Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6720 del 10/03/2021

Cassazione civile sez. lav., 10/03/2021, (ud. 17/12/2020, dep. 10/03/2021), n.6720

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26388-2015 proposto da:

B.M.L.A., + ALTRI OMESSI, tutti domiciliati in

ROMA PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato ISACCO SULLAM;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO ISTRUZIONE UNIVERSITA’ E RICERCA, UFFICIO SCOLASTICO

REGIONALE E CENTRO SERVIZI AMMINISTRATIVI PER LA PROVINCIA DI

CAGLIARI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 368/2014 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 24/10/2014 R.G.N. 525/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

17/12/2020 dal Consigliere Dott. ANNALISA DI PAOLANTONIO.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte d’Appello di Cagliari, giudice del rinvio a seguito della sentenza di questa Corte n. 24579 del 22 novembre 2011, ha riformato la pronuncia n. 1314/2004 con la quale il Tribunale della stessa sede aveva accolto le domande proposte da F.A.M., + ALTRI OMESSI, tutti appartenenti al personale amministrativo, tecnico e ausiliario della scuola (ATA) e, dichiarato il diritto degli stessi al riconoscimento L. n. 124 del 1999, ex art. 8, comma 2, dell’intera anzianità di servizio maturata presso l’ente locale di provenienza, aveva condannato il MIUR al pagamento delle differenze retributive con decorrenza dal gennaio 2000, ed a corrispondere l’indennità integrativa speciale nella misura di cui godevano al 31 dicembre 1999, se più elevata rispetto a quella prevista dal c.c.n.l. per il personale della scuola;

2. la Corte territoriale, riassunti i termini della vicenda processuale, ha rilevato che i ricorrenti in riassunzione non potevano invocare la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 7 giugno 2011 (Agrati contro Italia) per ottenere la disapplicazione della norma interpretativa dettata dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218 innanzitutto perchè la pronuncia era basata su un presupposto interpretativo non condiviso dalla Corte di Giustizia con la sentenza 6 settembre 2011 in causa c – 108/10, Scattolon, ed inoltre perchè la violazione dell’art. 6 della Convenzione, anche dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, non consente di disapplicare la norma interna, ma solo di sollevare questione di legittimità dinanzi alla Corte Costituzionale che, nel caso di specie, si era già espressa con la sentenza n. 311/2009;

3. la Corte d’appello ha poi osservato che la sentenza rescindente aveva demandato al giudice del rinvio di accertare se al momento del passaggio dall’ente locale allo Stato si fosse verificato un peggioramento sostanziale del trattamento economico dei lavoratori per effetto del mancato riconoscimento integrale dell’anzianità ed aveva precisato che il confronto doveva essere globale, cioè non limitato ad un solo istituto, ma considerando anche eventuali trattamenti più favorevoli sotto altro profilo;

4. ciò premesso la Corte territoriale, esaminate le buste paga prodotte da alcuni ricorrenti in riassunzione, ha rilevato che il passaggio non aveva determinato alcuna diminuzione stipendiale, ed anzi in occasione dello stesso si era verificato un incremento della retribuzione, ed ha aggiunto che l’assegno ad personam aveva compensato ogni differenza e che gli originari ricorrenti non miravano al mantenimento della retribuzione in atto, bensì al suo aumento per effetto dell’attribuzione dell’anzianità;

5. quanto, poi, agli istituti contrattuali richiamati dai ricorrenti in riassunzione la Corte ha osservato che nelle buste paga prodotte non vi era traccia del salario o premio di produttività;

6. infine ha escluso che l’indennità integrativa speciale potesse essere sottratta al giudizio complessivo di comparazione, con conseguente diritto dei ricorrenti a percepire le eventuali differenze, perchè la L. n. 266 del 2005 l’aveva inclusa nella retribuzione maturata presso l’ente locale ai fini della quantificazione dell’assegno;

7. per la cassazione della sentenza hanno proposto ricorso i litisconsorti indicati in epigrafe sulla base di dieci motivi, ai quali il MIUR non ha opposto difese, rimanendo intimato.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. il primo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, denuncia la violazione degli artt. 384 e 437 c.p.c. e addebita alla Corte territoriale di avere disatteso il principio di diritto affermato dalla sentenza rescindente, con la quale era stato demandato al giudice del rinvio un giudizio di comparazione tra la retribuzione complessiva annua percepita alle dipendenze dell’ente locale nell’anno 1999 e il trattamento retributivo corrisposto dal MIUR nell’anno 2000;

1.1. sostengono i ricorrenti che i dati necessari dovevano essere desunti dai decreti individuali di inquadramento, non dalle buste paga relative a singole mensilità (novembre 1999 e febbraio 2000), ed aggiungono che se la Corte avesse esaminato i decreti avrebbe colto che non si era tenuto conto di voci, quali i buoni pasto ed il premio incentivante, che l’ente locale aveva sempre corrisposto;

