Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6965 del 12/03/2021

Cassazione civile sez. trib., 12/03/2021, (ud. 13/10/2020, dep. 12/03/2021), n.6965

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente –

Dott. PERRINO Angel – Maria –

Dott. NONNO Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria Maria – Consigliere –

Dott. SAIJA Salvatore – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27143-2015 proposto da:

SAN MICHELE SRL IN LIQUIDAZIONE IN CONCORDATO PREVENTIVO, in persona

dei liquidatori pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

M. PRESTINARI 13, presso lo studio dell’avvocato PAOLA RAMADORI,

rappresentato e difeso dall’avvocato DOMENICO D’ARRIGO giusta

procura in calce;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1473/2015 della COMM.TRIB.REG. della Lombardia

SEZ.DIST. di BRESCIA, depositata il 14/04/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/10/2020 dal Consigliere Dott. SALVATORE SAIJA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MUCCI ROBERTO, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito per il controricorrente l’Avvocato ROCCHITTA GIAMMARIO che si

riporta.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

L’Ufficio di Brescia 1, a seguito di p.v.c. redatto dalla G.d.F. di Brescia in data 25.2.2009, emise due avvisi di accertamento nei confronti di San Michele s.r.l., rispettivamente per gli anni 2006 e 2007, accertando per il primo anno un maggior reddito e per il secondo una minor perdita, rispetto al dichiarato, ai fini IRES, IRAP e IVA; con due cartelle di pagamento, vennero richiesti, a titolo di ruolo straordinario, gli interi importi così accertati. La società impugnò detti atti con separati ricorsi, per ciascuna annualità; la C.T.P. di Brescia, previa riunione dei ricorsi, con sentenza n. 77/8/12 accolse parzialmente quello inerente all’anno 2006, rettificando in Euro 152.972,00 l’importo dell’IVA indebitamente detratta e rigettando nel resto. Proposto appello dalla società, frattanto posta in liquidazione e ammessa al concordato preventivo, la C.T.R. della Lombardia, sez. st. di Brescia, lo accolse parzialmente con sentenza del 14.4.2015, riducendo la pretesa relativa al sottoconto (OMISSIS) ad Euro 45,000,00, annullando la ripresa relativa al conto (OMISSIS) e quella per Euro 180.000,00 relativa al sottoconto (OMISSIS) e confermando nel resto la sentenza impugnata.

La società ricorre ora per cassazione, sulla base di sette motivi, cui resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1 – Con il primo motivo, si lamenta l’omessa pronuncia – in violazione dell’art. 112 c.p.c. ed in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – sul motivo d’appello inerente alla denunciata illegittimità degli accertamenti agenziali, per essere stato recepito acriticamente il contenuto del p.v.c. della G.d.F., senza adottare una adeguata motivazione con vaglio critico dello stesso atto istruttorio.

1.2 – Con il secondo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 102, comma 7, e art. 96 del TUIR, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 Avuto riguardo alle riprese per “oneri di prelocazione finanziaria”, la ricorrente si duole della decisione della C.T.R. che ne ha confermato la non deducibilità, in quanto inerenti ad un contratto di leasing immobiliare, potendo la deduzione operare – secondo il giudice d’appello – soltanto dalla consegna del bene, all’epoca non ancora avvenuta. La società rileva l’erroneità dell’asserto, giacchè riguardo al contratto di leasing immobiliare (per immobile da realizzare) concluso con Fineco Leasing s.p.a. in data 22.7.2003, per l’importo complessivo di Euro 1.320.000,00, era stata espressamente prevista la suddivisione in due periodi: nel primo, appunto denominato “prelocazione finanziaria” ed antecedente all’ultimazione del bene, essa ricorrente avrebbe dovuto pagare interessi in certa misura; inoltre, qualora l’immobile non fosse stato ultimato alla data stabilita (evento che avrebbe avviato la seconda fase del contratto), detto periodo avrebbe potuto essere prolungato dalla concedente. Il che, secondo la società, è quanto avvenuto, giacchè l’immobile, alla data del 31.12.2007, non era stato ultimato, tanto che la Fineco aveva prorogato il termine di consegna e le aveva chiesto la corresponsione di detti interessi. Nel negare la deducibilità degli oneri, dunque, la C.T.R. – secondo la ricorrente – non considera che gli oneri addebitati non attengono al leasing, ma sono oneri di prefinanziamento, sicchè del tutto correttamente essa società li aveva imputati a conto economico. Conseguentemente, in forza del combinato disposto degli artt. 102 e 96 del TUIR, la società non era tenuta ad operare alcuna rettifica della posta a fini fiscali rispetto all’utile civilistico dichiarato.

