Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6761 del 10/03/2021

Cassazione civile sez. III, 10/03/2021, (ud. 24/09/2020, dep. 10/03/2021), n.6761

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRAZIOSI Chiara – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

Dott. GIAIME GUIZZI Stefano – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 03498/2019 proposto da:

B.B., B.E., B.A., Q.B.,

elettivamente domiciliati in Roma al viale Mazzini, n. 4 presso lo

studio dell’avvocato Pinto Aldo che li rappresenta e difende

unitamente agli avvocati Falzoni Alessandro e Gamberoni Silvia;

– ricorrenti –

contro

UnipolSai Assicurazioni S.p.a., in persona del legale rappresentante

in carica, elettivamente domiciliato in Roma alla via L. Bissolati,

n. 76 presso lo studio dell’avvocato Spinelli Giordano Tommaso che

lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

nonchè contro

J.S.

– intimata –

avverso la sentenza n. 01191/2018 della CORTE d’APPELLO di TORINO,

depositata il 20/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/09/2020 dal consigliere VALLE Cristiano, osserva.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1) Il 31/10/2009 due giovani, trasportati su autovettura condotta da A.K., e di proprietà di J.S., non coperta da assicurazione per la responsabilità civile auto, perirono in un incidente stradale nei pressi di San Giovanni in Persiceto.

1.1) Nel contraddittorio tra i congiunti dei due, la J. e Fondiaria S.p.a. (ora UnipolSai S.p.a.), quale impresa designata dal Fondo di Garanzia Vittime della Strada per la Regione Emilia-Romagna, il Tribunale di Torino condannò la compagnia assicuratrice al risarcimento dei danni, nei limiti di massimale, in favore di entrambi i nuclei dei congiunti dei due giovani, ossia di V., A. e S.P., genitori e fratello del deceduto M.P. e di A.K., D., E. e B.B., quali genitori e sorelle di A.K., altro giovane deceduto.

1.2) UnipolSai S.p.a. impugnò dinanzi alla Corte di appello competente per territorio, con riferimento alla legittimazione attiva dei congiunti del deceduto A.K. e sul non uso delle cinture di sicurezza da parte di M.P..

1.3) La Corte di Appello di Torino, con sentenza n. 01191 del 20/06/2018, nel contraddittorio con A.K., B., D. ed B.E. e di A., S. e P.V., ha accolto l’impugnazione con riferimento al nucleo familiare del K. ed ha rigettato l’appello nel resto.

1.4) Avverso la sentenza della Corte di Appello di Torino ricorrono, con atto affidato a cinque motivi, B.B., B.A., B.E. e B.Q., quali genitori e sorelle di K.M. (già B.M., come meglio precisato in seguito).

1.5) Resiste con controricorso UnipolSai S.p.a..

1.6) J.S., già contumace nelle fasi di merito, è rimasta intimata.

1.7) Il P.G. non ha depositato conclusioni.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

2) Il ricorso dei congiunti di B.M., o K.M., così censura la sentenza d’appello.

2.1) Primo motivo: violazione dell’art. 116 c.p.c., art. 2697 c.c. e art. 2700 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in ordine alla ritenuta carenza di legittimazione attiva dei ricorrenti. La Corte d’Appello di Torino ha erroneamente negato la legittimazione attiva dei ricorrenti, congiunti del deceduto K.M., affermando che i documenti (verbale di polizia giudiziaria, atto di morte di K.M., stato di famiglia di questi) in base ai quali il primo giudice aveva ritenuto accertato che il giovane trasportato deceduto, trovato in possesso di passaporto falso, fosse K.M., sono privi dell’efficacia probatoria loro attribuita dalla legge. In tal modo la Corte d’Appello ha violato il principio di fidefacienza degli accertamenti oggettivi effettuati dall’Ufficiale di polizia giudiziaria, verbalizzante, in difetto di apposita e necessaria querela di falso, nonchè violato l’art. 2697 c.c., in ordine alla ripartizione dell’onere della prova che nel caso di specie, alla luce dell’efficacia probatoria intrinseca, tipica degli atti prodotti da parte attrice, gravava sulla convenuta.

