ dei suddetti accordi”.

2 – Col secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per insufficiente e contraddittoria motivazione.

La Corte territoriale, infatti, nel privilegiare il contratto collettivo stipulato da C.G.I.L., C.I.S.L. e U.I.L., ritenendo queste organizzazioni sindacali comparativamente piu’ rappresentative, non avrebbe indicato i parametri utilizzati per valutare tale maggiore rappresentativita’, che non significa scelta sulla base di una graduatoria di rappresentativita’.

Il ricorso e’ inammissibile.

Trattandosi di ricorso proposto avverso una sentenza pubblicata successivamente alla data del 1 marzo 2006, ad esso era applicabile l’art. 366 bis c.p.c. allora vigente, a norma del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2 e art. 27, comma 2.

Da cio’ la necessita’ di formulare un idoneo quesito di diritto con riferimento al primo motivo del ricorso e di esprimere, quanto al secondo, un momento di sintesi omologo a quello del quesito di diritto, che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera di non ingenerare incertezze (in questi ultimi termini, cfr. Cass. S.U. 1 ottobre 2007 n. 20603).

Secondo la giurisprudenza di questa Corte (Cass. sez. 1A, 22 giugno 2007 n. 14682, sez. un. 14 febbraio 2008 n. 3519) l’enunciazione, da parte del ricorrente (anche incidentale ex art. 371 c.p.c.), all’interno di uno dei motivi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4 del nodo essenziale della questione giuridica di cui egli auspica una certa soluzione persegue la duplice finalita’ di soddisfare l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui e’ pervenuta la sentenza impugnata e insieme quella di enucleare – con valenza piu’ ampia e percio’ nomofilattica – il corretto principio di diritto al quale ci si deve attenere in simili casi.

In questo senso, il quesito di diritto integra pertanto il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso concreto e l’enunciazione del principio giuridico generale.

Per adempiere alla duplice funzione indicata, il quesito di diritto deve anzitutto essere formulato in maniera specifica e deve essere chiaramente riferibile alla fattispecie in giudizio (Cass. S.U. 5 gennaio 2007 n. 36).

Esso inoltre non puo’ risolversi nella mera generica istanza di decisione sull’esistenza della violazione di legge denunciata, del tipo “dica la Corte con. la sentenza impugnata se vi e’ stata violazione della norma (Cass. sez. 1A, 25 settembre 2007 n. 19892), parafrasando la rubrica del motivo o le relative conclusioni.

Il quesito deve infatti “essere tale da consentire l’individuazione del principio di diritto che e’ alla base del provvedimento impugnato e correlativamente di un diverso principio la cui auspicata applicazione ad opera della Corte di cassazione sia idonea a determinare una decisione di segno diverso” (Cass. 22 giugno 2007 n. 14682).

In definitiva, secondo Cass. S.U. ord. 5 febbraio 2008 n. 2658, indicativamente “potrebbe apparire utile il ricorso ad uno schema secondo il quale sinteticamente si domandi alla Corte se, in una fattispecie quale quella contestualmente descritta nel quesito (fatto), si applichi la regola di diritto auspicata dal ricorrente in luogo di quella diversa adottata nella sentenza impugnata”, le ragioni della cui erroneita’ sono adeguatamente illustrate nel motivo.

In altri termini, secondo Cass. S.U. 14 febbraio 2008 n. 3519, seguita da sez. 3A, 9 maggio 2008 n. 11535) “il quesito non puo’ consistere in una mera richiesta di accoglimento del motivo ovvero nell’interpello della S.C. in ordine alla fondatezza della censura cosi’ come illustrata nello svolgimento dello stesso motivo, ma deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la medesima Corte in condizione di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regula iuris che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata. Cio’ vale a dire che la Corte di legittimita’ deve poter comprendere dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico – giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamene compiuto dal giudice di merito nel caso in esame e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare”.

Applicando i principi cosi’ enunciati, condivisi da questo collegio, si rileva che il quesito di diritto formulato nel caso in esame al termine del primo motivo di ricorso non rende evidente la chiave di lettura delle censure svolte alla sentenza impugnata col richiamo alle norme di legge ivi indicate nonche’ delle ragioni di sostegno ad una soluzione della controversia opposta a quella adottata dalla Corte territoriale, ma e’ formulato parafrasando le “conclusioni” degli atti introduttivi di un giudizio, che danno cioe’ per scontata la precedente esposizione delle ragioni giuridiche dell’azione giudiziaria.

Il che non appare sufficiente nel regime processuale in cui e’ inserito l’art. 366 bis c.p.c. Se infatti potesse ritenersi sufficiente desumere la chiave di lettura delle questioni giuridiche proposte col ricorso dalla complessiva esposizione del motivo, come ritenuto da un orientamento assolutamente minoritario della giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. 5 ottobre 2009 n. 2191), la norma processuale citata, che pure in maniera innovativa stabilisce la inammissibilita’ del motivo privo del quesito di diritto, finirebbe per non assumere alcun senso concreto (in tal senso, cfr., tra le altre, gia’ Cass. 20 giugno 2008 n. 16941).

Infine, quanto al secondo motivo (la cui autonoma rilevanza in questo giudizio appare comunque dubbia), esso non contiene neppure un tentativo di formulazione di un momento finale di sintesi relativamente al vizio di motivazione denunciato.

Concludendo, in base ai rilevi svolti, il ricorso va dichiarato inammissibile, con le normali conseguenze in ordine al regolamento delle spese di giudizio, operato in dispositivo. Nulla per le spese di Sobarit s.p.a., che non ha svolto difese in questo giudizio di cassazione.

P.Q.M.

LA CORTE Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente a rimborsare all’INPS le spese di questo giudizio, liquidate in Euro 12,00 per spese ed Euro 2.500,00, oltre accessori, per onorari; nulla per le spese di Sobarit s.p.a..

Cosi’ deciso in Roma, il 26 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 23 marzo 2010

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