1.3 – Con il terzo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 109, commi 1 e 2, del TUIR, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Quanto alle riprese per i costi di acquisto di manufatti da Pannelli s.p.a., la ricorrente si duole della decisione della C.T.R. che ne ha escluso la natura di giacenze di magazzino al 31.12.2006 per essere di competenza dell’anno successivo. In particolare, rileva che, per accordi col fornitore, la merce veniva prodotta con largo anticipo, venduta franco fabbrica e fatturata al momento dell’ultimazione; essa, quindi, veniva tenuta in giacenza, a sua disposizione, presso i depositi del fornitore, ma doveva considerarsi già nella sua disponibilità, sicchè del tutto correttamente era stata imputata, per competenza, all’esercizio 2006.

1.4 – Con il quarto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 109, comma 2, e art. 93 del TUIR, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 Avuto riguardo alle riprese per spese professionali per acquisto di terreni con immobili in costruzione, la ricorrente lamenta l’erroneità della decisione della C.T.R., che ha ritenuto di non poterli riconoscere in quanto attinenti a servizi non ultimati dai relativi professionisti, sicchè non possono essere riferiti, per competenza, all’anno 2006.

1.5 – Con il quinto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 109 del TUIR e artt. 2697,2727 e 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Quanto alla ripresa per spese per sponsorizzazioni (pari ad Euro 100.000,00 per l’anno 2006), la ricorrente si duole dell’erroneità della sentenza d’appello che ne ha escluso la deducibilità, rilevando che il contratto in questione (sponsorizzazione di Volley Club s.r.l. di Modena) non era sottoscritto e che i documenti pubblicitari erano relativi ad altre squadre.

1.6 – Con il sesto motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 109, comma 2, del TUIR e artt. 2697,2727 e 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Riguardo alla ripresa per acconti non deducibili, la ricorrente lamenta l’erroneità della sentenza d’appello laddove s’è ritenuto che gli stessi acconti si riferissero ad opere non ultimate, giacchè gli acconti a fornitori vanno imputati o a costi, ovvero a rimanenze, qualora alla fine dell’esercizio le relative lavorazioni non siano ancora ultimate.

1.7 – Con il settimo motivo, infine, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 110 e 163 del TUIR, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. La C.T.R. ha escluso che, nella specie, ricorresse la doppia imposizione, giacchè l’eventuale imposta versata in più a seguito dello spostamento dell’anno di competenza può essere richiesta a rimborso dal contribuente. Osserva la ricorrente l’illegittimità di tale statuizione, giacchè l’Ufficio avrebbe dovuto direttamente tener conto di tali spostamenti contabili già in seno agli atti impositivi impugnati.

2.1 – Preliminarmente, va rilevato che il ricorso principale, che consta nel complesso di ben 111 pagine, riporta da pag. 1 a pag. 6 la scansione dei momenti processuali rilevanti; da pag. 6 (in fine) in poi, vengono esposti i sette motivi di doglianza, per ciascuno dei quali, dopo aver sommariamente indicato l’oggetto della relativa ripresa fiscale, la ricorrente ritiene di dover seguire il medesimo seguente schema: 1) dapprima, vengono testualmente riportate, per esteso, tutte le parti degli avvisi di accertamento impugnati relative al motivo; 2) subito dopo, vengono testualmente trascritte le relative ragioni di impugnazione esposte nei ricorsi di primo grado (poi riuniti); 3) si procede, quindi, all’integrale trascrizione delle rispettive difese dell’ADE, in primo grado; 4) si riporta, successivamente, la relativa statuizione della CTP; 5) si procede, poi, alla trascrizione, integrale, delle doglianze mosse dall’odierna ricorrente con l’appello; 6) correlativamente, vengono di seguito riportate le difese svolte nel giudizio d’appello dall’Agenzia; 7) si riportano, ancora testualmente, le relative statuizioni della CTR; 8) infine, si svolgono considerazioni di sintesi circa le ragioni per cui deve ritenersi sussistente il vizio denunciato nella rispettiva rubrica, con una chiosa finale.

Tale modus procedendi comporta che l’esposizione del primo motivo occupa da p. 6 (in fine) a p. 23 del ricorso; il secondo motivo da p. 23 a p. 39; il terzo da p. 39 a p. 55; il quarto da p. 55 a p. 67; il quinto da p. 67 a p. 73; il sesto da p. 73 a p. 98; il settimo da p. 98 a p. 108.

