Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6839 del 20/03/2018


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 6839 Anno 2018
Presidente: CHIARINI MARIA MARGHERITA
Relatore: ROSSI RAFFAELE

SENTENZA

sul ricorso 28020-2015 1?)roposto da:
CAPRA ENRICO, elettivamente domiciliato in ROMA,
LARGO GEN. GONZAGA DEL VODICE 2, presso lo studio
dell’avvocato ALESSANDRO PAZZAGLIA, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato MASSIMO
NICOLINI giusta procura in calce al ricorso;
– ricorrente –

2017

contro

2191

RADESCHI

TEDESCHI

ELISABETTA,

RADINI

TEDESCHI

ALESSANDRA, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA
RENATO FUCINI 238, presso lo studio dell’avvocato

1

Rf\Y

Data pubblicazione: 20/03/2018

FABIO CUTULI, rappresentati e difesi dagli avvocati
ADRIANA ZUCCONI GALLI FONSECA, GIANDOMENICO ROSSI
giusta procura a margine del controricorso;
– controricorrenti nonchè contro

– intimata –

avverso la sentenza n. 665/2015 della CORTE D’APPELLO
di BOLOGNA, depositata il 19/05/2015;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 14/11/2017 dal Consigliere Dott. RAFFAELE
ROSSI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARIO FRESA che ha concluso per il
rigetto;
udito l’Avvocato MASSIMO NICOLINI;
udito l’Avvocato FABIO CUTULI per delega;

2

RADINI TEDESCHI RAFFAELLA;

FATTI DI CAUSA

Enrico Capra, affittuario di fondo rustico, propose opposizione al
decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Piacenza recante condanna
nei suoi confronti al pagamento in favore di Donatella Cavalcabò,
Elisabetta ed Alessandra Radini Tedeschi – tutte quali eredi di Daniele

Radini Tedeschi – della somma di euro 48.795,88, a titolo di canoni
scaduti relativi alle annate agrarie 2010, 2011 e 2012, a contributi
consortili e di spese di sollevamento acqua ed irrigazione del fondo.
Si costituirono in giudizio le convenute, chiedendo il rigetto
dell’opposizione e la condanna dell’opponente al pagamento della
maggiore somma di euro 52.049,80.
Il Tribunale rigettò l’opposizione e condannò l’opponente al
maggiore importo richiesto dalle opposte, con decisione che è stata
confermata, a seguito di gravame, dalla Corte di Appello di Bologna
con la sentenza n. 665/2015 pubblicata il 19 maggio 2015.
Ricorre per cassazione Enrico Capra, affidandosi a due motivi;
resistono, con controricorso, Elisabetta e Alessandra Radini Tedeschi.
Alcuna attività difensiva ha spiegato l’altra parte intimata,
Donatella Cavalcabò.
Con ordinanza n. 7737/2017 del 24 marzo 2017 di questa Corte,
il ricorso è stato rimesso per la trattazione in pubblica udienza, atteso
il rilievo nomofilattico della questione concernente l’improponibilità
del procedimento di ingiunzione per omesso esperimento del previo
tentativo di conciliazione in materia agraria.
Ambedue le parti costituite hanno depositato memoria illustrativa.
RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Vanno in primo luogo disattese le eccezioni preliminari
sollevate da parte controricorrente.
Circa la asserita inammissibilità per tardività dell’impugnazione, è
sufficiente osservare che, facendo applicazione del noto principio della
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3

Il Con ig . ere st.
Dott. R ae Rossi

Radini Tedeschi e le ultime due anche quali procuratrici di Raffaella

scissione degli effetti della notificazione tra notificante e notificato, il
ricorso per cassazione, notificato a mezzo posta dal difensore del
ricorrente ai sensi della legge 21 gennaio 1994, n. 53, risulta spedito
il giorno 17 novembre 2015, nel rispetto del termine semestrale ex
art. 327 cod. proc. civ. dalla pubblicazione della sentenza (non

