Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6755 del 19/03/2010

Cassazione civile sez. trib., 19/03/2010, (ud. 26/11/2009, dep. 19/03/2010), n.6755

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAPA Enrico – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – Consigliere –

Dott. MERONE Antonio – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Ministero dell’Economia e delle Finanze e Agenzia delle Entrate,

rappresentati e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, nei cui

uffici in Roma, via dei Portoghesi, 12, sono domiciliati;

– ricorrente –

contro

S.C., elettivamente domiciliato in Roma, via F. Ozanam,

n. 69, nello studio dell’Avv. PERCACCIO Giovanni Battista, che lo

rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza della commissione tributaria regionale del Lazio,

n. 52/02/04, depositata in data 5 luglio 2004;

sentita la relazione della causa svolta alla Udienza pubblica del 26

novembre 2009 dal consigliere Dott. Campanile Pietro;

Udite le richieste del Procuratore Generale, in persona del Sostituto

Dott. SEPE Ennio Attilio, il quale ha concluso per l’accoglimento del

ricorso.

 

Fatto

1.1 – S.C., medico odontoiatra, impugnava l’avviso di accertamento con il quale, a seguito di verifica eseguita dal Nucleo centrale di Polizia Tributaria, l’Ufficio dell’Entrate di Roma aveva rettificato il reddito da lavoro autonomo per l’anno 1994 in L. 105.120.000, deducendo, in primo luogo, difetto di motivazione, e, contestando, in subordine, la fondatezza della pretesa.

1.2 – La Commissione tributaria provinciale accoglieva il ricorso, condividendo la tesi della nullita’ dell’avviso per carenza di motivazione.

1.3 – La Commissione tributaria regionale del Lazio, con la decisione indicata in epigrafe, pronunciando sull’appello proposto dall’Ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate, rilevata l’insussistenza del vizio di motivazione del provvedimento, cosi’ come ritenuta nella decisione di primo grado, accoglieva il relativo motivo; condivideva tuttavia le giustificazioni del contribuente, opportunamente riproposte, rispetto alle contestazioni dei verbalizzanti (in sostanza fondate su dati relativi a movimenti bancari), giustificazione ritenute attendibili, avendo trovato “riscontro nella documentazione allegata al ricorso e, in particolare, nelle autocertificazioni rilasciate dalle persone interessate”.

La decisione di primo grado, sia pure con diversa motivazione, veniva dunque confermata, con compensazione delle spese processuali.

1.4 – Con ricorso tempestivamente notificato il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia delle Entrate hanno proposto ricorso per Cassazione avverso detta sentenza, affidato ad unico e complesso motivo.

1.5 – Si e’ costituito con controricorso lo S., contestando la fondatezza dell’impugnazione, della quale ha chiesto, pertanto, il rigetto.

Diritto

2.1 – Va preliminarmente dichiarata l’inammissibilita’, per difetto di legittimazione, del ricorso proposto dal Ministero dell’economia e delle finanze, che non e’ stato parte del giudizio d’appello, instaurato dalla sola Agenzia delle entrate, nella sua articolazione periferica, dopo la data del 1 gennaio 2001, con implicita estromissione dell’ufficio periferico del Ministero (Cass., Sez. Un., n. 3166 del 2006). Il rilievo ufficioso dell’inammissibilita’ e l’assenza di qualsiasi aggravio nei riguardi dell’attivita’ difensiva del controricorrente giustificano l’integrale compensazione – in parte qua – delle spese processuali.

2.2 – Con il proprio motivo di ricorso l’Agenzia denuncia la violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 3 nonche’ vizio di motivazione, in relazione – evidentemente – all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per aver la Commissione tributaria regionale posto alla base della decisione documenti ed autocertificazioni (prive, queste ultime, di valore probatorio) non esibiti o non trasmessi in risposta agli inviti dell’Ufficio. Si aggiunge che il contribuente era stato precedentemente, e senza esito, invitato a produrre la documentazione necessaria per procedere all’accertamento, con l’avvertimento che in mancanza sarebbe incorso nei divieti di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32.

2.3 – Il ricorso e’ fondato.

Giova premettere come non sia contestato, risultando per altro chiaramente dal tenore della decisione impugnata, che l’accertamento conseguiva a verifica essenzialmente fondata su accertamenti bancari, in presenza dei quali, incombe “al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancali che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti (Cass., trib., 28 marzo 2008 n. 8041, Cass. 9573/2007, 1739/07, 28324/07)”.

Altrettanto pacifica e’ la circostanza inerente alla mancata risposta, da parte del contribuente, al questionario mod. 55 notificato in data 17 maggio 2000.

2.4 – Alla stregua delle circostanze teste’ evidenziate, appare evidente la violazione, da parte della Commissione tributaria regionale, della norma contenuta nel D.P.R. n. 600 del 1973, commi 3 e 4 – nel testo applicabile, ratione temporis (cfr. Cass., 19 luglio 2002, n. 10598), alla fattispecie in esame – secondo cui, qualora il contribuente ometta di rispondere ai questionari previsti dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, n. 4, e non ottemperi alla richiesta di esibizione di documenti e libri contabili relativi all’impresa esercitata, impedendo in tal modo, o comunque ostacolando, la verifica dei redditi prodotti da parte dell’Ufficio, “le notizie, e i dati non addotti e gli atti, i documenti, i libri ed i registri non esibiti o non trasmessi in risposta agli inviti dell’ufficio non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente, ai fini dell’accertamento in sede amministrativa e contenziosa”. Tale inutilizzabilita’, quindi, si estende anche alla fase contenziosa, salvo che la parte alleghi – circostanza non risultante nella presente fattispecie – di non aver potuto adempiere alle richieste per causa a lui non imputabile. Appare evidente la decisivita’ della violazione in esame, in quanto – come sopra evidenziato – nella sentenza impugnata si afferma espressamente che le giustificazioni del contribuente sono da ritenere attendibili, “in quanto hanno trovato puntuale riscontro nella documentazione allegata al ricorso, e in particolare, nelle autocertificazioni delle persone interessate”.

2.5 – Quanto a quest’ultimo profilo, parimenti censurato dall’Agenzia delle Entrate, deve richiamarsi il principio – gia’ affermato da questa Corte e condiviso dal Collegio – secondo cui l’attribuzione di efficacia probatoria alla dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorieta’ che, cosi’ come l’autocertificazione in genere, ha attitudine certificativa e probatoria esclusivamente in alcune procedure amministrative, essendo viceversa priva di efficacia in sede giurisdizionale, trova, con specifico riguardo al contenzioso tributario, ostacolo invalicabile nella previsione del D.Lgs. 546 del 1992, art. 7, comma 4 giacche’ finirebbe per introdurre nel processo tributario – eludendo il divieto di giuramento e prova testimoniale – un mezzo di prova, non solo equipollente a quello vietato, ma anche costituito al di fuori del processo (Cass., 10 gennaio 2007, n. 703).

3. La sentenza impugnata va pertanto cassata, con rinvio ad altra sezione della Commissione tributaria regionale del Lazio, che decidera’ nel merito, uniformandosi ai suindicati principi di diritto e provvedera’, altresi’, alla regolazione delle spese processuali.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE Dichiara inammissibile il ricorso del Ministero dell’Economia e delle Finanze, compensando le relative spese. Accoglie il ricorso dell’Agenzia delle Entrate. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale del Lazio.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Quinta Civile – Tributaria, il 26 novembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 19 marzo 2010

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