E’ evidente, insomma, che il ricorso in esame riporta tutte le caratteristiche dell'”assemblaggio”, perchè nell’esposizione di ogni singolo motivo si riproducono pro parte, senza commento, pressochè tutti gli atti del processo (ricorso di primo grado, controdeduzioni dell’Agenzia, sentenza della C.T.P., ricorso in appello, memoria di replica, sentenza impugnata, ecc.), di fatto costringendo la Corte alla faticosa (o “indaginosa”, come precisato da Cass., Sez. Un., n. 16628/2009) selezione di ciò che è rilevante ai fini della decisione. Tuttavia, con i limiti del caso, può con qualche sforzo superarsi il vaglio di ammissibilità, alla luce dell’insegnamento secondo cui “Il ricorso per cassazione c.d. “assemblato” mediante integrale riproduzione di una serie di documenti, implicando un’esposizione dei fatti non sommaria, viola l’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, ed è pertanto inammissibile, salvo che, espunti i documenti e gli atti integralmente riprodotti, in quanto facilmente individuabili ed isolabili, l’atto processuale, ricondotto al canone di sinteticità, rispetti il principio di autosufficienza” (Cass. n. 8245/2018; per un’applicazione di questo principio, si veda anche Cass. n. 19449/2020).

Si procederà, dunque, all’esame del ricorso stesso con la cennata metodologia dell’espunzione, evidenziando sin d’ora che lo scrutinio di ciascun motivo, ricondotto al canone di sinteticità, non ha palesato deficit espositivo foriero della violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3.

3.1 – Ciò posto, il primo motivo è infondato.

Come si evince dall’esposizione del mezzo, opportunamente depurato (v. par. 2.1), la società s’era doluta dell’accoglimento acritico delle risultanze del p.v.c. da parte dell’Agenzia, e tanto aveva fatto sia in primo grado, che in appello, ove aveva reiterato le stesse considerazioni. Ciò si evince, peraltro, dalla stessa sentenza impugnata, laddove la C.T.R. ha respinto l’eccezione d’inammissibilità del gravame, l’Ufficio avendo rilevato che la contribuente s’era limitata a meramente riproporre le argomentazioni di primo grado.

Ora, la valutazione analitica operata dalla C.T.R. circa le singole riprese fiscali, come contestate dalla società, presuppone necessariamente che essa abbia negativamente valutato le eccezioni di nullità degli avvisi impugnati al riguardo, per difetto di motivazione, tanto più che lo stesso giudice d’appello ha talvolta specificamente rilevato tale difetto, in relazione al deficit originario del p.v.c., rimproverando all’Agenzia di non aver espresso nell’avviso di accertamento la necessaria spiegazione, come ad es. nel caso della sponsorizzazione della manifestazione (OMISSIS).

Si tratta, in definitiva, di un rigetto implicito del motivo d’appello in esame, sicchè non è configurabile alcuna omessa pronuncia (v., da ultimo, Cass. n. 20718/2018).

4.1 – Il secondo motivo attiene alla ripresa fiscale con cui l’Ufficio ha contestato la violazione del criterio di competenza relativa al costo dei canoni di “prelocazione finanziaria” inerenti ad un contratto di leasing, ritenuti indeducibili dalla stessa C.T.R. fino al momento dell’ultimazione e della consegna dell’immobile.

Come si evince dagli atti regolamentari, si tratta nella specie di un particolare contratto di locazione finanziaria, il c.d. leasing-appalto, o leasing in costruendo, il cui ambito elettivo è proprio della costruzione di opere pubbliche o di pubblica utilità (tanto da essere espressamente disciplinato dal D.Lgs. n. 50 del 2016, art. 187Codice dei contratti pubblici), per quanto sia diffuso anche nei rapporti tra privati, come nella specie.

Più in dettaglio, con il leasing in costruendo il concedente finanzia di regola l’acquisto dell’area di sedime, nonchè il costo di costruzione di un determinato immobile, in favore dell’appaltatore. La locazione finanziaria, però, opera solo dal momento della consegna dell’immobile ultimato, sicchè solo da tale momento l’utilizzatore-appaltatore è chiamato a pagare i canoni del leasing, fino all’eventuale riscatto; nel periodo precedente, invece, sono dovuti i “canoni di prelocazione” (o di prefinanziamento), composti essenzialmente dagli interessi calcolati sulle somme corrisposte dalla società concedente all’appaltatore, nel periodo intercorrente tra la conclusione del contratto e la consegna del bene frattanto ultimato.

