Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6840 del 22/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 22/03/2010, (ud. 25/01/2010, dep. 22/03/2010), n.6840

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – rel. Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

T.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI

131, presso lo studio dell’avvocato ZACCARIA GIUSEPPE, rappresentato

e difeso dagli avvocati SANTELLI ERNESTO, CAPEZZERA MICHELE, giusta

mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

– R.A.S. – RIUNIONE ADRIATICA DI SICURTA’ S.P.A., in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA PANAMA 88, presso lo studio dell’avvocato SPADAFORA GIORGIO, che

la rappresenta e difende, giusta mandato a margine del controricorso;

– COSMI S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE CORTINA D’AMPEZZO 65, presso

lo studio dell’avvocato NOLA STEFANO, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MANZOLI PAOLO, giusta mandato in calce al

controricorso;

– controricorrenti –

contro

MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI SOPRINTENDENZA PER I

BENI ARTISTICI E STORICI;

– intimato –

avverso la sentenza n. 119/2005 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 25/02/2005 R.G.N. 917/03;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

25/01/2010 dal Consigliere Dott. VIDIRI Guido;

udito l’Avvocato GIUSEPPE ZACCARIA per delega MICHELE CAPEZZERA;

uditi gli Avvocati NOLA STEFANO e SPADAFORA GIORGIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DESTRO Carlo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con il ricorso al Tribunale di Milano T.F. conveniva in giudizio la s.r.l. Cosmi ed il Ministro per i beni e le attivita’ culturali esponendo di avere lavorato alle dipendenze della societa’ dal 9 settembre 1991 come muratore specializzato e poi come caposquadra e di essersi gravemente infortunato il (OMISSIS), mentre nell’eseguire una riparazione urgente delle vetrate del lucernario posto sul tetto della Pinacoteca di (OMISSIS) per il cedimento dei vetri era precipitato per cinque metri, cadendo su una sottosante trave di ferro e battendo la gamba sinistra. Chiedeva quindi la condanna al risarcimento dei danni subiti sostenendo la responsabilita’ di entrambi i convenuti, quanto alla datrice di lavoro per non avere adottato le necessarie misure di prevenzione e quanto al Ministero perche’ soggetto che impartiva gli ordini in cantiere.

Il T. impugnava inoltre il licenziamento disposto dalla societa’ per superamento del periodo di comporto chiedendo la riassunzione o l’indennita’ risarcitoria nella misura massima.

Dopo la costituzione della s.r.l. Cosmi, che aveva chiesto al giudice di essere autorizzata a chiamare in causa la Ras Riunione Adriatica per essere da questa mallevata in caso di condanna, e dopo la costituzione anche del Ministero, il primo giudice dichiarava infondato il ricorso relativamente alle domande inerenti il danno da infortunio, rilevava il difetto di prova da parte della societa’ cui incombeva l’onere probatorio del superamento del periodo di comporto e condannava, per l’effetto, la societa’ a riassumere il ricorrente in servizio o in mancanza a risarcirgli il danno nella misura di cinque mensilita’.

A seguito di gravame principale del T. ed incidentale della societa’ e del Ministero, che hanno impugnato il capo della decisione del Tribunale relativa alla declaratoria della illegittimita’ del licenziamento, la Corte d’appello di Milano con sentenza del 25 febbraio 2005, in parziale riforma della impugnata sentenza, rigettava anche la domanda relativa all’intimato licenziamento accolta invece in primo grado e dichiarava compensate tra le parti le spese di entrambi i gradi.

Nel pervenire a tale conclusione la Corte territoriale osservava – per quanto interessa ancora in questa sede di legittimita’ – che, in base alle risultanze istruttorie ricavabili anche dalle dichiarazioni rese da alcuni testi nel corso del procedimento penale avviato a carico del legale rappresentante della Cosmi, andava esclusa per i fatti di causa ogni responsabilita’ della societa’ e del Ministero, per ricavarsi da tale istruttoria che il T. era salito sui vetri del lucernaio della Pinacoteca di (OMISSIS), compiendo una operazione di sua iniziativa, perche’ non richiesta ne’ dal datore di lavoro ne’ dal personale della stessa Pinacoteca.

Con riferimento al licenziamento del T. il giudice d’appello osservava che, a fronte della documentazione esibita dalla societa’, che attestava il numero delle assenze del lavoratore ed il superamento per tali assenze del periodo di comporto, incombeva al lavoratore provare la illegittimita’ del computo effettuato da controparte ovvero che le assenze non erano collegate a fatti comportamentali imputabili al datore di lavoro. Il T. aveva invece contestato le affermazioni di controparte con osservazioni generiche, sicche’ la sua domanda volta a far valere l’illegittimita’ del licenziamento andava rigettata.

Avverso tale sentenza T.F. propone ricorso per Cassazione, affidato a quattro motivi, illustrati anche con memoria.

Resistono con controricorso la s.r.l. Cosmi e la s.p.a. Riunione Adriatica di Sicurta’, che ha depositato memoria.

Non si e’ costituito il Ministero per i beni e le attivita’ culturali.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i primi tre motivi del ricorso il T. impugna la sentenza della Corte d’appello di Milano nella parte relativa alla ricostruzione dell’infortunio per cui e’ causa, denunziando difetto di motivazione e violazione di norme processuali e sostanziali (artt. 184 bis e 294 c.p.c.; art. 2087 c.c. nonche’ D.P.R. n. 164 del 1956, art. 10). In particolare il ricorrente lamenta che il giudice d’appello ha errato nel rimettere in termini la societa’ consentendole di dimostrare il suo assunto nonostante che il verificarsi della decadenza dalle prove fosse imputabile ad essa soltanto. Rileva inoltre il T. che il giudice d’appello, in relazione alla causa dell’infortunio, ha operato una non coerente valutazione delle dichiarazioni dei testi escussi ed evidenzia, infine, che e’ stata omessa nella sentenza impugnata la motivazione sull’effettiva causa dell’infortunio che, nel caso di specie, doveva farsi risalire al fatto che la corda allacciata per evitare il rischio di cadute, era stata recisa da una lastra di vetro perche’ inidonea ad impedire il pericolo di danni alla persona.

