Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6738 del 10/03/2021

Cassazione civile sez. I, 10/03/2021, (ud. 17/11/2020, dep. 10/03/2021), n.6738

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14086/2019 proposto da:

I.R., elettivamente domiciliato in Roma Piazza Dei Consoli, 62

presso lo studio dell’avvocato Inghilleri Enrica che lo rappresenta

e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in Roma Via Dei Portoghesi 12

presso l’Avvocatura Generale Dello Stato, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2314/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 24/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/11/2020 da Dott. RUSSO RITA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI FRANCESCA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1.- Il ricorrente, cittadino del (OMISSIS), narra di essere fuggito dal suo paese a causa di un conflitto etnico tra due gruppi, di uno dei quali egli era leader; che si era rivolto ad un mago per ottenere una pozione magica per diventare invincibile e quindi infliggere una dura sconfitta ai rivali; racconta che dopo di ciò era stata causata, negli scontri, la morte del re del gruppo rivale, che è stata a lui addebitata in qualità di leader del gruppo opposto, e quindi del successivo intervento della polizia che voleva arrestarlo ritenendolo responsabile degli scontri.

Il racconto è stato ritenuto scarsamente credibile sia dal giudice di primo grado che dal giudice di secondo grado che così si si esprime: “apparendo il rischio di lamentato incarceramento del tutto aleatorio trattandosi, quelli riferiti, di accadimenti del tutto inverosimili laddove viene narrato l’utilizzo di una pozione magica per avere la meglio sugli avversari provocando l’intervento della polizia per arrestarlo senza neppure avere cognizione circa l’effettiva sussistenza di un mandato o ordine in tal senso; ciò non è sufficiente, all’evidenza, a fondare l’accoglimento della domanda non potendo l’esistenza delle condizioni per il riconoscimento della invocata protezione desumersi da richiami indeterminati a situazioni generali (nella specie misticismo tribale) relative al luogo di provenienza non accompagnati da concreti elementi di maggior dettaglio e conferma”. Il ricorrente sarebbe quindi venuto meno all’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato e con ciò si esclude lo status e la protezione sussidiaria. Inoltre, riguardo lo specifico rischio di danno grave derivante da violenza indiscriminata in zona di conflitto (D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 lett. c)) la Corte di merito afferma che il rischio non risulta dal rapporto di Amnesty 2016/2017 nè dal sito del Ministero degli affari esteri. Infine, per quanto riguarda la protezione umanitaria, il giudice d’appello afferma che non sono riscontrabili situazioni di lesione di diritti umani di particolare entità; si esclude anche l’invocato diritto d’asilo ex art. 10 Cost., posto che il sistema connotato dalla misura della protezione umanitaria (ratione temporis applicabile) è un sistema chiuso.

2.- Avverso la predetta sentenza propone ricorso per cassazione il richiedente asilo affidandosi a tre motivi. Resiste con controricorso il Ministero. Il PG ha depositato le sue conclusioni per iscritto.

Diritto

RITENUTO

CHE:

3.- Con il primo motivo del ricorso si lamenta la violazione dell’art. 1 della convenzione di Ginevra, nonchè del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 4, 5 e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 11. Si deduce che il giudice di merito non ha tenuto in considerazione che la storia del ricorrente era specifica e raccontava, nei termini in cui può farlo una persona con scarso livello di scolarizzazione, di conflitti fra etnie (nominativamente indicate) e che anche il riferimento alla bevanda magica – che probabilmente era una droga – era da valutare nel contesto della diffusione di simili superstizioni; inoltre è stato anche dedotto il fatto dal quale sarebbe derivato il rischio di essere arrestato e cioè l’uccisione del “re” del clan rivale. Lamenta quindi che non sono state acquisite le informazioni sulla situazione del paese di origine, per contestualizzare la sua vicenda, essendo peraltro i dati desumibili dalle fonti raccolte dagli Osservatori che egli ha depositato agli atti del giudizio di merito; deduce che la Corte ha ignorato i parametri di diligenza e buona fede nella valutazione della credibilità, nè assunto informazioni idonee a valutare i presupposti per l’applicazione di una misure, di protezione minore, segnatamente il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Con il secondo motivo, si lamenta la violazione e erronea applicazione di norma di diritto con riferimento al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 5, comma 6 e art. 32. Lamenta che non sia stata verificata ai fini della protezione umanitaria l’assenza di tutela, nel paese d’origine, dei diritti fondamentali e la situazione di grave instabilità politica e sociale. Con il terzo motivo del ricorso si lamenta anche l’omesso esame di un fatto decisivo è cioè che egli è un bersaglio primario per gli autori delle violenze, per la gravità dello scontro tra opposte fazioni, il suo status sociale e la sua appartenenza ad uno dei gruppi.

