Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6906 del 22/03/2010

Cassazione civile sez. I, 22/03/2010, (ud. 18/02/2010, dep. 22/03/2010), n.6906

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALME’ Giuseppe – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. SCHIRO’ Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

P.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIULIA DI

COLLOREDO 46-48, presso lo studio dell’avvocato de Paola GABRIELE,

che lo rappresenta e difende, giusta procura alle liti in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro Pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrenti –

avverso il decreto n. 265/07 v.g. della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositato il 05/12/2007;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/02/2010 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONIO DIDONE;

è presente l’Avvocato Generale in persona del Dott. DOMENICO

IANNELLI.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

p. 1.- La relazione depositata ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., è del seguente tenore: ” P.E. adiva la Corte d’appello di Trieste, allo scopo di ottenere l’equa riparazione ex Lege n. 89 del 2001, in riferimento al giudizio promosso innanzi alla Corte dei conti, con ricorso del 7.9.1999, avente ad oggetto la riliquidazione della pensione, definito con sentenza di rigetto del 5.6.2007. La Corte d’appello, con decreto del 5.12.2007, fissato il termine di ragionevole durata del giudizio in anni due, liquidava, a titolo di equa riparazione per il danno non patrimoniale, per il periodo eccedente detto termine (anni 5, mesi 9), Euro 600,00 per anno di ritardo, poichè l’istante neppure aveva offerto elementi concernenti la “posta in gioco” (non aveva indicato neppure l’eventuale incremento della pensione conseguente dall’accoglimento della domanda), quindi complessivi Euro 3.450,00, con il favore delle spese del giudizio.

Per la Cassazione di questo decreto ha proposto ricorso P.E., affidato a due motivi; ha resistito con controricorso il Ministero dell’economia e delle finanze.

OSSERVA:

1.- Il primo motivo denuncia violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2; art. 6, p. 1 CEDU, art. 2697 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3), nella parte in cui il decreto ha stabilito il risarcimento per il danno non patrimoniale discostandosi dal parametro della Corte EDU (Euro 1.000,00/1.500,00 ad anno), sostenendo che la parte non avrebbe provato l’entità della “posta in gioco”, senza considerare che il danno è da ritenersi presunto.

Il mezzo si chiude con quesito di diritto concernente i presupposti del discostamento dal parametro della Corte EDU e la possibilità di porre a carico della parte la prova della “posta in gioco”.

Il secondo motivo denuncia difetto di motivazione su di un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5), nella parte in cui il decreto ha motivato la quantificazione del risarcimento facendo riferimento alla posta in gioco, senza prendere in esame la natura della controversia e senza considerare che gli aumenti pensionistici avrebbero avuto effetti per tutta la vita della parte.

2.- I motivi, da esaminare congiuntamente, in quanto giuridicamente e logicamente connessi, sembrano manifestamente fondati, entro i limiti e nei termini di seguito precisati.

Alle questioni poste con i motivi va data soluzione ribadendo i seguenti principi, consolidati nella giurisprudenza di questa Corte, in virtù dei quali: i criteri di determinazione del quantum della riparazione applicati dalla Corte europea non possono essere ignorati dal giudice nazionale, che deve riferirsi alle liquidazioni effettuate in casi simili dalla Corte di Strasburgo che, con decisioni adottate a carico dell’Italia il 10 novembre 2004 (v. , in particolare, le pronunce sul ricorso n. 62361/01 e sul ricorso n. 64897/01), ha individuato nell’importo compreso fra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 per anno il parametro per la quantificazione dell’indennizzo, che deve essere osservato dal giudice nazionale, con la facoltà di apportare le deroghe giustificate dalle circostanze concrete della singola vicenda (quali: l’entità della “posta in gioco”, il “numero dei tribunali che hanno esaminato il caso in tutta la durata del procedimento” ed il comportamento della parte istante;

per tutte, Cass. n. 4572 e n. 3515 del 2009; n. 1630 del 2006), purchè motivate e non irragionevoli (tra le molte, a quelle da ultimo richiamate, aggiungi Cass. n. 6039 del 2009; n. 6898 del 2008);

la proposizione di un ricorso in forma collettiva e indifferenziata non equivale certamente a trasferire sul “gruppo”, come entità amorfa, e quindi a neutralizzare situazioni di angoscia o patema d’animo riferibili specificamente a ciascun singolo consorte in lite (Cass. n. 27610 del 2008) e non consente, in carenza di ulteriori argomenti, un irragionevole discostamento dal parametro della Corte EDU, la precettività, per il giudice nazionale, della giurisprudenza del giudice europeo non concerne anche il profilo relativo al moltiplicatore della base di calcolo per l’equa riparazione: mentre, infatti, per la CEDU l’importo assunto a base del computo in riferimento ad un anno va moltiplicato per ogni anno di durata del procedimento (e non per ogni anno di ritardo), per il giudice nazionale è, sul punto, vincolante il comma 3, lett. a), della L. n. 89 del 2001, art. 2, ai sensi del quale è influente solo il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole, non incidendo questa diversità di calcolo sulla complessiva attitudine della citata L. n. 89 del 2001, ad assicurare l’obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo (per tutte, Cass. n. 4572 del 2009; n. 11566 e n. 1354 del 2008; n. 23844 del 2007).