Gli esposti motivi – da esaminarsi congiuntamente per comportare la valutazione di questioni tra loro strettamente connesse – vanno rigettati perche’ privi di fondamento.

La Corte d’appello di Milano – sulla base delle dichiarazioni dei testi escussi e dando particolare rilievo agli atti del giudizio penale instaurato per i fatti oggetto della presente controversia – ha concluso, confermando sul punto quanto ritenuto dal primo giudice, e cioe’ che il T. era salito sui vetri del lucernario della Pinacoteca di (OMISSIS), agendo di propria iniziativa, compiendo in tal modo una operazione non richiesta ne’ dal datore di lavoro ne’ dal personale della suddetta Pinacoteca.

Ed invero – ha aggiunto il giudice d’appello a conforto del suo assunto – il contratto che vincolava la societa’ Cosmi prevedeva soltanto la revisione del tetto con la rimozione e sostituzione delle tegole rotte, escludendo qualsiasi intervento sulle vetrate, per il quale di regola deve farsi ricorso ad un vetraio, e cioe’ ad un operaio specializzato ed ad un muratore, capaci di assolvere a tale compito. L’esclusione del nesso di causalita’ portava, quindi, ad escludere che potesse configurarsi una operativita’ dell’art. 2087 c.c., che vincola il datore di lavoro nell’ambito di una attivita’ comandata o comunque compresa nell’incarico affidato.

La motivazione della Corte d’appello di Milano, sebbene succinta, si presenta ugualmente congrua, coerente sul piano logico e rispettosa dei principi giuridici in materia antinfortunistica sicche’ si sottrae ad ogni censura in questa sede di legittimita’. Ed invero, la ritenuta esclusione del nesso di causalita’ rende privo di alcun rilievo ogni accertamento circa l’inidoneita’ della corda cui era allacciato il T. e di tutte le altre modalita’ riguardanti il verificarsi dell’incidente, che e’ stato fatto risalire, come detto, ad una iniziativa personale del lavoratore alla quale sono rimasti estranei gli attuali controricorrenti.

Ne’ puo’ comportare alcuna ricaduta sul presente giudizio la doglianza volta a denunziare la mancata declaratoria di decadenza dalle prove, eccepita dall’attuale ricorrente.

Ed invero come emerge dagli atti processuali, la societa’ Cosmi e’ stata rimessa in termine per provare la effettiva causa dell’infortunio e cio’ si e’ verificato nel pieno rispetto del principio piu’ volte affermato da questa Corte di Cassazione, secondo cui nel rito del lavoro le decadenze e le preclusioni possono essere superate sulla base del potere istruttorie d’ufficio del giudice di cui all’art. 421 c.p.c. – e, in appello dell’art. 437 c.p.c., comma 2, – nel caso in cui il giudice, sulla base di un potere discrezionale, non valutabile in sede di legittimita’, ritenga tali mezzi di prova, non indicati dalle parti tempestivamente, comunque ammissibili perche’ rilevanti ed indispensabili ai fini della decisione (cfr. tra le tante : Cass. 13 marzo 2009 n. 6188 cui adde da ultimo Cass. 2 ottobre 2009 n. 21124, che evidenzia come i poteri d’ufficio del giudice del lavoro siano rivolti a contemperare il principio dispositivo con l’esigenza della ricerca della “verita’ materiale”).

Non merita accoglimento neanche il terzo motivo del ricorso con il quale si addebita alla impugnata sentenza di non avere tenuto conto, ai fini del superamento del periodo di comporto, dei periodi di malattia ed infortunio dovuto alla violazione del dovere di sicurezza ai sensi dell’art. 2087 c.c. Il giudice d’appello ha affermato che era pacifico tra le parti che il numero delle assenze era superiore a quello previsto dal contratto collettivo per la conservazione del posto e che doveva escludersi l’erroneita’ del calcolo per essere lo stesso stato contestato dal lavoratore con osservazioni generiche. A fronte di tale assunto il ricorso per cassazione si presenta privo del requisito dell’autosufficienza perche’, oltre a non essere in esso riportata la clausola del contratto collettivo regolante il comporto, nessuna indicazione vi e’ in ordine al numero ed alla durata delle assenze dovute per malattia o infortunio ne’ sulla causale delle stesse ma si adduce nuovamente che alla prova del superamento del periodo numero si era pervenuto sulla base di una prova documentale dalla quale era la societa’ decaduta; deduzione questa che non tiene nel dovuto conto dei poteri d’ufficio del giudice del lavoro e della gia’ ricordata giurisprudenza consolidatasi sull’esercizio di detti poteri e sui suoi effetti.

Ricorrono giusti motivi – tenuto conto dell’esito della controversia nei due gradi di merito nonche’ della natura di detta controversia e delle questioni trattate – per compensare tra le parti costituite le spese del presente giudizio di cassazione.

PQM

LA CORTE Rigetta il ricorso e compensa tra le parti costituite le spese del presente giudizio di cassazione.

Cosi’ deciso in Roma, il 25 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2010

 

 

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