3.1 I motivi primo e terzo sono da esaminare congiuntamente e sono fondati nei termini di cui appresso si dirà.

La parte lamenta in sostanza l’errore del giudice nella valutazione della credibilità con la conseguente erronea valutazione del rischio e ciò in quanto: a) la Corte ha decontestualizzato il racconto non assumendo informazioni pertinenti sul paese di origine, ridicolizzando la vicenda solo perchè connotata anche da alcune manifestazioni superstiziose, peraltro diffuse nella cultura locale; b) non ha tenuto conto che il richiedente ha esposto un racconto quanto più preciso possibile nei limiti consentiti dal suo basso grado di scolarizzazione e dalla circostanza che egli non si era mai allontanato prima dal suo paese; c) non ha considerato che egli oltre ad essere esposto ad un possibile arresto è anche un potenziale “bersaglio” di vendetta, perchè leader di una delle fazioni in conflitto a cui vengono quindi addebitate le violenze perpetrate durante i disordini, collegati anche alla assunzione della “pozione magica” e cioè – presumibilmente – una droga.

La questione rileva sotto il profilo della violazione di legge e non come omesso esame di fatto decisivo, e in particolare come violazione delle regole procedimentali poste dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 in violazione del dovere di cooperazione istruttoria. Questa Corte ha più volte affermato che valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata alla mera opinione del giudice, ma è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiersi non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi di quanto narrato dal richiedente, ma secondo la griglia predeterminata di criteri offerta dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 (v. Cass. 26921/2017, Cass. n. 08282/2013; Cass. n. 24064/2013; Cass. n. 16202/2012)

In particolare l’art. 3 citato prevede che “qualora taluni elementi o aspetti delle dichiarazioni del richiedente la protezione internazionale non siano suffragati da prove, essi sono considerati veritieri se l’autorità competente a decidere sulla domanda ritiene che: a) il richiedente ha effettuato ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; b) tutti gli elementi pertinenti in suo possesso sono stati prodotti ed è stata fornita una idonea motivazione dell’eventuale mancanza di altri elementi significativi; c) le dichiarazioni del richiedente sono ritenute coerenti e plausibili e non sono in contraddizione con le informazioni generali e specifiche pertinenti al suo caso, di cui si dispone; d) il richiedente ha presentato la domanda di protezione internazionale il prima possibile, a meno che egli dimostri di aver avuto un giustificato motivo per ritardarla; e) dai riscontri effettuati il richiedente è, in generale, attendibile”. Si tratta di criteri legali tutti incentrati sulla buona fede soggettiva nella proposizione della domanda, la cui violazione può rilevare, nel giudizio di legittimità, ai fini della denuncia del vizio processuale di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3.

