Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6920 del 11/03/2020

Cassazione civile sez. I, 11/03/2020, (ud. 14/01/2020, dep. 11/03/2020), n.6920

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 36667/2018 proposto da:

D.O., elettivamente domiciliato in (OMISSIS) presso lo

studio dell’avvocato Enrica Inghilleri e rappresentato e difeso

dall’avvocato Lucia Paolinelli per procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t., elettivamente

domiciliato per legge presso l’Avvocatura Generale dello Stato in

Roma, Via dei Portoghesi, 12;

– intimato –

avverso la sentenza n. 861/2018 della Corte di appello di Ancona

depositata il 11.06.2018.

udita la relazione della causa svolta dal Cons. SCALIA Laura nella

camera di consiglio del 14/01/2020.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di appello di Ancona con la sentenza in epigrafe indicata ha rigettato, pronunciando ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35, l’impugnazione proposta da D.O. avverso l’ordinanza del locale Tribunale che aveva respinto l’opposizione avverso il diniego frapposto dalla competente Commissione territoriale al riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria ed umanitaria.

D.O. ricorre per la cassazione dell’indicata sentenza con due motivi.

Il Ministero dell’Interno, intimato, non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente, originario della (OMISSIS), che nel racconto reso alla competente Commissione territoriale aveva dichiarato di aver abbandonato il proprio Paese per la condizione di violenza diffusa nei territori di provenienza che aveva causato svariati lutti tra i propri congiunti, deduce vizio di motivazione per apparenza ed apoditticità della motivazione su fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La Corte di appello nella parte generale della sentenza avrebbe esposto ed elencato le fonti consultate senza precisare gli elementi posti a base della valutazione del caso concreto e senza confutare le censure formulate dal ricorrente avverso il provvedimento di diniego.

2. Con il secondo motivo il ricorrente contesta la violazione dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 1, 2, 3, 4 e 5, e art. 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e art. 11; del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6; del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, nonchè vizio di motivazione.

Con motivazione generica di conferma di quella adottata dal Tribunale, e prima ancora del provvedimento della Commissione amministrativa, la Corte di merito avrebbe escluso la protezione internazionale anche nella forma sussidiaria. Con racconto lineare, D. aveva dichiarato di essersi allontanato dal proprio Paese temendo di rimanere vittima di una situazione di violenza diffusa che aveva già determinato la morte del padre e dello zio, vicenda che si sarebbe inserita nel contesto dei territori di provenienza, in cui i diritti di libertà erano limitati, i processi iniqui e disumana era la detenzione nelle carceri, cui seguiva il decesso delle persone ristrette; le persone gay ed i transgender erano discriminate, i minori costretti all’accattonaggio, l’impunità era presente rispetto a persone forzatamente scomparse, come confermato dal Report A.I. (OMISSIS) sulla situazione del Senegal.

Siffatta situazione era stata erroneamente interpretata dalla Corte dorica che aveva escluso nella prima i presupposti per la configurazione della persecuzione e del danno grave, rispettivamente legittimanti il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria.

La Corte di merito non avrebbe esaminato autonomamente i parametri normativi della credibilità delle dichiarazioni del ricorrente, che avrebbe fatto ogni sforzo nel circostanziare il racconto e, sminuendo le argomentazioni del primo, avrebbe omesso di verificare se in concreto gli episodi di violenza riferiti avessero assunto il livello di intollerabilità denunciato, configurando “persecuzione” o “danno grave”, mancando di collegare i primi, relativi alle persone del padre e dello zio, con la possibilità del richiedente di difendersi. La Corte di merito avrebbe lasciato inosservato l’onere di informarsi attraverso l’acquisizione dei dati elaborati dalla Commissione Nazionale per il diritto di asilo secondo quanto fornito dall’A.C.N. U.R. – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dal Ministero degli Affari Esteri.

L’accertamento delle attuali condizioni del Senegal sarebbe poi stato necessario per scrutinare la sussistenza delle condizioni di rilascio di un permesso di soggiorno e tanto insieme alle condizioni personali del richiedente ed al grado di integrazione raggiunto in Italia dal ricorrente, che aveva reperito un regolare contratto di lavoro e parlava la lingua italiana. Non sarebbe stato considerato il periodo di prigionia e le torture subite in Libia.

