Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6922 del 11/03/2021

Cassazione civile sez. lav., 11/03/2021, (ud. 15/12/2020, dep. 11/03/2021), n.6922

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21532/2015 proposto da:

MINISTERO DELLA SALUTE, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ex lege dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO

presso i cui Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI N.

12;

– ricorrente –

contro

B.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 107/2015 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 23/03/2015 R.G.N. 134/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/12/2020 dal Consigliere Dott. DANIELA CALAFIORE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con la sentenza n. 107/2015, la Corte d’Appello di Torino ha riformato la sentenza di primo grado ed ha condannato il Ministero della Salute al pagamento delle maggiori somme dovute (pari ad Euro 49.193,34 sino al 31.12.2013) per rivalutazione della componente relativa all’indennità integrativa speciale in relazione alla somma, parametrata all’indennizzo ex L. n. 210 del 1992, dovuta in favore di B.A. per indennizzo annuo previsto dalla L. n. 244 del 2007, in conseguenza del danno fisico subito per la somministrazione del farmaco talidomide alla madre;

a fondamento della sentenza la Corte territoriale ha affermato che la parte appellata ha diritto a percepire l’indennizzo di cui alla L. n. 244 del 2007, determinato ai sensi del D.M. n. 163 del 2009, in relazione a quello stabilito dalla L. n. 210 del 1992, art. 2, il quale deve intendersi comprensivo dell’indennità integrativa speciale in applicazione di quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità la quale ha riconosciuto che tale indennizzo consta di due componenti (un importo fisso ex lege e l’indennità integrativa speciale) entrambe assoggettate a rivalutazione secondo il tasso annuale di inflazione programmata; d’altra parte, la Corte Costituzionale con sentenza n. 293/2011 aveva dichiarato l’illegittimità dell’art. 11, commi 13 e 14, del successivo D.L. n. 78 del 2010, convertito dalla L. n. 122 del 2010, che, proprio a seguito di quella giurisprudenza, aveva sancito che sull’importo relativo all’indennità integrativa speciale non fosse dovuta la rivalutazione secondo il tasso di inflazione; secondo la Corte Costituzionale la norma aveva introdotto un trattamento ingiustificatamente diversificato per i soggetti danneggiati in modo irreversibile da emotrasfusioni proprio rispetto alle persone affette da sindrome da talidomide, alle quali è dovuto l’indennizzo stabilito ai sensi della L. 29 ottobre 2005, n. 229, art. 1, che rinvia a sua volta alla L. n. 210 del 1992, art. 1, comma 1 e prevede al comma 4 che l’intero importo dell’indennizzo stabilito ai sensi del presente articolo è rivalutato annualmente in base alla variazione degli indici Istat;

neppure si poteva affermare che, come sostenuto dal Ministero della Salute, con la rivalutazione dell’indennità integrativa speciale sulla somma dovuta in base alla L. n. 244 del 2007, ai soggetti che avevano avuto danni fisici da talidomide, si arrivasse ad una sorta di duplicazione della rivalutazione; il che non era perchè il computo dell’indennizzo base, sul quale occorreva applicare il moltiplicatore previsto dalla L. n. 229 del 2005, art. 1, comma 1, doveva avvenire (in relazione alla L. n. 229 del 2005, art. 2, commi 1 e 2, art. 1, comma 1), rapportandosi alla L. n. 210 del 1992, art. 2, commi 1 e 2, come oramai regolamentato a seguito della sentenza della Corte Costituzionale citata e quindi con la rivalutazione anche dell’indennità integrativa speciale;

contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Ministero della Salute con un motivo;

B.A. non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con l’unico motivo di ricorso il Ministero della Salute afferma, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione della L. n. 229 del 2005, art. 1,L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 363, D.M. n. 163 del 2009 e della L. n. 210 del 1992, art. 2, comma 2, sostenendo che il rinvio della L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 363, alla misura dell’indennizzo di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 2, sarebbe da intendere come rinvio “fisso”, insensibile alle vicende che hanno riguardato la seconda disposizione, sottolineando altresì l’illogicità del fatto che gli effetti della declaratoria di incostituzionalità della L. n. 210 del 1992, art. 2, fondati sulla comparazione proprio con l’indennizzo di cui alla L. n. 244 del 2007, finissero per riverberarsi a ritroso, secondo l’interpretazione fornita dalla Corte territoriale, anche su quest’ultimo indennizzo, incrementandone l’ammontare;

il motivo è infondato e va disatteso in continuità con i precedenti di questa Corte di legittimità (da ultimo vd. Cass. n. 30132 del 2018); l’ordinamento prevede un indennizzo per i danni da emostrafusioni (L. n. 210 del 1992, art. 1, comma 2), composto da due quote (assegno, di cui alla cit. L. n. 210, art. 2, comma i e indennità integrativa speciale, di cui all’art. 2, comma 2), un diverso indennizzo (cit. L. n. 210, art. 1, comma 1) per i danni da vaccinazione obbligatoria, composto delle medesime quote (assegno e indennità integrativa speciale) e da un ulteriore componente (L. n. 229 del 2005, art. 1) pari fino a sei volte l’indennizzo mensile di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 2; infine è previsto un indennizzo per i danni da uso del talidomide che la L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 363, regola facendo rinvio all’indennizzo di cui alla L. n. 229 del 2005, art. 1, già menzionato;

