Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6909 del 11/03/2020

Cassazione civile sez. I, 11/03/2020, (ud. 03/12/2019, dep. 11/03/2020), n.6909

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 34940/18 proposto da:

-) D.L., elettivamente domiciliato in Gallarate, via

Trombini n. 3, presso lo studio dell’avvocato Daniela Vigliotti, che

lo difende in virtù di procura speciale apposta in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

-) Ministero dell’Interno;

– intimato –

avverso il decreto del Tribunale di Milano 16.11.2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

3.12.2019 dal Consigliere relatore Dott. Rossetti Marco.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

L.D., cittadino gambiano, nel 2011 ottenne un permesso di soggiorno per motivi umanitari all’esito d’un procedimento giurisdizionale;

ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, l’interessato vi rinunciò, chiedendone la conversione in permesso di soggiorno per motivi di lavoro;

scaduto tale permesso, il questore d’Alessandria nel 2013 negò il rinnovo dello stesso, e intimò allo straniero di lasciare il territorio nazionale;

tale provvedimento di espulsione non venne impugnato; nel 2016 L.D. presentò una seconda domanda di protezione internazionale;

questa volta a fondamento della domanda dedusse di essere un giornalista e di aver lasciato il Gambia per avere espresso opinioni politiche contrarie al governo in carica, e che temeva per questa ragione di essere arrestato in caso di rimpatrio; la Commissione Territoriale dichiarò inammissibile l’istanza D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 29;

avverso tale provvedimento L.D. propose ricorso dinanzi al Tribunale di Milano, che lo rigettò con decreto 16.11.2018; il Tribunale ritenne che:

(a) il ricorrente non avesse dedotto, a fondamento della sua domanda, alcun fatto nuovo rispetto a quelli dedotti sin dal 2007;

(b) tuttavia il lungo tempo trascorso impediva di ritenere ancora attuale la situazione fattuale dedotta dieci anni prima: sia perchè nel Gambia erano mutati regime e governo, sia perchè il ricorrente era in possesso di regolare passaporto, che le autorità del Gambia non avrebbero rilasciato a persona ricercata;

ad abundantiam, il Tribunale aggiunse che comunque:

-) non sussistevano i presupposti per la concessione dell’asilo;

-) non erano stati nemmeno dedotti i presupposti della protezione sussidiaria, nè quelli della protezione umanitaria;

il decreto è stato impugnato per cassazione da L.D. con ricorso fondato su tre motivi;

Il Ministero dell’Interno non si è difeso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

col primo motivo il ricorrente lamenta la nullità del procedimento, per avere il Tribunale fissato l’udienza di comparizione delle parti senza procedere al suo interrogatorio;

il motivo è infondato;

il ricorrente mostra di confondere la fissazione dell’udienza, che è sempre necessaria quando non vi sia stata la videoregistrazione dell’interrogatorio reso dinanzi alla commissione territoriale, con l’audizione della parte, la quale è invece rimessa ad una scelta discrezionale del giudice di merito, scelta la cui discrezionalità è coessenziale al funzionamento di qualsiasi processo civile, dal momento che costituirebbe un inutile appesantimento obbligare il giudice a interrogare la parte anche quando, ad esempio, debba decidersi soltanto sulla ammissibilità o tempestività del ricorso;

la decisione del Tribunale è dunque conforme a quanto ripetutamente stabilito da questa Corte, e cioè che “nel giudizio d’impugnazione, innanzi all’autorità giudiziaria, della decisione della Commissione territoriale, ove manchi la videoregistrazione del colloquio, all’obbligo del giudice di fissare l’udienza, non consegue automaticamente quello di procedere all’audizione del richiedente, purchè sia garantita a costui la facoltà di rendere le proprie dichiarazioni, o davanti alla Commissione territoriale o, se necessario, innanzi al Tribunale. Ne deriva che il Giudice può respingere una domanda di protezione internazionale solo se risulti manifestamente infondata sulla sola base degli elementi di prova desumibili dal fascicolo e di quelli emersi attraverso l’audizione o la videoregistrazione svoltesi nella fase amministrativa, senza che sia necessario rinnovare l’audizione dello straniero. (Sez. 1 -, Sentenza n. 5973 del 28/02/2019, Rv. 652815 01; nello stesso senso, Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 2817 del 31/01/2019, Rv. 652463 – 01; Sez. 1 -, Sentenza n. 17717 del 05/07/2018, Rv. 649521 – 05; Sez. 1 -, Ordinanza n. 3029 del 31/01/2019, Rv. 652410 – 01; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 3003 del 07/02/2018, Rv. 647297 – 01); col secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione, da parte del giudice di merito, del dovere di cooperazione istruttoria ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria;

il motivo è in parte inammissibile ed in parte infondato;

il motivo è innanzitutto inammissibile, in quanto la domanda di protezione sussidiaria non è stata rigettata, ma è stata dichiarata inammissibile (cfr. il decreto impugnato, p. 3, quinto capoverso) perchè ritenuta mera reiterazione di una domanda già presentata e già decisa dalla commissione territoriale. A fronte di una domanda inammissibile, il Tribunale non aveva dunque alcun obbligo di cooperazione istruttoria, perchè non aveva alcun fatto materiale da accertare;

in ogni caso il Tribunale, con ampia motivazione, ha dato conto dell’assenza in Gambia di una situazione di violenza indiscriminata derivante da un conflitto armato, citando autorevoli fonti internazionali (vedi pagine 3 e 4 del decreto impugnato);

col terzo motivo il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha rigettato la sua domanda di riconoscimento della protezione umanitaria, senza tener conto “del livello di integrazione e di radicamento raggiunto nel nostro paese” dal richiedente;

il motivo è inammissibile perchè estraneo alla ratio decidendi, e comunque infondato;

è inammissibile perchè il Tribunale ha espressamente affermato che il ricorrente “nulla di specifico ha allegato” a fondamento della domanda di protezione umanitaria, e tale ratio decidendi non viene censurata dall’odierno ricorrente;

il motivo è comunque infondato giacchè lo stabilire se in concreto una persona versi in una condizione di vulnerabilità soggettiva è un accertamento di fatto riservato al giudice di merito e non sindacabile in questa sede;

non è luogo a provvedere sulle spese, attesa la indefensio della parte intimata;

il rigetto del ricorso comporta l’obbligo del pagamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dal L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), a condizione che esso sia dovuto: condizione che non spetta a questa Corte stabilire. La suddetta norma, infatti, impone all’organo giudicante il compito unicamente di rilevare dal punto di vista oggettivo che l’impugnazione ha avuto un esito infruttuoso per chi l’ha proposta; incidenter tantum, rileva nondimeno questa Corte che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2012, n. 115, art. 11, il contributo unificato è prenotato a debito nei confronti della parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato.

P.Q.M.

(-) dichiara inammissibile il ricorso;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Prima Sezione civile della Corte di cassazione, il 3 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 marzo 2020

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