In ordine alla dedotta erronea indicazione delle parti intimate, non
pare dubbia la corretta instaurazione del contraddittorio: benché nella
intestazione rivolto nei confronti della deceduta Raffaella Radini
Tedeschi, il ricorso è stato infatti notificato agli eredi della stessa
(Elisabetta ed Alessandra Radini Tedeschi) nonché a Donatella
Cavalcabò (non menzionata nell’epigrafe dell’atto), così integralmente
riproducendo la compagine delle parti litiganti nelle fasi di merito.
2. Con il primo motivo, si denuncia l’erroneità della motivazione
della sentenza nella parte in cui, «pur se incidentalmente», ha
dichiarato l’inammissibilità del gravame sulla base del presupposto
dell’assenza di specifiche critiche alla sentenza di primo grado.
In particolare, si censura l’affermazione della Corte di Appello
secondo cui «Con il secondo motivo […] Capra Enrico ha eccepito la
violazione da parte del Tribunale dell’art. 46 della legge 3 maggio
1982, n. 203 sia per aver ritenuto non necessario per la proposizione
del ricorso monitorio il preventivo esperimento del tentativo di
conciliazione, sia per avere ritenuto che tale tentativo fosse stato
comunque esperito. Questo motivo che, per come formulato, appare
addirittura inammissibile, essendosi l’appellante limitato a riformulare
l’eccezione di improcedibilità della domanda già sollevata in primo
grado, senza prendere in considerazione e specificamente censurare
le motivazioni con cui il Tribunale ha respinto l’eccezione, è in ogni
caso infondato».
Assume il ricorrente «se ed in quanto necessario» di avere,
nell’atto introduttivo dell’appello (segnatamente alle pagine da 8 a

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Il Co s gl e
Dott.

t.
ossi

notificata), risalente al 19 maggio 2015.

12) analiticamente contestato le motivazioni addotte dal giudice di
primo grado circa la non necessità del tentativo di conciliazione in
relazione ad un successivo ricorso per decreto ingiuntivo ed altresì in
ordine alla ritenuta idoneità di quello svolto.
Il motivo è infondato.

passaggio della motivazione, non ricollegato ad alcuna statuizione di
inammissibilità nella parte dispositiva, si configura come un mero
argomento svolto per incidens, del tutto privo di concludenza ai fini
della pronuncia, diffusamente giustificata (a fronte della sostanziale
apoditticità dell’enunciato difetto di specificità dei motivi di gravame)
sull’infondatezza nel merito delle ragioni dell’impugnazione, come
d’altronde si inferisce dal (coerente con il ragionamento qui esposto)
dispositivo di rigetto dell’appello.
3. Con il secondo mezzo, per violazione e falsa applicazione
dell’art. 46 della legge n. 203 del 1982 in relazione all’art. 360,
comma 1, num. 3, cod. proc. civ., il ricorrente assume:
(a) in linea generale, la necessità del preventivo esperimento del
tentativo di conciliazione in caso di ricorso per decreto ingiuntivo
afferente la materia dei contratti agrari;
(b)

la inidoneità, nella vicenda in esame, del tentativo svolto

prima della proposizione del ricorso monitorio, avendo la relativa
istanza un petitum e una causa petendi (risoluzione del contratto per
inadempimento dell’affittuario) diversi da quelli posti a base della
domanda di ingiunzione (pagamento di canoni di affitto per l’anno
2010, indennità di occupazione per annate successive, di contributi
consortili e spese di sollevamento dell’acqua).
Il motivo articola dunque due distinte ed autonome censure che
attingono criticamente le due rationes decidendi su cui si fonda la
pronuncia impugnata: esse vanno pertanto separatamente vagliate.