In particolare sulla valutazione di credibilità del racconto la norma indica quattro principali criteri di valutazione e cioè: a) la coerenza interna, che riguarda le eventuali incongruenze, discrepanze o omissioni presenti nelle dichiarazioni, rilevabili direttamente dal racconto; b) la coerenza esterna, che si riferisce alla coerenza tra il resoconto del richiedente e prove di altro tipo ottenute dalle autorità competenti, comprese le informazioni sul paese di origine, c) la sufficienza dei dettagli, poichè di regola il dettaglio è indicativo di una vicenda effettivamente vissuta; d) la plausibilità o verosimiglianza, e cioè che si tratti di un fatto possibile, nonchè apparentemente ragionevole, verosimile o probabile. Su quest’ultimo punto anche la giurisprudenza della Corte si è espressa affermando che le dichiarazioni del richiedente asilo sono da sottoporre non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna, ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda (Cass. 21142/2019; Cass. 11925/2020). Sul punto bisogna però intendersi, perchè la verosimiglianza, che nella specie è il criterio unico utilizzato dal giudice di merito, non può avere come termine di paragone le convinzioni soggettive del giudice su ciò che è vero, ragionevole o verosimile, ma deve oggettivizzarsi, dovendosi evitare, come sopra si è detto, che la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente resti affidata alla mera opinione del giudice, anche al fine di assicurare parità di trattamento. Pertanto, per individuare cioè che è vero, ciò che effettivamente accade nella realtà dei fatti, cui il fatto narrato è simile e pertanto plausibile, ci si deve affidare alla regola dell’id quod plerumque accidit, che ha una sua dimensione spaziale e temporale. Ciò che è vero o verosimile in un dato luogo e in dato tempo può non esserlo in altro luogo ed in altro tempo. Di conseguenza il giudizio di verosimiglianza o plausibilità, ovvero anche lo stesso giudizio di ragionevolezza non può essere eseguito comparando il racconto con ciò che è vero e ragionevole per il giudice o per il cittadino Europeo medio, o con ciò che normalmente accade in un paese Europeo; deve invece farsi – come suggerisce anche una specifica pubblicazione dell’EASO in materia (Valutazione delle prove e della credibilità nell’ambito del sistema Europeo comune di asilo, 2018, p. 196) – valutando la “plausibilità di fatti pertinenti asseriti nel contesto delle condizioni esistenti nel paese di origine e del contesto del richiedente, compresi il genere, l’età, l’istruzione e la cultura”.

Il che è esattamente ciò che il giudice del merito ha omesso di fare e l’errore di cui si duole il ricorrente.

3.2- Questo punto è anche specificamente affrontato nella requisitoria scritta del Procuratore Generale, il quale mette in luce che “Le censure legate al procedimento di esame della credibilità del ricorrente e delle informazioni allegate dal medesimo devono essere considerate alla luce del ruolo che il contesto socio-culturale e politico, nonchè la legislazione e gli usi cogenti della zona di provenienza del richiedente, stanno assumendo sotto il profilo degli obblighi di cooperazione istruttoria del giudice”. Il Procuratore Generale richiama il dovere del giudice “di operare un accurato esame delle dichiarazioni del richiedente asilo, al fine di valutarne la completezza, la tempestività e la attendibilità secondo i criteri procedimentali posti dall’art. 3 e quindi assumere informazioni sul paese di origine (in acronimo COI) aggiornate e pertinenti, alla luce della quali valutare le dichiarazioni rese (Cass. 9815/2020; Cass. 29056/2019; Cass. 30105/2018; Cass. 26921/2017; Cass. 16201/2015)”. Osserva ancora che il dovere cooperazione istruttoria officiosa richiede l’analisi dell’attendibilità alla luce del contesto socio-culturale di riferimento del richiedente perchè al giudizio di verosimiglianza si può giungere “solo attraverso il rispetto del modello legale di cui all’art. 3 richiamato, come interpretato dalla giurisprudenza nazionale e sovranazionale”. Inoltre il Procuratore Generale, interpretando così un ruolo nell’adempimento del dovere di cooperazione istruttoria, nei limiti in cui lo consente il giudizio di legittimità, focalizza l’attenzione su ciò che è realmente rilevante nel caso di specie e cioè non già gli aspetti di colore locale (il c.d. misticismo tribale di cui parla il giudice di merito), ma il fatto che la Corte territoriale non ha approfondito “il peso ricoperto dalle faide tribali nella zona e il ruolo della polizia nel loro contenimento, dimostrando, ancora una volta, di non tenere in nessuna considerazione la necessità, segnalata in molteplici occasioni dal giudice di legittimità (cfr. ex multis Cass. 9815/2020), per la quale la credibilità deve essere vagliata alla luce delle informazioni acquisite specificamente sulle ragioni addotte in ricorso e che è necessario “contestualizzare” il narrato per la correttezza del sillogismo giudiziario”.

