Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6894 del 11/03/2020

Cassazione civile sez. I, 11/03/2020, (ud. 23/01/2020, dep. 11/03/2020), n.6894

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. FERRO Massimo – rel. Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

A.R. (già A.R.), rappr. e dif. dall’avv. Giuseppe Di

Meo, giuseppe.dimeo.avvocatiavellinopec.it, elett. dom. presso lo

studio Sorrentino, in Roma, via Emo n. 144, come da procura spillata

in calce all’atto;

– ricorrente-

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t.;

– intimato –

per la cassazione della sentenza App. Napoli 29.6.2018, n. 3253/2018,

in R.G. 5159/2016, rep. 3470/2018;

udita la relazione della causa svolta dal Consigliere relatore Dott.

FERRO Massimo alla camera di consiglio del 23.1.2020;

il Collegio autorizza la redazione del provvedimento in forma

semplificata, giusta decreto 14 settembre 2016, n. 136/2016 del

Primo Presidente.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

1. A.R. impugna la sentenza App. Napoli 29.6.2018, n. 3253/2018, in R.G. 5159/2016, rep. 3470/2018 che ha rigettato il suo appello avverso l’ordinanza Trib. Napoli 4.10.2016, a sua volta denegativa dell’impugnazione del provvedimento della competente Commissione territoriale di Caserta, la quale aveva escluso i presupposti per la dichiarazione dello status di rifugiato, la protezione sussidiaria e altresì quella umanitaria con concessione del permesso di soggiorno;

2. la corte, pur prospettando dubbi sulla identità del richiedente, nel merito ha: a) escluso che le ragioni eminentemente personali dell’allontanamento dal Pakistan potessero giustificare rischi di esposizione a pericolo, escludendo altresì che nelle zone di provenienza (aree di pianura del Paese) ricorressero situazioni di conflitto armato; b) ritenuto non praticabile la comparazione richiesta, rispetto alla vulnerabilità, per la verifica circa il diniego di esercizio di diritti umani fondamentali, per genericità dell’allegazione dei requisiti;

3. il ricorso descrive tre motivi di censura.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

1. con il primo motivo si contesta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2-7, 8 e 11 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, artt. 101 e 132 c.p.c., art. 111 Cost., l’omessa indagine sulle condizioni del Paese, la mancata audizione del richiedente, l’inefficacia della tutela statuale rispetto alle minacce e la natura interetnica del conflitto di cui sarebbe stato vittima il richiedente;

2. con il secondo motivo si censura, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 4 e 14, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, art. 132 c.p.c., avendo la corte omesso di valutare il grave danno cui sarebbe esposto il richiedente, causa la violenza indiscriminata dei luoghi di rimpatrio, in violazione degli obblighi di cooperazione del giudice, anche come vizio di motivazione;

3. con il terzo motivo si contesta la mancata concessione della protezione umanitaria, ancora in relazione ai all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, con violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, artt. 5 e 19, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 32, art. 132 c.p.c., artt. 2 e 10 Cost., per l’omessa indagine sui fattori di vulnerabilità;

4. i motivi, da trattare congiuntamente per la loro connessione, sono inammissibili; tutte le censure peccano invero di specificità laddove assommano e cumulano istanze di revisione critica immettendovi norme, istituti e fatti in contraddizione; così va ripetuto che “in tema di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e n. 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro. Infatti, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse” (Cass. 26874/2018, 19443/2011); inoltre, va ribadito che “in materia di ricorso per cassazione, l’articolazione in un singolo motivo di più profili di doglianza costituisce ragione d’inammissibilità quando non è possibile ricondurre tali diversi profili a specifici motivi di impugnazione, dovendo le doglianze, anche se cumulate, essere formulate in modo tale da consentire un loro esame separato, come se fossero articolate in motivi diversi, senza rimettere al giudice il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, al fine di ricondurle a uno dei mezzi d’impugnazione consentiti, prima di decidere su di esse” (Cass. 26790/2018);

5. la sintesi delle enunciazioni valutative cui è giunta la sentenza non permette pertanto una diversa disamina, per i limiti redazionali del ricorso e per la configurazione, già nella prospettazione del ricorrente, di un generico conflitto interetnico quanto ai timori ritorsivi enunciati dal richiedente che la corte ha ricondotto, con motivazione non assoggettabile a critica ai sensi dei limiti del relativo motivo (Cass. s.u. 8053/2014), a mera disputa fra privati e famiglie, in relazione a vertenza privatistica;

6. la corte ha poi escluso, accanto ad ognuna delle ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, l’emersione di una minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona per violenza indiscriminata, anche ai sensi della lett. c) art. cit., nè il ricorrente ha richiamato una diversa allegazione di conflitto armato circostanziato in relazione all’area di provenienza e di individualizzazione del danno grave, compito di specificazione sulla medesima parte ricadente; invero, la stessa “nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia” (Cass. 13858/2018, 18306/2019);

7. la censura sul diniego di protezione umanitaria, infine, è inammissibile, dovendosi ripetere, con Cass. 23778/2019 (pur sulla scia di Cass. 4455/2018), che “occorre il riscontro di “seri motivi” (non tipizzati) diretti a tutelare situazioni di vulnerabilità individuale, mediante una valutazione comparata della vita privata e familiare del richiedente in Italia e nel Paese di origine, che faccia emergere un’effettiva ed incolmabile sproporzione nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa, da correlare però alla specifica vicenda personale del richiedente… altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 cit., art. 5, comma 6″; si tratta di principio ribadito da Cass. s.u. 29460/2019, facendo qui difetto i termini oggettivi di un’effettiva comparabilità, al fine di censire la vulnerabilità del ricorrente e potendosi aggiungere che l’odierna censura è inammissibile anche per genericità e perchè si risolve in un dedotto vizio di motivazione, oltre il limite del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5;

il ricorso va dunque dichiarato inammissibile; sussistono i presupposti per il cd. raddoppio del contributo unificato (Cass. 9660/2019, 25862/2019).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, come modificato dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 23 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 marzo 2020

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