3. I motivi sono infondati.

3.1. Sul primo motivo.

Questa Corte di legittimità, con principio al quale vuole qui darsi continuità nell’apprezzata sua ragionevolezza, ha affermato che in materia di protezione internazionale, il richiedente è tenuto ad allegare i fatti costitutivi del diritto alla protezione richiesta, e, ove non impossibilitato, a fornirne la prova, trovando deroga il principio dispositivo, soltanto a fronte di un’esaustiva allegazione, attraverso l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che lo stesso richiedente non è in grado di provare, soltanto qualora egli, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda e ad aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla, superi positivamente il vaglio di credibilità soggettiva condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, (Cass. n. 15794 del 12/06/2019; Cass. n. 27336 del 29/10/2018).

Sull’indicata premessa, nella intrinseca inattendibilità del richiedente alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, i giudici di merito non sono tenuti a porre in essere alcun approfondimento istruttorio officioso (Cass., 27/06/2018, n. 16925; Cass. 10/4/2015 n. 7333; Cass. 1/3/2013 n. 5224).

Il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, stabilisce che anche in difetto di prova, la veridicità delle dichiarazioni del richiedente deve essere valutata alla stregua dei seguenti indicatori: a) il compimento di ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; b) la sottoposizione di tutti gli elementi pertinenti in suo possesso e di una idonea motivazione dell’eventuale mancanza di altri elementi significativi; c) le dichiarazioni del richiedente debbono essere coerenti e plausibili e non essere in contraddizione con le informazioni generali e specifiche pertinenti al suo caso, di cui si dispone; d) la domanda di protezione internazionale deve essere presentata il prima possibile, a meno che il richiedente non dimostri un giustificato motivo per averla ritardata; e) la generale attendibilità del richiedente, alla luce dei riscontri effettuati.

Il contenuto dei parametri sub c) ed e), sopra indicati, evidenzia che il giudizio di veridicità delle dichiarazioni del richiedente deve essere integrato dall’assunzione delle informazioni relative alla condizione generale del paese, quando il complessivo quadro i allegazione e prova che sia stato fornito non risulti esauriente, purchè però il giudizio di veridicità alla stregua degli indici di genuinità intrinseca sia positivo (Cass. 24/9/2012, n. 16202 del 2012; Cass. 10/5/2011, n. 10202).

In materia di protezione internazionale, il principio per il quale le dichiarazioni del richiedente che siano inattendibili non richiedono approfondimento istruttorio officioso va poi congruamente declinato con la precisazione che tanto è destinato a valere per il racconto che concerne la vicenda personale del richiedente, destinata a rilevare ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato o ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b) e che, invece, il dovere del giudice di cooperazione istruttoria permane, una volta che la parte richiedente la protezione abbia assorto l’onere di allegazione su di lui gravante, anche in presenza di una narrazione dei fatti attinenti alla vicenda personale inattendibile e comunque non credibile là dove a venire in valutazione sia la diversa fattispecie contemplata dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), (Cass. 31/1/2019 n. 3016).

Resta fermo altresì l’ulteriore principio che la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero integra un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito – il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, il D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), – e che tale apprezzamento di fatto diviene censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, o come motivazione apparente, o come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. n. 3340 del 05/02/2019; Cass. n. 33096 del 20/12/2018).

3.1.1. Nella fattispecie la Corte di appello di Ancona non si è sottratta all’obbligo di scrutinio delle dichiarazioni rese dal richiedente ed a quello susseguente di integrazione istruttoria o, ancora, di motivazione in relazione alle fattispecie di aiuto reclamate.

La Corte di appello ha innanzitutto ritenuto che il richiedente non abbia superato il vaglio di credibilità soggettiva per la genericità e incongruenza del racconto.

Le dichiarazioni per le quali il richiedente ha riferito di aver lasciato il proprio Paese nel timore che, una volta preso il comando del proprio villaggio in successione del padre e dello zio, egli avrebbe rischiato di essere ucciso da gruppi ribelli o di essere imprigionato perchè ritenuto egli stesso un loro sostenitore – sorte che era toccata, in precedenza, al padre ed allo zio nella rivestita loro qualità di capi villaggio – sono state ritenute non credibili, non lineari ed incongruenti dalla Corte di appello che ha delle prime rilevato la rispondenza a storie frequenti nei loro contenuti e stereotipate, dopo aver apprezzato inoltre la non verosimiglianza del timore rappresentato dal richiedente del rischio di cattura e tanto nel rilievo che il primo non aveva commesso alcun reato.

Per gli indicati passaggi trova soddisfazione l’obbligo di motivazione che non si espone a censura di apparenza per assertività o apoditticità come denunciata in questa sede e restano, d’altro canto, osservati i criteri, definiti dalla giurisprudenza di questa Corte di legittimità, sul giudizio di stima della credibilità soggettiva del dichiarante e del correlato obbligo di esercizio in via ufficiosa della collaborazione istruttoria.