3.3.- Le considerazioni del Procuratore sono pienamente condivisibili. La Corte d’appello ha ritenuto che il racconto fosse scarsamente credibile “in difetto assoluto di minimi riscontri fattuali” così sovrapponendo il giudizio di credibilità, che è soggetto alla regole di cui si è detto, con l’onere della prova ed in particolare con l’onere di fornire riscontri, ove possibile, alla narrazione, non tenendo conto del consolidato principio secondo il quale la mancanza di prova documentale non può mai essere considerata decisiva (Corte EDU, Bahaddar c. Paesi Bassi, 19 Febbraio 1998, p. 45). Anche la giurisprudenza unionale (CGUE 2 dicembre 2014, cause C-214/13, C149/13 e C-150/13, p. 58) ha affermato che quando taluni aspetti delle dichiarazioni di un richiedente asilo non sono suffragati da prove documentali o di altro tipo, tali aspetti non necessitano di una conferma, purchè siano soddisfatte le condizioni cumulative stabilite dall’art. 4, par. 5, lett. da a) a c), della medesima direttiva (testualmente riprodotte in seno al corrispondente art. 3, comma 5, cit.).

Inoltre, la Corte di merito ha omesso di acquisire informazioni sullo specifico punto rilevante della narrazione del richiedente e cioè sul peso ricoperto dalle faide tribali nella zona e il ruolo della polizia nel loro contenimento, perchè solo alla luce di queste informazioni avrebbe potuto valutare la plausibilità o verosimiglianza del racconto.

Così facendo il giudice di merito è venuto meno al dovere di cooperazione istruttoria (artt. 10/16 direttiva 2013/32/UE, già direttiva 2005/85/CE; D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3; D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 27) inteso come attività di cooperazione dello Stato con il richiedente asilo per determinare gli elementi significativi della domanda. Il dovere di cooperazione impone al giudice di acquisire da fonti attendibili informazioni complete, puntuali pertinenti e aggiornate sulle condizioni del Paese di origine, citando la fonte nel provvedimento giurisdizionale (Cass. 11096/2019; Cass. 25545/2020; Cass. 8819/2020; Cass. 13897/2019; sull’onere di allegazione si vedano Cass. 11103/2019 e Cass. 2355/2020). Vero è che in taluni casi questa Corte ha escluso che il giudice, ritenuto inattendibile intrinsecamente il racconto, debba anche assume informazioni (COI) sul paese di origine (Cass. n. 28862/2018, Cass. n. 33858/2019, Cass. n. 08367/2020), ma cioè si riferisce ai diversi casi di dichiarazioni intrinsecamente inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva. Se il racconto è affetto da estrema genericità o da importanti contraddizioni interne, la ricerca delle COI è inutile perchè manca alla base una storia individuale rispetto alla quale valutare la coerenza esterna, la plausibilità ed il livello di rischio; il giudice non può e non deve supplire ad eventuali carenze delle allegazioni (Cass. n. 2355/2020; Cass. 8819/2020), posto che il ricorrente è l’unico ad essere in possesso delle informazioni relative alla sua storia personale e quindi deve indicare gli elementi relativi all’età, all’estrazione, ai rapporti familiari, ai luoghi in cui ha soggiornato in precedenza, alle domande di asilo eventualmente già presentate (v. CGUE 5 giugno 2014, causa C146/14; nello stesso senso Cass. 8819/2020). Con la precisazione che l’onere di allegazione si attenua in quei casi in cui può prescindersi dal riscontro individuale entro i limiti rigorosi indicati dalla CGUE nelle sentenze del 17 febbraio 2009 (Elgafaji, C-465/07) e del 30 gennaio 2014, (Diakitè C- 285/12) e cioè quando la violenza indiscriminata sul territorio raggiunge livello talmente elevato da far ritenere che un civile correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, il rischio di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) (v. Cass. 17069/2018).

