Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6768 del 10/03/2021

Cassazione civile sez. III, 10/03/2021, (ud. 23/10/2020, dep. 10/03/2021), n.6768

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 32352-2019 proposto da:

K.E., elettivamente domiciliato in Padova, via Trieste 28 ter,

presso lo studio dell’avv. SILVIA BETTELLA, che lo rappresenta e

difende per procura speciale in atti;

– ricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE REPUBBLICA CORTE APPELLO VENEZIA;

– intimato –

nonchè contro

MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 4156/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 03/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/10/2020 dal Consigliere Dott. RUBINO LINA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

K.E. ha proposto ricorso per cassazione, notificato il 4.11.2019, depositato il 4 novembre 2019, avverso la sentenza n. 4156/ 2019 emessa dalla Corte d’appello di Venezia e pubblicata in data 3 ottobre 2019.

Il Ministero dell’interno ha depositato tardivamente una comunicazione con la quale si è dichiarato disponibile alla partecipazione alla discussione orale.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in adunanza camerale non partecipata.

Il ricorrente impugnava il diniego delle varie forme di protezione internazionale da lui richieste da parte della Commissione territoriale; il Tribunale di Venezia confermava la decisione con ordinanza adottata in udienza, al termine della camera di consiglio, il 2 marzo 2018, comunicata il 5 giugno 2018.

Il K. proponeva appello, notificando l’atto di citazione in appello in data 5 luglio 2018; contestualmente provvedeva all’iscrizione al ruolo per via telematica.

La Corte d’appello di Venezia dichiarava inammissibile l’appello in quanto tardivo, perchè proposto ben oltre i trenta giorni dalla pronuncia e lettura in udienza dell’ordinanza impugnata. Precisava con ampia motivazione che con il D.Lgs. n. 142 del 2015 il legislatore ha intenzionalmente e motivatamente rimodellato il procedimento d’appello in tema di protezione internazionale adottando il ricorso come forma dell’atto introduttivo del secondo grado, in coerenza con la necessità di governare i tempi ristretti dello speciale procedimento e segnalava che tale ricostruzione ha trovato recentemente conferma nella sentenza di questa Corte a sezioni unite n. 28575 del 2018) che, innovando rispetto all’orientamento precedente, ha affermato che nel vigore del D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, così come modificato dal D.Lgs. n. 142 del 2015, art. 27 comma 1, lett. f), l’appello ex art. 702 quater c.p.c., proposto avverso la decisione di primo grado sulla domanda volta al riconoscimento della protezione internazionale deve essere introdotto con ricorso e non con citazione, in aderenza alla volontà del legislatore desumibile dal nuovo tenore letterale della norma. Ciò non di meno, chiariva la corte territoriale, il giudizio di appello può ritenersi validamente introdotto, indipendentemente dal nomen iuris conferito dalla parte all’atto introduttivo, purchè esso abbia i requisiti previsti dalla legge, ovvero purchè, anche se l’atto sia denominato atto di citazione e sia portato a conoscenza della controparte mediante notifica, il suo deposito in cancelleria sia avvenuto entro il termine di legge. Escludeva che nel caso di specie ciò si fosse verificato perchè l’appello avverso il provvedimento letto in udienza il 2 marzo 2018 – essendo equivalente la pronuncia in udienza a comunicazione – avrebbe dovuto essere introdotto con atto depositato in cancelleria entro trenta giorni da quella data mentre era stato depositato ben oltre, avendo preso la parte erroneamente a riferimento la data del 5 giugno 2018 in cui l’ordinanza veniva – nuovamente – comunicata al difensore.

Il ricorrente, con un unico motivo, chiede la cassazione di tale sentenza, rilevando come la Corte d’appello di Venezia abbia errato nel non considerare che la comunicazione della sentenza del tribunale è avvenuta solo il 5 giugno 2018, e che solo da questa data dovevano farsi decorrere i 30 giorni per promuovere appello previsti dal D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 19, comma 1 e 702 quater c.p.c..

Il ricorso è infondato.

Il ricorrente ancora la sua affermazione al certificato storico del fascicolo telematico del procedimento ove è indicato che il procedimento il 2 marzo è “riservato”, e solo il 5 giugno, data in cui lui riceve la comunicazione della decisione, è “rigettato”.