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Il Co
Dott.

r
t
aele Rossi

Esso non coglie la ratio decidendi della pronuncia: il trascritto

3.1. La doglianza sub (a) concerne la questione, inedita nella
giurisprudenza di legittimità (non constano infatti precedenti sul
tema, e ciò ha indotto la trattazione del ricorso in pubblica udienza),
sul rapporto tra tentativo obbligatorio di conciliazione in materia di
contratti agrari e procedimento per ingiunzione.

monitoria non debba essere preceduta dal tentativo di conciliazione
«in base alle ragioni espresse dalla Corte Costituzionale con la
sentenza n. 276/2000», manifestando, espressamente, condivisione
del principio secondo cui «il tentativo obbligatorio di conciliazione è
strutturalmente legato ad un processo fondato sul contraddittorio […]
all’istituto sono quindi per definizione estranei i casi in cui invece il
processo si debba svolgere in una prima fase necessariamente senza
contraddittorio, corna accade per il procedimento per decreto
ingiuntivo»; ha precisato, inoltre, che «la inapplicabilità dell’art. 412bis cod. proc. civ. alle controversie agrarie non esclude che debbano

valere anche per la presente fattispecie i principi di carattere generale
formulati dalla Corte Costituzionale relativamente alla incompatibilità
logica tra la obbligatoria preventiva conciliazione e la struttura del
procedimento monitorio».
Detta argomentazione, efficacemente censurata dal ricorrente, è
errata in punto di diritto e va pertanto corretta ai sensi dell’art. 384,
ultimo comma, cod. proc. civ., pur ciò non implicando (per le ragioni
in appresso meglio spiegate) la cassazione della pronuncia.
Giova innanzitutto precisare che, avuto riguardo all’epoca di
instaurazione della lite (novembre 2012), la vicenda in esame è
ratione temporís disciplinata dall’art. 11 del D.Lgs. 01/09/2011, n.

150, così (per quanto d’interesse) formulato:
«Le controversie in materia di contratti agrari o conseguenti alla
conversione dei contratti associativi in affitto sono regolate dal rito

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Il Cr1s. ier Est.
ffa e Rossi
Dotti

Sul punto, la Corte territoriale ha ritenuto che la domanda

del lavoro, ove non diversamente disposto dal presente articolo»

(comma 1);
«Chi intende proporre in giudizio una domanda relativa a una
controversia nelle materie indicate dal comma i e’ tenuto a darne
preventiva comunicazione, mediante lettera raccomandata con avviso

dell’agricoltura competente per territorio» (comma 3);
«Nel caso in cui il tentativo di conciliazione non si definisca entro
sessanta giorni dalla comunicazione di cui al comma 3, ciascuna delle
parti e’ libera di adire l’autorita’ giudiziaria competente» (com ma 7).

La disposizione riproduce, senza significative alterazioni, il
contenuto precettivo dell’art. 46 della legge n. 203 del 1982, talchè,
ai fini della soluzione della questione esaminata, ben può muoversi
dagli indirizzi ermeneutici formatisi in relazione a siffatta norma nella
giurisprudenza di legittimità.
Muovendosi nel descritto contesto, questa Corte, con reiterati
interventi di identico segno, ha evidenziato la differente declinazione
del tentativo obbligatorio di conciliazione nel processo agrario ed in
quello del lavoro, ben stagliata nella diversa formulazione delle
rispettive norme, escludendo proprio quella omologia strutturale su
cui fonda il suo ragionamento la sentenza qui gravata.
In tal senso, Cass. 29/01/2010, n. 2046, dal raffronto testuale tra
l’art. 46 della legge n. 203 del 1982 e gli artt. 410 e 412-bis cod.
proc. civ. inferisce che:

«il tentativo di conciliazione in materia

agraria deve essere sempre “preventivo”, cioè attivato prima
dell’inizio di qualsiasi controversia, atteso che la norma, “inderogabile
e imperativa”, non consente che il filtro dallo stesso costituito possa
essere posto in essere successivamente alla domanda giudiziale;
laddove l’esperimento del tentativo di conciliazione nel processo del
lavoro può essere, invece, promosso in corso di causa, previa
sospensione del giudizio per il termine di giorni sessanta (con

