Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6828 del 11/03/2021

Cassazione civile sez. III, 11/03/2021, (ud. 08/09/2020, dep. 11/03/2021), n.6828

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE STEFANO Franco – Presidente –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35606-2018 proposto da:

D.N.N., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PAOLO

EMILIO, 34, presso lo studio dell’avvocato MARCELLA DE NINNO,

rappresentato e difeso dall’avvocato ALFREDO BRAGAGNI;

– ricorrenti –

contro

G.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

CIRCONVALLAZIONE CLODIA 19, presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO

IOVANE, rappresentato e difeso dall’avvocato GABRIELLA SARTIANI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1236/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 31/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/09/2020 dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con atto di citazione del 5 maggio 2003, d.N.N. evocava in giudizio G.E. esponendo che il 29 aprile 1997, quando entrambi erano minorenni, in occasione di una lite tra ragazzini, era stato colpito al volto da un pugno scagliato dal G., che aveva provocato lesioni e la necessità di un intervento chirurgico. Della vicenda si erano interessate anche la Procura della Repubblica in relazione alla posizione dei genitori del G. e quella presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze, riguardo alla condotta del minore;

aggiungeva che, con precedente atto di citazione del 23 gennaio 1998, i genitori di N. avevano evocato in giudizio i genitori di E., ai sensi dell’art. 2048 c.c. e il giudizio, nel quale era stata espletata consulenza medica, si era concluso con sentenza del Tribunale di Grosseto del 18 ottobre 2001, che aveva rigettato la domanda;

nell’ambito del secondo giudizio (quello instaurato da d.N.N.) si costituiva G., eccependo la prescrizione del diritto al risarcimento e contestando la sussistenza della responsabilità;

il Tribunale di Grosseto, con sentenza n. 786 del 2007, accoglieva l’eccezione preliminare di prescrizione, rigettando la domanda;

avverso tale decisione proponeva appello d.N.N., rilevando che il termine di prescrizione sarebbe stato interrotto da una raccomandata del 26 marzo 2002 e che, comunque, trattandosi di reato di lesioni ai sensi dell’art. 583 c.p., avrebbe dovuto trovare applicazione il termine di prescrizione decennale ai sensi dell’art. 2947 c.c., comma 3;

la Corte d’Appello di Firenze, con sentenza del 31 maggio 2018, rigettava l’impugnazione, ritenendo insussistente l’atto interruttivo del termine di prescrizione e non applicabile l’art. 2947 c.c., comma 3;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione d.N.N., affidandosi a due motivi che illustra con memoria. Resiste con controricorso G.E..

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si lamenta la violazione degli artt. 2046 e 2047 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 La Corte territoriale avrebbe escluso l’applicazione dell’art. 2947 c.c., comma 3 ritenendo che la non imputabilità del minore infraquattordicenne avesse determinato la insussistenza, anche in astratto, della fattispecie di reato, con ciò qualificando erroneamente il requisito della non imputabilità dell’autore come elemento costitutivo della fattispecie di reato. Al contrario, l’imputabilità rappresenterebbe un modo di essere della persona, da non confondere con la colpevolezza. Conseguentemente, la fattispecie di reato sussisterebbe a prescindere dalla condizione di imputabilità del reo;

con il secondo motivo si lamenta la violazione dell’art. 2947 c.c., comma 3, con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3 Una volta affermata la riconducibilità della fattispecie all’ipotesi di lesioni aggravate di cui all’art. 582 c.p. e art. 583 c.p., nn. 1 e 2, il giudice avrebbe dovuto applicare il termine più lungo previsto dall’art. 2947 c.c., comma 3 che, nel caso di specie, era pari a 10 anni, poichè i fatti penalmente rilevanti si erano verificati il (OMISSIS) e il giudizio era iniziato il 5 maggio 2003, date entrambi precedenti a quella di entrata in vigore della L. n. 205 del 2005, modificativa dell’art. 157 c.p. in materia di termine di prescrizione penale;

i motivi possono essere trattati congiuntamente perchè strettamente connessi, riguardando entrambi il tema della prescrizione e costituendo il secondo l’applicazione in sede civile del principio che costituisce l’argomentazione centrale del primo motivo; appare preliminare l’esame del secondo motivo, che è inammissibile perchè dedotto in violazione l’art. 366 c.p.c., n. 6. La questione centrale riguarda il termine di prescrizione da computare e cioè quello previsto in sede penale per il fatto astrattamente configurabile come reato, per il quale sia prevista un termine di prescrizione più lungo di quello quinquennale, ritenuto dal giudice di appello. Si deduce, infatti, l’esistenza di un reato per il quale il termine applicabile all’evento verificatosi nel (OMISSIS) sarebbe quello decennale, non trovando applicazione il più breve termine di sei anni introdotto nel (OMISSIS).