in esito a contrasti giurisprudenziali, il D.L. n. 78 del 2010, art. 11, comma 13, conv. con modif. in L. n. 122 del 2010, stabilì che della L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 2, il comma 2 e successive modificazioni, riguardante sia i danneggiati da vaccinazioni sia i danneggiati da trasfusioni, si interpretasse “nel senso che la somma corrispondente all’importo dell’indennità integrativa speciale non è rivalutata secondo il tasso d’inflazione”; la questione di legittimità di tale norma è stata accolta dalla Corte Costituzionale sulla base della comparazione della disciplina propria degli emotrasfusi con l’indennizzo per l’uso del talidomide (trattandosi in entrambi i casi di trattamenti non obbligatori), sicchè anche l’indennità integrativa speciale prevista quale componente dell’indennizzo per gli emotrasfusi era da ritenere soggetta alla medesima rivalutazione prevista per i danneggiati da talidomide (Corte Costituzionale 9 novembre 2011, n. 293);

tale pronuncia è stata estesa ai danneggiati da vaccinazioni obbligatorie ma vi è da considerare che l’indennizzo previsto per gli emotrasfusi e i danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, come si è detto, costituisce base di calcolo per l’ulteriore indennizzo (proprio dei soli vaccinati) di cui alla L. n. 229 del 2005, art. 1 e che la misura dell’indennizzo per i danneggiati da talidomide è della medesima misura di quello di cui allo stesso art. 1;

pertanto, l’incremento di una delle componenti della base di calcolo (l’indennità integrativa speciale) modifica l’ammontare dell’indennizzo per i danneggiati da talidomide e quindi restano dovute le relative differenze; nè ciò determina, come adombrato dalle difese del Ministero, una duplicazione di rivalutazioni, in quanto una cosa è la rivalutazione dell’indennizzo già prevista dalla L. n. 229 del 2005, art. 1, comma 4, destinata a porre al riparo l’importo dalla perdita di valore del denaro nel corso del tempo, altra cosa è la rivalutazione della base di calcolo, destinata soltanto ad incrementare la misura iniziale dell’indennizzo stesso;

in definitiva, la L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 363, prevede che ai danneggiati da talidomide sia riconosciuto “l’indennizzo di cui alla L. 29 ottobre 2005, n. 229, art. 1” e non un mero importo pari a quanto (nel 2005) previsto per tale indennizzo;

al contempo la L. n. 229 del 2005, art. 1, comma 1, prevede che l’indennizzo da esso previsto sia pari a multipli della “somma percepita dal danneggiato ai sensi della L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 2”, ove per “somma percepita” non può che intendersi quella che vi era diritto a percepire, sicchè l’interpretazione invalsa, a livello costituzionale e di legittimità, della L. n. 210 del 1992, art. 2, inevitabilmente incrementa ab origine l’indennizzo ivi previsto e, consequenzialmente, la base di calcolo di quello di cui alla L. n. 229 del 2005, art. 1 e di quello di cui alla L n. 244 del 2007, art. 2, comma 363;

non vi sono dunque margini per ritenere, come vorrebbe la difesa erariale, che il rinvio della L. n. 244 del 2007, art. 2, comma 363, L. n. 229 del 2005, art. 1, sia un rinvio fisso all’importo stabilito da quest’ultima disposizione e d’altra parte le sentenze di accoglimento della Corte Costituzionale sono notoriamente (tra le molte, da ultimo, Cass. 20 novembre 2012, n. 20381; Cass. 18 luglio 2006, n. 16450) tali da comportare la rimozione o la rimodulazione con effetti ex tunc della norma, a meno che esse stesse, come non accade nel caso di specie, autolimitino al futuro la propria efficacia (v. Corte Costituzionale 11 febbraio 2015, n. 10, in relazione all’esigenza di evitare che la pronuncia di illegittimità comportasse una grave violazione dell’equilibro di bilancio ai sensi dell’art. 81 Cost.);

per analoghe ragioni, è pure da escludere che possa avere rilievo decisivo il fatto che la pronuncia della Corte Costituzionale avesse riguardato l’estensione della disciplina a favore dei danneggiati da trasfusioni, per l’assenza di obbligatorietà del trattamento che li accomunava ai danneggiati da talidomide, e non, in senso stretto, ai danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, rispetto ai quali anzi essa esclude una rigorosa necessità di pari trattamento, posto che il D.L. n. 78 del 2010, art. 11, comma 13, dichiarato (senza limitazioni) incostituzionale riguardava tout court la L. n. 210 del 1992, art. 2, comma 2, sicchè anche l’unica interpretazione costituzionalmente legittima dell’art. 2, comma 2, cit., che ne è residuata non può che riguardare tutti i soggetti contemplati dalla medesima norma;

il ricorso va, dunque, rigettato; nulla per le spese in assenza di attività difensiva da parte dell’intimata;

non ricorrono le condizioni per il versamento del c.d. doppio contributo da parte dell’Amministrazione soccombente, alla stregua della giurisprudenza di questa Corte, laddove ha affermato che nei casi di impugnazione respinta integralmente o dichiarata inammissibile o improcedibile, l’obbligo di versare, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, non può trovare applicazione nei confronti delle Amministrazioni dello Stato che, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo” (Cass. 29/01/2016, n. 1778; Cass. n. 5955 del 2014).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 marzo 2021

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