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7

Il Consi
Dott. Ra ae Rossi

di ricevimento, all’altra parte e all’ispettorato provinciale

conseguente necessità di riassunzione, a pena di estinzione)» per poi

concludere che «in materia agraria, il requisito della necessità del
preventivo esperimento del tentativo individua, nell’assetto dell’art.
46 della legge n. 203 del 1982 una condizione di “proponibilità”, la cui
mancanza, rilevabile anche d’ufficio nel corso del giudizio di merito,

improponibilità della domanda; mentre, in materia lavoristica, esso
integra una condizione di “procedibilità”, il cui mancato esperimento
determina, come è stato rilevato dalla giurisprudenza di merito, una
“improcedibilità sui generis”, avuto riguardo al regime della sua
rilevabilità e all’iter che consegue a tale rilievo».

Sulla scorta della distinzione così nitidamente enucleata da tale
orientamento (i cui prodromi si rinvengono in Cass. 15/07/2008, n.
19436, e che è stato poi ribadito da Cass. 22/12/2011, n. 28320 e da
Cass. 31/07/2012, n. 13683), al quale si intende dare continuità, è
possibile cogliere l’esatta portata della richiamata decisione della
Consulta n. 276/2000.
Nell’affermare la strutturale correlazione del tentativo obbligatorio
di conciliazione ad un «processo fondato sul contraddittorio» e
nell’escluderne l’obbligatorio esperimento nei casi in cui «il processo
si debba svolgere in una prima fase necessariamente senza
contraddittorio», il giudice delle leggi ha postulato il riferimento alle
fattispecie nelle quali la possibilità della definizione amministrativa
conciliativa sia praticabile in via prodromica (o incidentale) rispetto
alla fase processuale a contraddittorio pieno, quando cioè il tentativo
si atteggi come una condizione di procedibilità della domanda: come
accade nella ipotesi (che era quella appunto vagliata dalla Consulta)
del processo del lavoro, laddove la esperibilità del tentativo nella
prospettiva della proposizione del giudizio di opposizione a decreto
ingiuntivo è garantita dalla sospensione del «decorso di ogni termine
di decadenza» prevista dall’art. 410, comma 2, cod. proc. civ..
R.G. 28020.2015

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Il Consi
Dott. Raf.ele Rossi

comporta la definizione della causa con sentenza dichiarativa di

Ben differente è invece il modus operandi delle controversie in
materia agraria: qui, come evidenziato dall’utilizzo nell’art. 11 del
D.Lgs. n. 150 del 2011 dell’aggettivo «preventiva» (e dell’identica
locuzione avverbiale nell’art. 46 della legge n. 203 del 1982), il
tentativo obbligatorio di conciliazione configura una condizione di

pena di improponibilità dell’azione, deve precedere l’introduzione
della lite e il ricorso all’autorità giudiziaria.
3.2. E tale necessario onere va osservato anche quando la
richiesta di tutela venga articolata con le forme della cognizione
sommaria proprie del procedimento per ingiunzione.
Depone univocamente nel senso ora manifestato la esegesi del
più volte citato art. 11 ossequiosa dei canoni euristici indicati nell’art.
12 delle disposizioni preliminari al codice civile.
In primis, il tenore testuale del dato positivo: la «domanda» che

si intende proporre in giudizio ed in relazione alla quale va esperito il
tentativo non può che essere intesa nel significato, omnicomprensivo,
di istanza volta al riconoscimento di un diritto o comunque alla tutela
di un bene della vita avente scaturigine in un contratto agrario (per
questa definizione, Cass. 28/12/1995, n. 13140), alcuna rilevanza
assumendo, per tale nozione, la sequenza procedimentale attivata
(ordinaria o semplificata) o la modalità di proposizione seguita (in via
principale o riconvenzionale).
In secondo luogo, la

ratio della norma, da individuarsi non

soltanto nella esigenza, di rilievo squisitamente processuale, di
predisporre un filtro riduttivo dei procedimenti giurisdizionali (non
lesivo del diritto di difesa costituzionalmente garantito dall’art. 24
Cost., per non essere l’esercizio del diritto innanzi l’A.G. sottoposto ad
«un adempimento vessatorio di difficile osservanza» né ad
«un’insidiosa complicazione»: così Corte Cost. 21/01/1988, n. 73) ma
soprattutto nel bisogno di salvaguardare l’interesse, di natura