Ora, il problema è di stabilire se, ai fini della deduzione del costo dei “canoni di prelocazione”, questi debbano essere trattati alla stregua di interessi passivi, e siano quindi da considerare come immediatamente deducibili ex art. 96 TUIR (occorrendo in tal caso concettualmente distinguere, nell’ambito del contratto di leasing, tra locazione finanziaria vera e propria e prefinanziamento, quest’ultimo ascrivibile alla categoria dei contratti con causa di finanziamento tout court), ovvero se essi diventino deducibili solo dopo la consegna del bene, ex art. 102 TUIR (in tale ipotesi prevalendo, all’evidenza, l’unitarietà del contratto).

La questione è stata di recente affrontata da Cass. n. 8897/2018, che ha così statuito: “In tema di deduzione delle spese sostenute dall’impresa utilizzatrice di beni concessi in leasing, in assenza di una specifica disciplina, occorre fare riferimento al criterio generale di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 75 (ora art. 109 del medesimo D.P.R.), che opera, nell’ipotesi di leasing traslativo di immobile in corso di costruzione o ristrutturazione, anche per i canoni di prefinanziamento e per gli interessi passivi, corrisposti prima della consegna, che devono essere considerati afferenti al bene per il quale sono stati sostenuti e, di conseguenza, quali oneri di diretta imputazione, dedotti pro quota, mediante la tecnica contabile del risconto, per l’intera durata del contratto, a partire dal momento della consegna del bene”.

Com’è evidente, il problema è direttamente collegato all’inderogabilità dei criteri di imputazione temporale dei costi e dei ricavi, noto essendo che “In tema di reddito d’impresa, le regole sull’imputazione temporale dei componenti di reddito, dettate in via generale dal D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 75 sono tassative ed inderogabili, non essendo consentito al contribuente di ascrivere a proprio piacimento un componente positivo o negativo di reddito ad un esercizio diverso da quello individuato dalla legge come esercizio di competenza, nè essendone ammessa l’imputazione in misura superiore a quella prevista per ciascun esercizio. Il recupero a tassazione dei ricavi nell’esercizio di competenza non può pertanto trovare ostacolo nella circostanza che essi siano stati dichiarati in un diverso esercizio, non potendosi lasciare il contribuente arbitro della scelta del periodo più conveniente in cui dichiarare i propri componenti di reddito, con innegabili riflessi sulla determinazione del proprio reddito imponibile” (Cass. n. 28159/2013).

Nel raggiungere le riportate conclusioni, la citata Cass. n. 8897/2018 ha anche evidenziato (in motivazione) che il bene da costruire resta nella esclusiva proprietà della società concedente fino all’esercizio del riscatto, sicchè i costi recuperati dall’Ufficio devono considerarsi concernenti il bene specifico per il quale sono stati sostenuti, rappresentando quindi “oneri di diretta imputazione” perchè particolari di ciascun bene, e ciò in piena coerenza con la considerazione unitaria della causa concreta del contratto, dotato di specifica e complessiva omogeneità funzionale.

Ritiene la Corte di dover dare continuità al detto insegnamento, in quanto, da un lato, una valutazione di unitarietà in concreto, ut supra, è stata offerta dalla stessa C.T.R., con accertamento di merito non adeguatamente censurato dalla ricorrente, e dall’altro, gli argomenti spesi nel ricorso non offrono sostegno ad un diverso opinamento, giacchè l’art. 102 del TUIR (nel testo vigente ratione temporis) stabilisce al comma 1 che “Le quote di ammortamento del costo dei beni materiali strumentali per l’esercizio dell’impresa sono deducibili a partire dall’esercizio di entrata in funzione del bene” e al comma 7 che “Per i beni concessi in locazione finanziaria l’impresa concedente che imputa a conto economico i relativi canoni deduce quote di ammortamento determinate in ciascun esercizio nella misura risultante dal relativo piano di ammortamento finanziario e non è ammesso l’ammortamento anticipato; (…)”. Dalla considerazione unitaria della causa del contratto in discorso discende, dunque, la deducibilità degli oneri contrattuali (compresi i canoni di “prelocazione finanziaria”) solo dall’esercizio di entrata in funzione del bene, ossia dal momento della sua consegna, come correttamente affermato dalla C.T.R. Il motivo in esame è dunque infondato, potendo nelle more la società dedurre detti oneri, pro quota, con la tecnica contabile del risconto.

5.1 – Il terzo motivo è inammissibile.

La questione con esso dedotta concerne gli acquisti di pannelli prefabbricati di tamponamento, i cui costi, secondo l’Ufficio, sono stati dedotti dalla società, anche in tal caso, senza rispettare il criterio della competenza.

