Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6917 del 22/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 22/03/2010, (ud. 09/12/2009, dep. 22/03/2010), n.6917

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAVAGNANI Erminio – Presidente –

Dott. BATTIMIELLO Bruno – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. D’AGOSTINO Giancarlo – Consigliere –

Dott. TOFFOLI Saverio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 4771/2007 proposto da:

G.S., elettivamente domiciliato in ROMA, presso la

CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato ZEZZA

Luigi, giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE SPA in persona del Responsabile della Direzione Affari

Legali della Società, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

EUROPA 190, presso la Direzione Affari Legali della Società,

rappresentata e difesa dall’avvocato URSINO Anna Maria, giusta

mandato a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 152/2006 della CORTE D’APPELLO di MILANO del

13.12.05, depositata il 13/02/2006.

E’ presente il P.G. in persona del Dott. RICCARDO FUZIO.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 13 febbraio 2006, la Corte di appello di Milano ha rigettato l’impugnazione di G.S. avverso la decisione di primo grado, che lo aveva condannato al pagamento in favore della società Poste Italiane della somma di Euro 478,06 per l’ammanco di cassa verificatosi presso l’ufficio postale di (OMISSIS), di cui lo stesso era responsabile.

Il giudice del gravame ha ritenuto provato l’inadempimento del lavoratore, il quale, unico operatore presso quell’ufficio postale, svolgeva anche attività d’incasso, a nulla rilevando ai fini dall’esonero della responsabilità – lo stesso dipendente presumeva che l’ammanco dovesse essere attribuito ad un errore manuale – la mancata percezione dell’indennità di cassa, dato che la perdita del denaro, del tutto incontroversa, non poteva che essere riferita al G., il quale, come innanzi evidenziato, era l’unico operatore nell’ufficio postale, e non erano state dimostrate altre cause che avessero potuto determinarla.

Per la cassazione della sentenza il soccombente ha proposto ricorso per cassazione, formulando un unico motivo, cui la società intimata Italiana ha resistito con controricorso.

Disposta la trattazione del ricorso in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 cod. proc. civ., comma 2, nel testo anteriore a quello sostituito dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, il Pubblico ministero ha concluso come in atti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente, in ordine alla eccezione di inammissibilità del ricorso, sollevata dalla società resistente sotto il profilo della mancanza dei requisiti posti dall’art. 366 bis cod. proc. civ., se ne deve rilevare l’infondatezza, posto che tale norma, introdotta dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, che ha apportato modifiche al processo civile di cassazione, si applica, ai sensi dell’art. 27 del medesimo D.Lgs., ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze e gli altri provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore del predetto decreto, cioè dal 2 marzo 2006 e perciò non alla pronuncia qui impugnata, che è anteriore a tale data.

L’unico motivo di ricorso denuncia violazione degli artt. 2104, 1176, 1218 e 2697 cod. civ., nonchè vizio di motivazione. Deduce che la Corte di merito ha trascurato il principio della ripartizione dell’onere probatorio, omettendo di considerare che la società non aveva offerto alcuna prova dell’inadempimento. Sostiene che versandosi in tema di obbligazione di mezzi e non di risultato, il predetto giudice avrebbe dovuto verificare quali i profili di inadeguatezza della prestazione rispetto al modello definito nel contratto di lavoro, in cui si concreta il fatto dell’inadempimento, diversamente si tratterebbe di una forma di responsabilità oggettiva derivante dal maneggio di denaro. La diligenza nell’espletamento delle mansioni assegnate al dipendente, si sottolinea ancora in ricorso, doveva essere commisurata alla sua qualifica professionale, alla natura delle incombenze specifiche ed agli obblighi correlati, nonchè alle situazioni ambientali e tipiche delle mansioni ed alle particolari difficoltà che si presentavano nel corso dell’espletamento del servizio.

Il motivo è infondato in relazione a tutti i profili di censura.

Relativamente al vizio di diritto denunciato, incontroversi i compiti del lavoratore in relazione alla figura di operatore unico dell’ufficio postale cui egli era assegnato all’epoca del fatto, con l’obbligo di custodia del denaro connesso al servizio di cassa pure espletato, si deve escludere una violazione del principio di ripartizione dell’onere da parte del giudice del merito, in quanto questi, a fronte della responsabilità contrattuale dedotta dall’azienda a sostegno della pretesa di pagamento della fatta valere in giudizio, era tenuto a verificare soltanto l’inadempimento dell’accennato obbligo, incombendo invece al prestatore di lavoro dimostrare che la causa dell’ammanco non era a lui imputabile. Tanto invece non può ritenersi, una volta che la sentenza impugnata, con statuizione non soggetta a censura, ha ricollegato la perdita del denaro, qui certamente in misura modesta, ad un errore contabile, secondo la dichiarazione dell’odierno ricorrente in sostanza, il quale così aveva ammesso l’inosservanza del dovere di diligenza a cui era tenuto nell’esecuzione delle operazioni contabili svolte. Nè può ritenersi che la pluralità di compiti che l’operatore unico di un ufficio postale deve espletare può di per sè, in assenza di altre circostanze, escludere l’imputabilità della violazione del dovere, connesso a quei compiti, di custodia del danaro, e quindi l’obbligo del risarcimento del danno cagionato al datore di lavoro, dovendo il lavoratore rispondere per responsabilità contrattuale anche per colpa lieve.

Riguardo al vizio di motivazione, esso non è configurabile, posto che il ricorrente lo riferisce alla mancata valutazione della molteplicità dei compiti a lui affidati quale operatore unico dell’ufficio postale cui egli era assegnato, punto che non risulta decisivo, non potendo influire sull’inosservanza del dovere di custodia del denaro che gli faceva carico nell’espletamento delle operazioni di cassa da svolgere.

Il ricorso va dunque rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e tenuto conto della modesta entità del valore della causa e dell’attività svolta, possono essere contenute nella misura determinata in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore della società Poste Italiane, delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 30,00 e in Euro 500,00 (cinquecento/00) per onorari, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A..

Così deciso in Roma, il 9 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2010

 

 

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