11.2) Secondo motivo: violazione dell’art. 132 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4 per carenza di motivazione. La Corte d’Appello di Torino, alla pag. 6 della sentenza, ha negato valenza probatoria ai seguenti documenti versati in atti dai ricorrenti: certificato di morte di K.M. attestante il decesso avvenuto in (OMISSIS) ed in calce al quale si dà altresì atto della paternità in B.B. il quale aveva cambiato il proprio nome in A.K. in data 15.02.1996; stato di Famiglia di B.M. in cui sono indicati il padre B.B., la madre B.D., le sorelle E. e B.B., con ulteriore attestazione del cambiamento di nome dell’intestatario della scheda ( A.K.); in detto certificato si registra il decesso di B.M. in data (OMISSIS).

2.3) Terzo motivo: violazione del D.P.R. n. 396 del 2000, art. 71, comma 1, lett. B), art. 77, comma 2, art. 83, D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 2 comma 7 e D.P.R. n. 394 del 1999, art. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 per omesso esame su un fatto decisivo per il giudizio e che è stato oggetto di discussione tra le parti. La ritenuta carenza di legittimazione attiva dei ricorrenti si pone in netto contrasto con i suddetti atti normativi che disciplinano la formazione dell’atto di morte da parte dell’Ufficiale di Stato Civile e gli adempimenti che ne conseguono nel caso in cui il decesso in Italia riguardi, come nel caso di specie, un soggetto di nazionalità straniera. Invero, il fatto che la salma di K.M. sia stata trasferita in Albania presuppone che siano stati compiuti tutti gli adempimenti prescritti dalla normativa sopra richiamata, adempimenti tra i quali, necessariamente, rientra anche la ricognizione del cadavere e quindi la sua identificazione.

2.4) Quarto motivo: violazione degli artt. 112,115 e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 per omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Come si evince dal verbale di udienza del 24.02.2017 (cfr. doc. 9), parte appellante Unipolsai Assicurazioni S.p.a., aveva depositato un nuovo documento, consistente in un rapporto di investigazioni datato 26/01/2017, sulla cui ammissibilità e rilevanza la Corte d’Appello si era riservata. Trattasi di documento che, in ragione di quanto ivi dichiarato, era in sè utile a fugare ogni ulteriore dubbio sulla legittimazione attiva dei ricorrenti, in quanto congiunti di K.M. deceduto in Italia nel sinistro avvenuto in data (OMISSIS). In detto rapporto si legge, infatti: “Per quanto riguarda gli eredi del sig. K., il C. mi ha detto che fino a qualche anno fa, in Albania, era possibile cambiare nome e cognome e che la famiglia B. dovrebbe essere effettivamente parente del deceduto signor K.”. Nonostante l’evidente portata decisiva di detto documento, utile a corroborare le prove già dedotte in primo grado a sostegno della legittimazione attiva dei signori K.- B., la Corte d’Appello ha omesso di pronunciarsi sulla sua ammissione e rilevanza, così violando non solo l’art. 112 c.p.c., che imponeva alla Corte di decidere in ordine ad una questione sulla quale si era riservata, bensì anche gli artt. 115 e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, per omesso esame su un fatto decisivo per il giudizio.

2.5) Quinto motivo: violazione dell’art. 111 Cost., comma 1, art. 3 Cost., comma 2, nonchè artt. 115,116 e 345 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in ordine alla mancata ammissione dei documenti prodotti in appello dai ricorrenti. La Corte d’Appello di Torino ha ritenuto di non ammettere e, conseguentemente, non valutare ai fini del giudizio, la documentazione che i ricorrenti avevano prodotto con nota depositata il 10 luglio 2017 (cfr. doc. 12). Sul punto la Corte d’Appello motivava richiamando l’art. 345 c.p.c., comma 3, attualmente vigente, secondo il quale la produzione di nuovi documenti in appello “è consentita soltanto ove la parte dimostri di non averli potuti produrre nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile”; rilevava, altresì, la Corte d’Appello come il richiamo effettuato dagli attori al principio espresso dalla Cassazione, n. 13432/2013 fosse non corretto, poichè afferente a fattispecie disciplinata dall’art. 345 c.p.c. “vecchio testo” e come la nuova documentazione non fosse stata neppure offerta con l’atto di costituzione in appello, ma unicamente in un momento successivo.