Dando continuità all’orientamento di questa Corte, al quesito posto con il primo mezzo va data soluzione nel senso che la “posta in gioco” è una componente valutabile al fine della quantificazione del risarcimento, costituendo regola di comune esperienza che la sofferenza per il mancato conseguimento del bene della vita cui la parte aspira varia in relazione al valore ed all’importanza del medesimo. La misura dell’interesse patrimoniale in gioco condiziona, all’evidenza, l’entità del risarcimento, poichè l’aspettativa della parte, e la tensione per la mancata risoluzione della vicenda processuale, è ovviamente condizionata, ed è direttamente proporzionale, in primo luogo, agli effetti patrimoniali che ella mira a conseguire. In secondo luogo, alla ragionevolezza della aspettativa della medesima, quindi, sebbene l’infondatezza della domanda non possa, da sola, fare escludere il danno, anche siffatto elemento rileva ai fini dell’apprezzamento della tensione e dello stress della parte, evidentemente graduabile anche in correlazione al convincimento, suffragato da oggettivi elementi, in ordine alla probabilità di accoglimento della domanda. La circostanza che il danno non patrimoniale, di regola, deve ritenersi presunto, non esclude poi che la parte sia tenuta ad un onere di allegazione di tutti gli elementi imprescindibili per adeguare il risarcimento al danno effettivamente subito, che peraltro sono nella sua disponibilità (riferibili anche alla propria situazione economico- patrimoniale, che costituisce dato per apprezzare l’importanza della posta in gioco per la parte), anche allo scopo di evitare che la domanda di indennizzo sottenda, e realizzi, un inammissibile intento lucrativo, in luogo di quello satisfattivo e di dare concretezza ad una liquidazione che, pur se ispirata a criteri equitativi, va ancorata ad elementi concreti, in grado di evidenziare il danno effettivo, per evitare che la discrezionalità del giudice divenga arbitrio e che la domanda sconfini dai limiti del legittimo risarcimento.

Siffatti principi non sono stati tutti correttamente applicati dal giudice del merito, il quale ha liquidato per il danno non patrimoniale Euro 600,00 per anno di ritardo, discostandosi in modo irragionevole dal parametro del giudice europeo, facendo generico riferimento alla “posta in gioco”.

In relazione alle censure accolte, il decreto deve essere cassato e la causa potrà essere decisa nel merito, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto. Il riferimento alla posta in gioco e la circostanza che il ricorso è affidato ad argomenti stereotipati, non avendo neppure in questa sede l’istante indicato quali sarebbero stati gli effetti della domanda, in caso di accoglimento – nonostante il decreto abbia stigmatizzato l’assoluta carenza di indicazioni sul punto, che l’istante ha continuato ad omettere di indicare e di avere prospettato nella fase di merito -, e quale la sua situazione economico-patrimoniale, alla luce della fissazione da parte del giudice del merito della durata ragionevole in misura anche inferiore allo standard della Corte EDU (misura non censurata e qui non riesaminabile) rende peraltro palese che in applicazione dello standard minimo CEDU per il risarcimento del danno non patrimoniale – che nessun argomento del ricorso impone e consente di derogare in melius – da ridurre ad Euro 750,00 per ciascun anno di ritardo, stante l’assoluta carenza di elementi addotti dalla parte per apprezzare la sussistenza di un più elevato danno, potrebbe essere riconosciuta all’istante la somma di Euro 4.310,0,00, in relazione agli anni eccedenti il triennio, come incensurabilmente accertato dal giudice del merito (anni 5, mesi nove e giorni sedici), oltre interessi legali dalla domanda al saldo.

Le spese, liquidate come in dispositivo, potrebbero essere poste soltanto in parte a carico della soccombente, tenuto conto del limitato accoglimento del ricorso.

Pertanto, il ricorso può essere trattato in Camera di consiglio, ricorrendone i presupposti di legge”.

La difesa del ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c., con la quale manifesta adesione alle conclusioni della relazione.

p. 2.- Il Collegio condivide e fa proprie le conclusioni della relazione e le argomentazioni sulle quali esse si fondano e che conducono all’accoglimento del ricorso, con le seguenti precisazioni.

Relativamente alla misura dell’equa riparazione per il danno non patrimoniale, va osservato che, secondo la più recente giurisprudenza della Corte di Strasburgo, qualora non emergano elementi concreti in grado di farne apprezzare la peculiare rilevanza, l’esigenza di garantire che la liquidazione sia satisfattiva di un danno e non indebitamente lucrativa, alla luce di quelle operate dal giudice nazionale nel caso di lesione di diritti diversi da quello in esame, impone di stabilirla, di regola, nell’importo non inferiore ad Euro 750,00, per anno di ritardo, in virtù degli argomenti svolti nella sentenza di questa Corte n. 16086 del 2009, i cui principi vanno qui confermati, con la precisazione che tale parametro va osservato in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, dovendo aversi riguardo, per quelli successivi, al parametro di Euro 1.000,00, per anno di ritardo, dato che l’irragionevole durata eccedente tale periodo comporta un evidente aggravamento del danno. In relazione alle censure accolte, cassato il decreto, ben può procedersi alla decisione nel merito del ricorso, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto. Pertanto, per le ragioni indicate nella relazione il Ministero resistente deve essere condannato al pagamento in favore del ricorrente della somma di Euro 5.249,00, oltre interessi legali dalla domanda nonchè al rimborso delle spese processuali del grado di merito, liquidate in dispositivo, nonchè, nella misura di 1/2 di quelle di legittimità, compensate per il resto alla luce del limitato accoglimento del ricorso.

PQM

La Corte, accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna l’Amministrazione a corrispondere alla parte ricorrente la somma di Euro 5.249,00 per indennizzo, gli interessi legali su detta somma dalla domanda e le spese del giudizio:

che determina per il giudizio di merito nella somma di Euro 50,00 per esborsi, Euro 600,00 per diritti e Euro 490,00 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge e che dispone siano distratte in favore del difensore antistatario; che compensa in misura di 1/2 per il giudizio di legittimità, gravando l’Amministrazione del residuo 1/2 e che determina per l’intero in Euro 595,00 di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge e che dispone siano distratte in favore del difensore antistatario.

Così deciso in Roma, il 18 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2010

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