In proposito, la C.T.R. ha accertato che la tesi secondo cui tali materiali, per prassi negoziale, dovevano intendersi depositati presso lo stabilimento della produttrice, in quanto già trasferiti alla ricorrente al momento della fatturazione, non è convincente, risulta non provata e addirittura smentita dalla stessa società, che li ha inseriti tra le proprie giacenze di magazzino. Pertanto, la circostanza che la consegna della merce non fosse avvenuta nel 2006 (con conseguente applicazione della regola di cui all’art. 109 TUIR, che individua l’esercizio di competenza in quello, appunto, della consegna) costituisce un tipico accertamento in fatto, che la ricorrente pretende di rimettere in discussione mascherando la censura, inammissibilmente, dietro una pretesa violazione di norma di diritto, solo potendosi denunciare, al riguardo, il vizio motivazionale (Cass. n. 26110/2015), nella specie non dedotto.

6.1 – Analoghe considerazioni possono svolgersi per il quarto e il sesto motivo, da valutarsi congiuntamente perchè inerenti a questioni identiche.

Essi sono entrambi inammissibili, ut supra, giacchè la C.T.R. ha accertato che la ripresa sugli “acconti” si fonda sulla circostanza che i servizi o i costi in discorso riguardano servizi o opere non ultimate, donde l’indeducibilità dei costi ex art. 109, comma 2, lett. b, del TUIR. Anche in tal caso, dunque, la ricorrente mira a rimettere in discussione un accertamento in fatto del giudice del merito, inammissibilmente, senza peraltro denunciare il vizio motivazionale.

7.1 – Lo stesso dicasi per il quinto motivo, anch’esso inammissibile.

La C.T.R. ha accertato che il contratto di sponsorizzazione non era firmato e che la documentazione pubblicitaria riguardava squadre diverse dal Volley Club s.r.l. di Modena, così negandone la deducibilità. A parte la natura fattuale dell’accertamento, non denunciabile in questa sede ut supra, se non sotto il profilo del deficit motivazionale (anche qui non dedotto dalla società), può al riguardo aggiungersi che in alcun modo la ricorrente spiega perchè la C.T.R. avrebbe violato, come pure dedotto, gli artt. 2697,2727 e 2729 c.c., donde un ulteriore profilo di inammissibilità.

8.1 – Infine, il settimo motivo è infondato.

L’Agenzia delle Entrate, nel contestare alla società – come s’è ampiamente detto – la violazione del principio della competenza, ha ripreso a tassazione per l’anno 2007 costi per Euro 233.568,84, precisando che gli stessi erano di competenza dell’esercizio 2006; al contempo, risulta che, nell’accertamento del 2006, sono stati ripresi a tassazione costi per Euro 18.422,55, ritenuti di competenza dell’esercizio 2007. Conseguentemente, la società ha chiesto che detti costi, come riposizionati, venissero portati in diminuzione dei redditi dei rispettivi esercizi, ma la C.T.R. – confermando la prima decisione – ha ritenuto che non vi fosse alcun obbligo da parte dell’Ufficio, ben potendo la contribuente richiedere il rimborso dell’eventuale imposta pagata in eccedenza.

In proposito, ancora di recente, è stato condivisibilmente affermato che “In tema di reddito d’impresa, il recupero dei costi in base al criterio di competenza temporale non determina una duplicazione di imposta in quanto la dichiarazione del costo in una determinata annualità consente l’accertamento dell’Ufficio sulla base del corretto impiego di detto criterio, non essendo consentito al contribuente di scegliere il periodo in cui registrare le passività secondo la propria convenienza, così da alterare i risultati economici dell’esercizio, mentre, in caso di effettivo pagamento per due volte della medesima imposta, dispone dei rimedi ordinamentali della dichiarazione integrativa e del rimborso” (Cass. n. 15019/2020; nello stesso senso, Cass. n. 6331/2008).

Come è evidente, il disposto dell’art. 110, comma 8, del TUIR (secondo cui “La rettifica da parte dell’ufficio delle valutazioni fatte dal contribuente in un esercizio ha effetto anche per gli esercizi successivi. L’ufficio tiene conto direttamente delle rettifiche operate e deve procedere a rettificare le valutazioni relative anche agli esercizi successivi”), non è pertinente, perchè esso concerne le valutazioni dei cespiti (ad es. quanto alle rimanenze di magazzino), e non già la regola dell’imputazione per competenza; nessun rischio di doppia imposizione, dunque, può in concreto verificarsi al riguardo, ben potendo la contribuente, in eventum, chiedere il rimborso di quanto pagato in eccedenza, come correttamente accertato dalla C.T.R..

9.1 – In definitiva, il ricorso è rigettato. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

In relazione alla data di proposizione del ricorso per cassazione (successiva al 30 gennaio 2013), può darsi atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 13.300,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il 13 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 12 marzo 2021

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