R.G. 28020.2015

9

il Consi
Dott. Ra fael Rossi

accesso alla tutela giurisdizionale, cioè a dire un adempimento che, a

sostanziale, alla conservazione dei rapporti agrari e della attività di
impresa collegata all’utilizzazione del fondo: finalità in tutta evidenza
compromesse qualora con l’adozione della forma semplificata di tutela
ingiuntiva (sempre alternativa -si rammenti- al procedimento di
cognizione ordinaria) fosse consentito di eludere il tentativo della
preventiva composizione amministrativa della controversia.

(come visto) necessario tentativo di conciliazione non può certo
gravare sul debitore ingiunto che voglia spiegare opposizione al
decreto ingiuntivo, per un duplice ordine di motivi: innanzitutto, così
opinando, la definizione conciliativa si svolgerebbe in via successiva
(e non preventiva) rispetto alla proposizione in sede giudiziale della
lite; ancora, in mancanza di una disposizione analoga a quella
dell’art. 410, comma 2, cod. proc. civ., il debitore opponente, non
potendo adire il giudice prima del trascorrere di sessanta giorni dalla
richiesta all’organo amministrativo della conciliazione, si troverebbe
nell’impossibilità di rispettare il termine (perentorio) sancito dall’art.
641 cod. proc. civ. per la proposizione dell’opposizione.
3.3. In virtù delle esposte considerazioni, va dunque affermato il
seguente principio di diritto: «In materia agraria, grava sulla parte
che intenda proporre ricorso per decreto ingiuntivo a tutela di un
diritto nascente da un rapporto agrario l’onere di esperire il
preventivo tentativo di conciliazione nei modi stabiliti dall’art. 11 del
D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, a pena di improponibilità della
domanda rilevabile di ufficio».
3.4. Emendata nei sensi anzidetti, la pronuncia della Corte di
Appello di Bologna resiste tuttavia all’impugnazione qui interposta.
Dopo aver (erroneamente) affermato la non obbligatorietà del
tentativo di conciliazione prima del ricorso monitorio, la sentenza, con
ulteriore ed autonoma ratio decidendi, ha ritenuto la idoneità, ai fini
della domanda di pagamento formulata in via ingiuntiva, del

R.G. 28020.2015

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Il Co sig i e Est.
SI
Dott. Raff le

Con riferimento al procedimento monitorio, l’onere di esperire il

pregresso tentativo di conciliazione promosso dall’affittante in vista di
risoluzione del contratto di affitto per una serie di inadempimenti,
alcuni dei quali posti a fondamento della richiesta di ingiunzione.
Più precisamente, dopo avere premesso l’ammissibilità di una
emendatio libelli (cioè una «diversa quantificazione o specificazione

conciliativo e la domanda in sede giudiziaria, ha accertato che il
tentativo di conciliazione era stato intrapreso «per una serie di gravi
inadempimenti della parte affittuaria specificamente indicati, fra i
quali la morosità dell’affittuario e il mancato pagamento delle spese di
irrogazione per l’anno 2010» e valutato che in sede giudiziaria la
causa petendi era rimasta identica mentre era stato modificato, in

senso limitativo, soltanto il petitum, essendosi gli affittanti «limitati a
chiedere la condanna di controparte al pagamento delle somme
dovute e non anche la risoluzione del contratto per inadempimento».
A confutazione di questo ragionamento, il ricorrente, riportato il
contenuto del verbale del tentativo di conciliazione tenuto presso gli
organi preposti, rileva la diversità di