Nel caso di specie il richiedente ha fornito un racconto dettagliato, che il giudice di merito ha ritenuto inattendibile non già utilizzando il criterio della coerenza interna, ma quello della verosimiglianza, cui non poteva fare ricorso se non acquisendo prima le pertinenti informazioni sul paese di origine e tenendo conto delle condizioni personali del richiedente e del suo livello culturale. Inoltre ha anche indicato un profilo specifico di rischio (essere bersaglio di vendette private per la sua condizione di leader) sul quale è stata omessa la valutazione. Ciò rileva non già come omesso esame di fatto decisivo, ma come violazione di legge, in quanto la valutazione di credibilità del richiedente deve essere “frutto di una valutazione complessiva di tutti gli elementi” e non può “essere motivata soltanto con riferimento ad elementi isolati e secondari o addirittura insussistenti, quando invece viene trascurato un profilo decisivo e centrale del racconto” (Cass. n. 10908/2020). Neppure, secondo la giurisprudenza di questa Corte, “la valutazione delle dichiarazioni del richiedente asilo deve essere rivolta ad una capillare ricerca di eventuali contraddizioni – atomisticamente esaminate insite nella narrazione della sua personale situazione, dovendosi piuttosto effettuare una disamina complessiva della vicenda persecutoria narrata” (Cass. n. 07546/2020 Cass., n. 07599/2020, cit.) Tale ultima pronuncia afferma poi il principio secondo il quale, all’esito del vaglio di credibilità eseguito secondo le regole sopra espresse, quando residuino dubbi rispetto ad alcuni dettagli della narrazione, “può trovare applicazione il principio del beneficio del dubbio, come si desume dal D.Lgs. n. 251 del 2017, art. 3 letto alla luce della giurisprudenza convenzionale”.

4.- Ne consegue, in accoglimento per quanto di ragione del primo e terzo motivo, assorbito il secondo, la cassazione della sentenza impugnata e il rinvio alla Corte d’appello di Ancona, in diversa composizione, per un nuovo esame, in particolare per rivedere il giudizio di credibilità approfondendo, con la assunzione di COI pertinenti, aggiornate ed affidabili, il peso ricoperto dalle faide tribali nella zona e il ruolo della polizia nel loro contenimento, attenendosi al seguente principio di diritto:

La valutazione di credibilità del richiedente asilo deve essere frutto di una valutazione complessiva di tutti gli elementi dedotti e non può essere motivata soltanto con riferimento ad elementi isolati e secondari, quando invece viene trascurato un profilo decisivo e centrale del racconto. In particolare, quando il giudice utilizzi il criterio della verosimiglianza, deve, anche in adempimento del dovere di cooperazione istruttoria, contestualizzare il racconto, acquisendo affidabili, pertinenti ed aggiornate informazioni sul paese di origine, indicandone la fonte e la data, e tenere conto delle condizioni personali del richiedente e del suo livello culturale. La credibilità non può essere esclusa solo per la ragione che taluni aspetti delle dichiarazioni non sono suffragati da prove documentali o di altro tipo. Il giudice del rinvio deciderà anche sulle spese del giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia per un nuovo esame e anche per la decisione sulle spese alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 17 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 marzo 2021

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