Rispetto a tale assunto parte ricorrente avrebbe dovuto, innanzitutto allegare elementi concreti al fine di dimostrare di avere sottoposto al giudice di appello la questione relativa alla concreta configurabilità della fattispecie penale, con riferimento a tutti gli elementi rilevanti ai fini della prescrizione e, in particolare, oltre alla specifica ipotesi delittuosa contestata, anche le caratteristiche della menomazione (durata della malattia e esistenza di una menomazione permanente);

il ricorrente avrebbe dovuto trascrivere, allegare o localizzare all’interno del fascicolo di legittimità gli elementi indispensabili per supportare tale tesi e cioè il provvedimento dell’autorità giudiziaria penale di rinvio a giudizio, sia con riferimento alla posizione dei genitori del danneggiante G.E. (Tribunale ordinario), sia con riferimento alla posizione di quest’ultimo, riguardo al procedimento (neppure si assume instaurato, ma solo) attivato presso la Procura della Repubblica presso Tribunale per i Minorenni. Ciò al fine di individuare, innanzitutto, il reato astrattamente configurato dall’autorità giudiziaria e determinare il termine di prescrizione eventualmente più lungo di quello quinquennale, previsto dall’art. 2947 c.c., primi due commi. Ma dal ricorso non emerge nulla di ciò;

non è sufficiente la prospettazione del reato, ma è necessaria quella di un reato di cui termine di prescrizione possa fondare la tesi attorea (spettando sola giudice del merito la valutazione della sua senza);

Fatta questa premessa, è evidente che risultano del tutto generici i riferimenti alla vicenda processuale. In particolare, quello relativo alla esistenza di un referto dell’ospedale della (OMISSIS), sulla base del quale si sarebbe attivata “l’attenzione della Procura della Repubblica di Grosseto, interessata a verificare la sussistenza del reato di cui agli artt. 590 e 593 c.p. in relazione alla condotta dei genitori del piccolo G.”. Tale riferimento è inconferente ai fini che qui rilevano, sia perchè si riferisce al reato di lesioni semplici, ex art. 590 c.p. (con prescrizione non superiore a quella prevista dall’art. 2947 c.c., comma 3), sia perchè l’art. 593 c.p. riguarda l’omissione di soccorso, di cui la sentenza impugnata non si occupa;

ancora più generico è il riferimento alla posizione diretta del minore G., perchè nella stessa pagina si legge “dall’altro, quello della Procura dei Minori di Firenze in relazione alla condotta del minore”., Quindi difetta ogni richiamo, anche generico, al reato contestato e neppure (Ndr: testo originale non comprensibile) sia iniziato un procedimento penale nei confronti del minorenne;

nello stesso modo del tutto inidoneo è il generico richiamo alla consulenza di ufficio che sarebbe stata espletata nella diversa causa instaurata il 23 gennaio 1998, nei confronti dei genitori del minore ai sensi dell’art. 2048 c.c. Quel ctu avrebbe determinato il danno biologico in 30 giorni di inabilità temporanea e 15 di inabilità parziale. Ma di tale atto, oltre alla circostanza che si riferisce ad un giudizio tra parti diverse (i genitori, in proprio, degli odierni contendenti), non è trascritto alcun passaggio, non è allegato ed è individuato semplicemente come documento n. 9 depositato in primo grado, unitamente all’atto di citazione (del giudizio instaurato nei confronti dei genitori del minore). Non è noto, neppure, se quella ctu ha avuto ingresso nel giudizio;

nulla viene allegato rispetto all’esito dei procedimenti penali, limitandosi il ricorrente a lamentare di avere dedotto in appello che il termine di prescrizione da applicare non sarebbe stato quello quinquennale, in quanto “il comportamento del minore integrava gli estremi del reato di quell’art. 583 c.p.c.”;

sulla base delle considerazioni che precedono, a prescindere dalla sostenibilità della tesi della configurabilità, in astratto, della fattispecie di reato, rilevante ai sensi dell’art. 2947 c.c., comma 3 nell’ipotesi di fatto commesso da un minore infraquattordicenne, il primo motivo è assorbito;

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; ricorrono giusti motivi per compensare le spese (giudizio è stato instaurato nell’anno 2003), attesa la novità della questione sottesa al primo motivo. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

PQM

dichiara inammissibile il ricorso e compensa integralmente tra le parti le spese processuali.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza della Corte Suprema di Cassazione, il 8 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 11 marzo 2021

 

 

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