petitum

e causa petendi

successivamente fatti valere con il ricorso per decreto ingiuntivo, tale
da concretare una vera e propria mutatio libelli.
Il motivo, in tal guisa sviluppato, va disatteso.
Essa, invero, non lamenta, una violazione o falsa applicazione di
norme di diritto, non sollevando contestazioni (se non in maniera del
tutto generica ed apodittica) sulla premessa che sorregge in punto di
diritto l’enunciato decisum, la quale, ad ogni buon conto, si profila
conforme alla opinione del giudice della nomofilachia: al riguardo è
qui opportuno ribadire che, affinchè sia rispettato l’onere prescritto
dall’art. 11 del D.Lgs. n. 150 del 2011, non è necessaria una perfetta
e biunivoca corrispondenza, circa il petitum e la causa petendi, tra la
richiesta a fini conciliativi e la domanda giudiziale, attesa la
ontologica disomogeneità funzionale e strutturale tra i due atti, per

R.G. 28020.2015

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Il Cons
Dott. Ra

della pretesa, fermi i fatti costitutivi») tra la richiesta in ambito

essere invece sufficiente, nella sede amministrativa ante causam, la
puntuale individuazione dei fatti costitutivi della pretesa suscettibile di
essere in ambito giurisdizionale declinata con differenti conclusioni su
quelle ragioni giustificate, sempreché ciò non determini l’alterazione
dell’oggetto sostanziale dell’azione oppure l’introduzione di nuovi temi

ritenuto che la necessità di un autonomo tentativo di conciliazione
non sussiste per le domande che, proposte unicamente in sede
giurisdizionale, siano tuttavia collegate ai contrasti ed alle pretese
fatte valere dalle parti in sede conciliativa – Cass. 10/07/2014, n.
15757; Cass. 02/12/2004, n.22665 – ovvero costituiscano diversa
specificazione o quantificazione della richiesta formulata davanti
all’organo di conciliazione: Cass. 19/04/2010, n. 9266).
Il ricorrente denuncia piuttosto l’erroneità dell’apprezzamento, in
fatto, sulla (reputata insussistente) difformità tra istanza conciliativa
e domanda monitoria: e tal fine prospetta (ma anche, di necessità,
presuppone) una nuova (e differente) lettura del documento (verbale
del tentativo di conciliazione) su cui si fonda la sentenza impugnata.
Risulta pertanto evidente la inammissibilità della censura, la quale
si risolve in un diverso apprezzamento delle emergenze istruttorie,
ovvero di una valutazione tipicamente riservata ai giudici di merito e
non censurabile nel giudizio di legittimità (salve eventuali anomalie
motivazionali, qui nemmeno ipotizzate), e finisce con l’invocare una
nuova pronuncia sul fatto, del tutto estranea alla natura ed alle
finalità dei poteri decisionali di questa Corte (tra le molte, Cass.
04/04/2017, n. 8758; Cass. 03/06/2014, n.12391; Cass.
14/05/2013, n. 11549; Cass. 25/05/2010, n. 12690).
4. Rigettato il ricorso, la novità e la complessità delle questioni
giuridiche affrontate giustifica l’integrale compensazione delle spese
di lite tra le parti.

R.G. 28020.2015

12

Il Co
Dott.

di indagine idonei a sconvolgere la difesa della controparte (si è così

Avuto riguardo all’epoca di proposizione del ricorso per cassazione
(posteriore al 30 gennaio 2013), la Corte dà atto dell’applicabilità
dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (nel
testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012,
n. 228): il rigetto del ricorso costituisce il presupposto per il

titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso.
Dichiara interamente compensate le spese di lite tra le parti.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002,
dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte
del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari
a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma

1-bis

dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza
Sezione Civile, il giorno 14 novembre 2017.

pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a

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