2. con la seconda censura si addebita alla sentenza gravata la “violazione e falsa applicazione della L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218 (così come interpretato in seguito alla sentenza Scattolon), della direttiva 77/187, della L. n. 124 del 1999, art. 8 del D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 34 (attuale D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 31)” perchè ai fini dell’inserimento nella fascia retributiva corrispondente alla temporizzazione del maturato economico doveva essere considerato anche il premio incentivante percepito nell’anno 1999;

3. la terza critica denuncia la violazione, sotto altro profilo, della L. n. 266 del 2005, art. 1 e sostiene che, a prescindere dal diritto comunitario, la tutela della retribuzione del dipendente trasferito, assicurata dalla legge richiamata in rubrica, imponeva di determinare la fascia retributiva inserendo nella base di calcolo tutti gli elementi della retribuzione complessiva annua percepiti dal lavoratore nell’anno 1999 e, quindi, anche il premio incentivante e l’indennità di rischio;

4. la quarta censura addebita alla sentenza gravata “ulteriore violazione della L. n. 266 del 2005, art. 1, dell’art. 2112 c.c. e del D.L. n. 344 del 1990, art. 6” per avere la Corte inserito nella temporizzazione anche l’indennità integrativa speciale, che invece andava esclusa perchè, al momento del trasferimento del personale ATA dagli enti locali allo Stato, non costituiva da oltre 10 anni un’indennità contrattuale, tanto che l’art. 3 dell’Accordo ARAN Organizzazioni Sindacali ne aveva sancito l’irriducibilità;

5. il quinto motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 3, la “violazione dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, dell’art. 1 Protocollo n. 1 allegato alla CEDU nonchè dell’art. 47 e art. 52, n. 3 della Carta di Nizza del 7 dicembre 2000” perchè le sentenze della Corte di Strasburgo (Agrati c. Italia del 7 giugno 2011, De Rosa ed altri c. Italia dell’11 dicembre 2012, Montalto ed altri c. Italia del 14 gennaio 2014, Biasucci ed altri c. Italia del 25 marzo 2014, Bordoni ed altri c. Italia del 13 maggio 2014, Caponetto c. Italia del 13 maggio 2004, Peduzzi e Arrighi c. Italia del 13 maggio 2014, Marinoe Colacione c. Italia del 13 maggio 2014, Caligiuri ed altri c. Italia del 9 settembre 2014) che avevano ritenuto la legge di interpretazione autentica in contrasto con il principio dell’uguaglianza delle armi nel processo, imponevano di disapplicare la L. n. 266 del 2005;

6. la “violazione dell’art. 6, n. 2 del Trattato sull’Unione Europea, nonchè dei principi generali del vigente diritto comunitario della certezza del diritto, della tutela dell’affidamento, della uguaglianza delle armi del processo, ad un tribunale indipendente” è denunciata con la sesta censura, con la quale si insiste nell’invocare la disapplicazione della legge finanziaria per l’anno 2006 sul rilievo che non poteva lo Stato dopo cinque anni dal trasferimento modificare il criterio di inquadramento e negare con efficacia retroattiva il riconoscimento pieno dell’anzianità di servizio disposto dalla L. n. 124 del 1999, art. 8;

7. la medesima rubrica è anteposta al settimo motivo con il quale si sostiene che i diritti fondamentali garantiti dalla CEDU sono stati “comunitarizzati” dal Trattato, con la conseguenza che è divenuta doverosa la disapplicazione della normativa nazionale in contrasto con gli stessi;

8. l’ottava critica sollecita il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia sui temi prospettati nel quinto, nel sesto e nel settimo motivo;

9. con la nona censura si sostiene che la sentenza impugnata si pone in contrasto con l’art. 117 Cost., l’art. 1 del Protocollo n. 1 allegato alla Cedu, l’art. 46 della CEDU e si sollecita questa Corte a rimettere nuovamente alla Corte Costituzionale la questione della compatibilità della L. n. 266 del 2005, art. 1 con gli obblighi internazionali assunti dallo Stato Italiano, perchè il giudice delle leggi, che non può sostituire la propria interpretazione di una disposizione della CEDU a quella data dalla Corte di Strasburgo, si è pronunciato sulla costituzionalità della legge di interpretazione autentica in epoca antecedente alle pronunce della Corte EDU che hanno ritenuto violato il diritto convenzionale;

10. infine con il decimo motivo i ricorrenti denunciano la violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 116 c.p.c. e sostengono che l’onere di dimostrare la conservazione del trattamento economico in precedenza goduto gravava sul Ministero che non l’aveva assolto, con la conseguenza che doveva essere accolta la domanda di riconoscimento integrale dell’anzianità di servizio in conformità alla L. n. 124 del 1999, art. 8;