2.1.1) Il primo motivo di ricorso è inammissibile laddove chiede la nuova valutazione di circostanze fattuali, esaurientemente vagliate dal giudice dell’impugnazione di merito. La Corte di Appello, alle pag. 5 e 6 della sentenza in scrutinio, ha esaustivamente spiegato le ragioni per le quali al verbale di sequestro di passaporto redatto dagli agenti operanti non potesse essere attribuita valenza fidefacente, nelle parti in cui detto atto, lungi dal rappresentare circostanze obiettive, dava conto di valutazioni. Ciò con riferimento alle dichiarazioni, ritenute veritiere, dell’Ifti Alexandros, sedicente zio (da parte di padre, o madre non è dato saperlo) del K.M. (o B.M.) che, presentatosi spontaneamente dichiarava che il giovane deceduto (oltre a M.P.), non era, come risultava dal passaporto trovato sul corpo R.P., bensì, appunto, K.M.. La motivazione del giudice d’appello è, inoltre, logica nell’affermare che il Tribunale aveva basato la sua decisione sugli accertamenti telefonici espletati con le autorità (di polizia) albanesi da parte della polizia italiana, ma, in assenza di ulteriori precisazioni, non poteva prestarsi fede alla circostanza relativa al fatto che telefonicamente si era accertato che il giovane ritratto sulla fototessera del passaporto rinvenuto sul cadavere fosse B.M. o K.M., e non, invece, R.P. (per l’efficacia probatoria di verbali di polizia in relazione a quanto risultante da verbale di polizia estera si veda Cass. n. 04915 del 20/05/1999 Rv. 526458 – 01).

Era onere, trattandosi di questione relativa alla legittimazione ad agire, degli attori, qui ricorrenti, fornire la prova, della qualità di genitori e sorelle del deceduto e la motivazione d’appello, nell’affermare che la prova offerta, incentrata sul verbale di sequestro del passaporto e sugli accertamenti svolti dagli agenti operanti, non era sufficiente, ha adeguatamente assolto l’obbligo di motivazione.

2.1.2) Il secondo mezzo è del pari inammissibile. La Corte territoriale ha, alla pag. 6 della motivazione, preso in esame tutti i documenti elencati dal motivo all’esame, affermando che erano stati tutti formati in Albania, dopo la morte del K. (o del B.) ad iniziativa di A.K. ora B., che già in precedenza aveva mutato cognome, ed in essi, oltra alla composizione della famiglia, si faceva riferimento, senza alcuna menzione di cui accertamento di fatto e a distanza di oltre due mesi, dell’avvenuta morte di K.M. (o B.M.). La motivazione laddove afferma “che nessun atto di identificazione di cadavere sia stato versato in causa in primo grado, nonostante la difesa attorea ne avesse preannunciato la produzione nella propria memoria ex art. 183 c.p.c., comma 6, n. 1” non è stata in alcun modo adeguatamente censurata dal motivo all’esame, nè la carenza probatoria, di cui ora scritto, poteva essere colmata dalla documentazione, di cui si tratterà a breve a proposito del terzo motivo, a mezzo della documentazione di cui al motivo successivo.