Correttamente però la corte d’appello ha ritenuto tardivo l’appello, in applicazione del principio secondo il quale “In tema di procedimento sommario di cognizione, il termine per proporre appello avverso l’ordinanza resa in udienza e inserita a verbale decorre, pur se questa non è stata comunicata o notificata, dalla data dell’udienza stessa, equivalendo la pronuncia in tale sede a “comunicazione” ai sensi degli artt. 134 e 176 c.p.c.” (Cass. n. 14478 del 2018). Previa verifica degli atti di causa, consentita ed anzi doverosa in questa sede in cui, essendo stata dedotta una questione processuale, la Corte è anche giudice del procedimento, nel verbale di causa è indicato, non che il giudice si sia riservato, ma che si sia ritirato in camera di consiglio per decidere con provvedimento contestuale di cui si darà lettura in udienza. Pertanto, il provvedimento è stato immediatamente comunicato mediante lettura al termine dell’udienza e da quella data decorreva il termine per impugnare.

Non solo.

Anche nel testo della ordinanza di primo grado si dà atto che il giudice si ritira in camera di consiglio e poi che al termine della camera di consiglio, alle 13,50, pronuncia l’ordinanza.

Quindi non si tratta di ordinanza “riservata”, che viene a conoscenza della parte una volta che venga sciolta la riserva e che il provvedimento adottato a scioglimento della riserva sia comunicato alle parti, ma di ordinanza adottata in udienza, che il ricorrente avrebbe avuto modo di conoscere direttamente e pertanto, il termine per proporre l’impugnazione iniziava a decorrere dall’udienza stessa.

In caso di contrasto tra il contenuto del provvedimento ed il contenuto del verbale di udienza, farebbe fede il contenuto di quest’ultimo, che ha natura di atto pubblico e quindi fa fede fino a querela di falso dell’avvenuto svolgimento delle attività processuali ivi descritte. I due atti, peraltro, nel caso di specie, come indicato, sono convergenti, e prevalgono sull’estratto del ruolo informatico, che non ha valore di atto pubblico, ma solo di mera annotazione interna (in questo senso v. già Cass. n. 11089 del 1999: “Nel contrasto fra la data indicata dal cancelliere nel verbale di udienza e quella risultante dal ruolo, occorre dare prevalenza alla prima, in quanto le annotazioni contenute nel ruolo hanno funzione meramente ricognitiva dei dati risultanti dall’atto originario”).

Si aggiunga che secondo consolidato orientamento di questa Corte, nel quale si iscrive la su citata Cass. n. 14478 del 2018, l’ipotesi di un’applicazione del termine “lungo”, decorrente dal deposito, è esclusa, in quanto del tutto incompatibile con la scelta legislativa acceleratoria che permea l’art. 702-quater (al pari delle fattispecie simili, sotto questo profilo, dell’art. 669-terdecies e dell’art. 348 ter). Nel consegue l’esclusione della possibilità di applicare al rito di cui all’art. 702-ter e quater la norma, pur generale, dell’art. 327 c.p.c., comma 1, limitatamente all’appello, per essere l’ipotesi della decorrenza del termine per l’appello dal deposito dell’ordinanza logicamente e sistematicamente esclusa dalla previsione della decorrenza del termine stesso, con finalità acceleratoria, dalla comunicazione o dalla notificazione (se anteriore, si può aggiungere, anche se non espressamente detto dalla norma). La stessa sentenza esamina il problema della decorrenza del termine per impugnare qualora l’ordinanza sia letta in udienza, in mancanza quindi di una formale comunicazione, risolvendolo nel senso della immediata impugnabilità, in virtù della volontà acceleratoria del rito sottesa al rito sommario.

L’affermazione contenuta nel ricorso, secondo la quale non è vero che il provvedimento sia stato letto in udienza, è tamquam non esset, in quanto dovrebbe essere supportata da querela di falso.

Il ricorso va pertanto rigettato.

Nulla sulle spese, non avendo l’intimato svolto attività difensiva in questa sede.

Il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, e il ricorrente risulta soccombente, pertanto è gravato dall’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso Principale a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Corte di cassazione, il 23 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 marzo 2021

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