3.1.2. Sono infondati anche i profili del vizio di motivazione diretti a far valere i contenuti del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, giusta riformulazione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv., con modificazioni, in L. 7 agosto 2012, n. 134, e quindi l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

Si tratta invero di figura in ragione della quale, nel pieno rispetto delle previsioni degli art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369, comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. 22/09/2014, n. 19881; Cass. 07/04/2014, n. 8053).

Tanto per vero non è accaduto nella specie in cui il pure denunciato vizio di motivazione non si fa neppure carico di individuare il fatto storico decisivo ai fini della decisione che sia mancato nell’esame dei giudici di appello.

Il ricorrente contesta piuttosto la genericità dell’esame delle evidenze fattuali del racconto senza segnalare così quali di quelle, o quali altre ancora, avrebbero assolto al richiesto carattere della decisività per una censura che resta in realtà e comunque volta ad una diretta e come tale inammissibile rilettura degli accadimenti narrati.

Nè i fatti narrati sono capaci di sostenere i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato che, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, ex lett. e), compete al cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può a causa di tale timore o non vuole avvalersi della protezione di tale Paese.

Il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 5, prevede che ai fini della valutazione della domanda di protezione internazionale, i responsabili della persecuzione o del danno grave debbano essere lo Stato o i partiti o le organizzazioni che controllano lo Stato o una parte consistente del suo territorio; è anche possibile che la minaccia possa provenire da soggetti non statuali, ma solo se le autorità o i soggetti che controllano il paese non possono o non vogliono fornire protezione.

Il ricorrente non ha neppure dedotto di essersi rivolto alle forza di polizia all’esito delle morti dei propri congiunti ricevendone un rifiuto nella protezione e non ha neppure precisato perchè il padre sarebbe stato condotto in prigione dalle prime, restando sul punto ferma quanto in termini di genericità del racconto ha espresso nell’impugnata motivazione la Corte di appello.

4. Il secondo motivo è infondato.

4.1. Il giudizio sulla inattendibilità del racconto del richiedente asilo sostiene anche il rifiuto al riconoscimento della protezione sussidiaria che compete al cittadino straniero che non possegga i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno (fattispecie di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 lett. a) e b)).

Il profilo del motivo relativo alla minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), legittimante il riconoscimento di protezione sussidiaria, sulle condizioni del Senegal, regione del Casamance, resta sostenuto nell’impugnato provvedimento dal richiamo ad una fonte informativa accreditata, secondo il principio per il quale, in tema di protezione sussidiaria dello straniero prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il dovere di cooperazione istruttoria officiosa sulla situazione del Paese di origine del richiedente che incombe sulle autorità decidenti – ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, e art. 27, comma 1 bis, – è correttamente adempiuto acquisendo le necessarie informazioni anche dai rapporti conoscitivi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, trattandosi di fonti qualificate equiparate a quelle di altri organismi riconosciuti di comprovata affidabilità e perchè provenienti da un dicastero istituzionalmente dotato di competenze, informative e collaborative, nella materia della protezione internazionale (Cass. n. 11103 del 19/04/2019).

4.2. Quanto poi alla protezione umanitaria ed alla denuncia della mancata valutazione delle situazioni di vulnerabilità soggettiva anche in ragione delle condizioni del paese di provenienza, il motivo è infondato in ragione del giudizio espresso dalla Corte di merito -non censurabile per le ragioni esposte in questa sede – sulla inattendibilità del racconto che quelle situazioni descrive.

La valutazione della condizione di vulnerabilità che giustifica il riconoscimento della protezione umanitaria deve essere correlata ad una valutazione individuale, da spendersi caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia che va comparata con la situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza ed alla quale egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio; là dove infatti si prescindesse dalla situazione particolare del richiedente, si prenderebbe in considerazione non già la peculiare situazione del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, (Cass. 03/04/2019 n. 9304).

Per l’effetto venuta meno, per l’inattendibilità del racconto, incapace come tale di definire una situazione di vulnerabilità del richiedente protezione umanitaria nel Paese di provenienza, uno dei due termini di comparazione secondo i quali deve trovare svolgimento il giudizio sulla riconoscibilità della protezione umanitaria, l’ulteriore situazione descritta dal ricorrente come da egli goduta in Italia non entra nel giudizio di comparazione.

In tema di protezione umanitaria, l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza (da ultimo: Cass. SU n. 29459 del 13/11/2019; Cass. n. 4455 del 23/02/2018).

5. Il ricorso è in via conclusiva infondato e come tale va rigettato. Nulla sulle spese non avendo l’amministrazione intimata articolato difese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dal L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dal L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Prima Sezione civile, il 14 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 marzo 2020

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