11. i primi quattro motivi di ricorso, da trattare unitariamente perchè connessi, sono inammissibili perchè, sotto l’apparente deduzione di vizi in iudicando o in procedendo, da un lato finiscono per contestare il principio di diritto affermato dalla sentenza rescindente, dall’altro censurano l’accertamento di fatto compiuto dalla Corte territoriale e riservato al giudice del merito;

12. occorre premettere che, in caso di ricorso proposto avverso la sentenza emessa in sede di rinvio, ove sia in discussione la portata del decisum della pronuncia rescindente, la Corte di cassazione, nel verificare se il giudice di rinvio si sia uniformato al principio di diritto da essa enunciato, deve interpretare la propria sentenza in relazione alla questione decisa ed al contenuto della domanda proposta in giudizio dalla parte (Cass. n. 3955/2018);

13. nel caso di specie questa Corte, con la sentenza n. 24579/2011, non ha affatto demandato al giudice del rinvio di verificare se l’inquadramento disposto dal MIUR fosse o meno conforme alla sopravvenuta L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 218, nè ha affermato che, in caso di accertata reformatio in peius, dovesse essere integralmente riconosciuta l’anzianità posseduta, bensì ha chiesto al giudice del merito di “verificare, in concreto e nel caso specifico, la sussistenza o meno di un peggioramento retributivo sostanziale all’atto del trasferimento” ed i criteri fissati ai fini della comparazione sono solo quelli indicati nella motivazione della pronuncia, ove si precisa che il confronto deve essere globale, riferito al momento del passaggio, e che non rilevano eventuali disparità di trattamento con i dipendenti già in servizio presso il cessionario;

13.1. la sentenza rescindente, dunque, ha con chiarezza individuato il momento temporale rilevante ai fini della comparazione, da effettuare “all’atto del trasferimento”, e, nel precisare che il confronto doveva essere globale e non limitato al singolo istituto, ha escluso che i ricorrenti potessero pretendere di conservare voci del trattamento in precedenza goduto per il solo fatto che le stesse non corrispondessero a quelle previste dalla contrattazione collettiva del comparto di destinazione;

14. come evidenziato nello storico di lite la Corte territoriale ha compiuto l’accertamento alla stessa demandato dalla sentenza rescindente e dall’esame della documentazione in atti ha desunto che l’assegno ad personam aveva compensato ogni differenza retributiva, tanto che nel mese di febbraio 2000 si registrava un incremento, non una diminuzione, del livello stipendiale raggiunto alla fine del 1999;

14.1. quanto, poi, all’indennità integrativa speciale l’ha inclusa nel calcolo della retribuzione dell’ente di provenienza, valorizzando la disciplina dettata dalla L. n. 266 del 2005, ed attenendosi, anche in relazione a detto emolumento, al dictum della sentenza rescindente, che, lo si ripete, aveva imposto una comparazione globale dei due trattamenti;

15. il primo motivo, nel sostenere che i dati da comparare dovevano essere tratti dai decreti di inquadramento e dovevano essere riferiti all’anno, non al mese, è inammissibile perchè, oltre a non fornire indicazioni circa i tempi e le modalità della produzione documentale sulla quale si fa leva, finisce per sollecitare un riesame del merito della causa, tra l’altro da compiere sulla base di un criterio diverso da quello indicato nella sentenza rescindente, che si riferisce non alla retribuzione annuale bensì a quella goduta prima e dopo il trasferimento;

16. il secondo ed il terzo motivo, con i quali si addebita alla Corte territoriale di non avere considerato ai fini della comparazione tutte le voci che componevano il trattamento accessorio presso l’ente di provenienza, sono inammissibili perchè non colgono la ratio decidendi della pronuncia e si fondano su argomenti non riferibili al decisum, atteso che la Corte territoriale non ha affermato che di detti emolumenti non si dovesse tener conto ai fini del giudizio di comparazione, bensì ha evidenziato che non emergeva dagli atti la prova del godimento di dette voci presso l’ente di provenienza;

17. parimenti inammissibile è il quarto motivo in quanto i ricorrenti finiscono per contestare il principio di diritto affermato dalla sentenza rescindente, che non differenzia l’indennità integrativa speciale dalle altri voci del trattamento retributivo;

17.1. occorre ribadire al riguardo che a norma dell’art. 384 c.p.c., comma 1, l’enunciazione del principio di diritto vincola il giudice di rinvio che ad esso deve uniformarsi, con conseguente preclusione della possibilità di rimettere in discussione questioni, di fatto o di diritto, che siano il presupposto di quella decisione (cfr. fra le tante Cass. n. 11290/1999; Cass. n. 16518/2004; Cass. n. 23169/2006; Cass. n. 17353/2010; Cass. n. 1995/2015);