2.1.3) Il terzo mezzo è pure inammissibile: non si individua, infatti, in quale fase di merito la normativa richiamata, D.P.R. 03 novembre 2000, n. 396, art. 71, comma 1, lett. B), art. 77 comma 2, art. 83, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 2 comma 7 e D.P.R. 31 agosto 1999, n. 394, art. 4, sia stata invocata dai ricorrenti e viene chiesto il riesame di circostanze del tutto fattuali quali la avvenuta identificazione di cadavere in Italia. La sentenza in esame ha, inoltre, del tutto logicamente spiegato che, non essendo stato mai versato in atti un atto attestante l’identificazione, in Italia, del cadavere di uno dei due deceduti nell’incidente come appartenente a K.M. (o B.), dovendosi escludere che I.A. avesse effettuato un atto di identificazione, anche in considerazione del fatto che lo stesso si era genericamente qualificato zio del K.M. (o B.), non poteva ritenersi che la salma del giovane deceduto (diverso dal P.) fosse stata identificata, prima dell’invio in Albania, quale C. di K.M. (o B.). La Corte ha, altresì (alla pag. 6, in fine), corroborato detto convincimento evidenziando che alcun risultato dell’accertamento dattiloscopico sul cadavere, la cui produzione era pure stata preannunciata, era stato depositato in atti.

2.1.4) Il quarto mezzo è del tutto inconferente. La circostanza che UnipolSai S.p.a. avesse depositato un documento sulla cui ammissibilità la Corte di Appello si era riservata di provvedere è circostanza del tutto irrilevante, in quanto se è vero che da detto documento, che in realtà si concreta in una dichiarazione raccolta in un rapporto investigativo privato, risulta che l’ambasciatore italiano in Albania avrebbe dichiarato che fino a pochi anni prima in detto paese era possibile cambiare nome e cognome e che la famiglia B. dovrebbe essere effettivamente parente del deceduto signor K., e che in detto rapporto i ricorrenti erano definiti eredi del deceduto suddetto, non può attribuirsi alla mancata acquisizione di esso da parte del giudice del merito un’efficacia dirimente nel senso prospettato. Ciò sia in quanto la valenza probatoria degli elementi raccolti in senso sfavorevole alla sussistenza di un effettivo legame di parentela tra il deceduto e i K.- B. è nettamente prevalente su quelli addotti in senso contrario, sia in quanto il giudice di merito è pienamente abilitato alla scelta dei mezzi sui quali basare il ragionamento sillogistico, competendogli, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (da ultimo, quale espressione di un orientamento costante, si veda Cass. n. 331 del 13/01/2020 (Rv. 656802 – 01), dovendosi, pertanto, ritenere che la Corte territoriale abbia implicitamente valutato, in senso appunto negativo per gli appellati detta relazione investigativa.

2.1.5) L’ultimo (quinto) motivo è inammissibile. La sentenza di primo grado è stata pubblicata in data 08/08/2016. Al giudizio di appello si applicava, quindi, come correttamente ritenuto dalla Corte territoriale, l’art. 345 c.p.c., comma 3, nella formulazione introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134. La giurisprudenza di questa Corte, richiamata dalla sentenza in scrutinio (Cass. n. 06590 del 14/03/2017 Rv. 643372 – 01) afferma che: “La modifica, in senso restrittivo rispetto alla produzione documentale in appello, dell’art. 345 c.p.c., comma 3, operata dal D.L. n. 83 del 2012, trova applicazione, mancando una disciplina transitoria e dovendosi ricorrere al principio “tempus regit actum”, solo se la sentenza conclusiva del giudizio di primo grado sia stata pubblicata dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della L. n. 134 del 2012, di conv. del D.I. n. 83 cit. e, cioè, dal giorno 11 settembre 2012.”. La Corte territoriale ha fatto applicazione della legge processuale vigente ed ha, inoltre, aggiunto che i documenti di cui i B.- K. chiedevano l’acquisizione erano stati offerti soltanto successivamente e non con lo stesso atto d’appello e quindi la loro produzione era inammissibile.

3) Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato integralmente inammissibile.

4) Le spese di lite di questo giudizio di legittimità seguono il criterio della soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

5) Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso;

condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese di lite, che liquida in Euro 7.200,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario al 15%, oltre CA e IVA per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Corte di Cassazione, sezione III civile, il 24 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 marzo 2021

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