18. il decimo motivo, che addebita alla Corte territoriale di avere erroneamente posto a carico dei ricorrenti un onere della prova gravante, invece, sul Ministero non coglie anch’esso la ratio della decisione, perchè la Corte territoriale non ha deciso la controversia sulla base della regola residuale di giudizio di cui all’art. 2697 c.c., bensì, esaminata la documentazione prodotta, ha escluso il peggioramento, in ragione dell’avvenuta liquidazione dell’assegno personale;

18.1. si deve ribadire che nel giudizio di legittimità la violazione della regola che disciplina il riparto degli oneri probatori può essere denunciata ex art. 360 c.p.c., n. 3 solo qualora il giudice del merito, a fronte di un quadro probatorio incerto, abbia fondato la soluzione della controversia sul principio actore non probante reus absolvitur ed abbia errato nella qualificazione del fatto, ritenendolo costitutivo della pretesa mentre, in realtà, lo stesso doveva essere qualificato impeditivo;

18.2. in tale evenienza, infatti, l’errore condiziona la decisione, poichè fa ricadere le conseguenze pregiudizievoli dell’incertezza probatoria su una parte diversa da quella che era tenuta, secondo lo schema logico regola-eccezione, a provare il fatto incerto;

18.3. diverso è il caso che si verifica allorquando il giudice, valutate le risultanze istruttorie, ritenga provata una determinata circostanza di fatto rilevante ai fini di causa perchè in detta ipotesi la doglianza sulla valutazione espressa, in quanto estranea all’interpretazione della norma, va ricondotta al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 e, quindi, può essere apprezzata solo nei limiti fissati dalla disposizione, nel testo applicabile ratione temporis e come interpretata dalla costante giurisprudenza di questa Corte che, a partire da Cass. S.U. n. 8053/2014, ha escluso ogni rilevanza dell’omesso esame di documenti o di risultanze probatorie ove il “fatto storico” sia stato comunque apprezzato e valutato dal giudice del merito;

19. i motivi dal quinto al nono, con i quali si insiste nel prospettare la tesi della necessità della disapplicazione della legge di interpretazione autentica e si sollecitano, in via subordinata, il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia e la rimessione degli atti alla Corte Costituzionale per una nuova valutazione della legittimità dell’intervento normativo, sono inammissibili nella parte in cui ripropongono questioni già esaminate dalla sentenza rescindente ed infondati per il resto;

20. il Collegio ribadisce i principi ripetutamente affermati in fattispecie analoghe e di recente riassunti nella motivazione delle ordinanze nn. 14892, 22996 e 23382 del 2020, con le quali, in sintesi, si è osservato che:

a) l’art. 6, paragrafo 3, TUE non impone al giudice nazionale, in caso di conflitto tra una norma di diritto nazionale e la CEDU, di applicare direttamente le disposizioni di quest’ultima, perchè un problema di rispetto dei principi generali dell’Unione Europea si può porre solo nell’interpretazione e nell’applicazione del diritto dell’Unione stessa, con la conseguenza che, una volta applicata la direttiva 1977/187/CEE nei termini indicati dalla sentenza CGUE 6.9.2011, Scattolon, ogni contrasto risulta superato;

b) l’obbligo per il giudice nazionale di ultima istanza di rimettere la causa alla Corte di Giustizia, ai sensi dell’art. 267, comma 3 TFUE, viene meno quando non sussista la necessità di una pronuncia pregiudiziale sulla normativa Europea, perchè sulla questione stessa la Corte si è già pronunciata o anche in ragione dell’evidenza dell’interpretazione (punto 38 della cit. Cass. n. 14892/2020 e la giurisprudenza ivi richiamata);

c) le sentenze della Corte EDU successive a quella del 7 giugno 2011, Agrati, non hanno innovato il quadro della vicenda già apprezzato da questa Corte, che ha costantemente ritenuto (cfr. fra le tante Cass. n. 7859/2019, Cass. n. 4437/2019, Cass. n. 3016/2018) non fondata la questione di legittimità costituzionale della normativa di interpretazione autentica, rilevando che il giudice delle leggi, affermata la propria competenza a compiere la valutazione, ha già ritenuto sussistenti imperativi motivi di interesse generale che, secondo la stessa Corte di Strasburgo, permettono al legislatore di intervenire sul processo in corso;

21. il ricorso non prospetta argomenti che possano indurre a rimeditare l’orientamento già espresso, al quale va data continuità, e, pertanto, deve essere rigettato;

22. non occorre provvedere sulle spese del giudizio di cassazione perchè il Ministero è rimasto intimato;

23. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, si deve dare atto, ai fini e per gli effetti precisati da Cass. S.U. n. 4315/2020, della ricorrenza delle condizioni processuali previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto dai ricorrenti.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Nulla sulle spese del giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 17 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 marzo 2021

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