Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 672 del 12/01/2017

Cassazione civile, sez. VI, 12/01/2017, (ud. 03/03/2016, dep.12/01/2017),  n. 672

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. CARACCIOLO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CIGNA Mario – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2020-2015 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– ricorrente –

contro

F.G., elettivamente domiciliato presso la CORTE DI

CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentato e difeso

dall’Avvocato MAURIZIO DOMANICO, giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5695/13/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della LOMBARDIA del 24/09/2014, depositata il 05/11/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/03/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIA IOFRIDA;

udito l’Avvocato MAURIZIO DOMANICO, difensore del controricorrente,

che si riporta agli scritti ed insiste nei motivi del controricorso.

Fatto

IN FATTO

L’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, nei confronti di F.G. (che resiste con controricorso), avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia n. 5695, depositata in data 5/11/2014, con la quale – in controversia concernente l’impugnazione di due avvisi di accertamento, emessi per IRPEF ed addizionali dovute in relazione agli anni d’imposta 2006 e 2007, a seguito di rideterminazione sintetica, D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38, del reddito – è stata riformata la decisione di primo grado, che aveva respinto il ricorso del contribuente.

In particolare, i giudici d’appello hanno sostenuto che l’avviso di accertamento doveva ritenersi, difformemente da quanto ritenuto dai giudici di primo grado, nullo per mancata attivazione del contraddittorio, come di recente ribadito dalle Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 19667/2014.

A seguito di deposito di relazione ex art. 380 bis c.p.c., è stata fissata l’adunanza della Corte in camera di consiglio, con rituale comunicazione alle parti.

Diritto

IN DIRITTO

1. L’Agenzia delle Entrate ricorrente lamenta, con il primo motivo, la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, per omessa pronuncia, in violazione dell’art. 112 c.p.c., sull’eccezione di inammissibilità dell’appello del contribuente, per difetto di specificità D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 53. Con il secondo motivo, la stessa ricorrente lamenta la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, avendo i giudici della C.T.R. ritenuto sussistente, a pena di nullità, l’obbligo di attivazione del contraddittorio endoprocedimentale in relazione ad accertamenti sintetici per gli anni 2006 e 2007, in difetto di una previsione normativa in tal senso.

2. La prima censura è infondata.

Preliminarmente, la giurisprudenza di legittimità (v. Cass. 23989/2014; Cass. 5729/2012; Cass. 24914/2011; Cass.2313/2010; Cass. 8561/2006; Cass. 3388/2005) è stabilmente orientata nel senso che “il mancato esame di un motivo, da parte del Giudice dell’opposizione a ordinanza ingiunzione, giustifica l’annullamento della sentenza impugnata soltanto se,… trattandosi di questioni in diritto, le stesse non sono infondate”, poichè quando “il motivo non esaminato dal Giudice dell’opposizione propone infondate questioni di diritto, lo iato esistente tra pronuncia di rigetto e mancato esame del motivo per cui l’annullamento è stato domandato deve essere colmato dalla Corte di Cassazione attraverso l’impiego del potere di correzione della motivazione (art. 384 c.p.c., comma 2)”.

Ora, pur ricorrendo il vizio denunciato di omessa pronuncia, ex art. 112 c.p.c., non avendo i giudici della C.T.R. esaminato la suddetta eccezione, sollevata dall’Agenzia delle Entrate in sede di controdeduzioni, di inammissibilità dell’appello del contribuente, D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 53, alla luce dei principi di economia processuale e della ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell’art. 111 Cost., comma 2, nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale art. 384 c.p.c., va esaminata la doglianza in quanto la questione di diritto posta con il suddetto motivo è infondata (determinando l’inutilità di un ritorno della causa in fase di merito).

Ed infatti “in tema di contenzioso tributario, la mancanza o l’assoluta incertezza dei motivi specifici dell’impugnazione, le quali, ai sensi del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 53, comma 1, determinano l’inammissibilità del ricorso in appello, non sono ravvisabili qualora l’atto di appello, benchè formulato in modo sintetico, contenga una motivazione e questa non possa ritenersi “assolutamente” incerta, essendo interpretabile, anche alla luce delle conclusioni formulate, in modo non equivoco” (Cass. 6473/2002) ed inoltre “non essendo imposti dalla norma rigidi formalismi, gli elementi idonei a rendere “specifici” i motivi d’appello possono essere ricavati, anche per implicito, purchè in maniera univoca, dall’intero atto di impugnazione considerato nel suo complesso, comprese le premesse in fatto, la parte espositiva e le conclusioni” (Cass. 1224/2007).

Nella specie, dalla stessa esposizione nel presente ricorso per cassazione (pag. 9), si evince che l’appellante, chiedendo l’annullamento della decisione di primo grado, contestava la contraddittorietà della motivazione e l’errata valutazione dell’obbligatorietà del contraddittorio nella fase precontenziosa, oltre a reiterare le doglianze sul merito dell’accertamento sintetico e l’erronea valutazione degli elementi probatori offerti da parte dei giudici della C.T.P..

3. La seconda censura è, invece, fondata.

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno invero affermato (Cass. 24823/2015) il seguente principio di diritto: “Differentemente dal diritto dell’Unione europea, il diritto nazionale, allo stato della legislazione, non pone in capo all’Amministrazione fiscale che si accinga ad adottare un provvedimento lesivo dei diritti del contribuente, in assenza di specifica prescrizione, un generalizzato obbligo di contraddittorio endoprocedimentale, comportante, in caso di violazione, l’invalidità dell’atto. Ne consegue che, in tema di tributi “non armonizzati”, l’obbligo dell’Amministrazione di attivare il contraddittorio endoprocedimentale, pena l’invalidità dell’atto, sussiste esclusivamente in relazione alle ipotesi, per le quali siffatto obbligo risulti specificamente sancito; mentre in tema di tributi armonizzati, avendo luogo la diretta applicazione del diritto dell’Unione, la violazione dell’obbligo del contraddittorio endoprocedimentale da parte dell’Amministrazione comporta in ogni caso, anche in campo tributario, l’invalidità dell’atto, purchè, in giudizio, il contribuente assolva l’onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere, qualora il contraddittorio fosse stato tempestivamente attivato, e che l’opposizione di dette ragioni (valutate con riferimento al momento del mancato contraddittorio), si riveli non puramente pretestuosa e tale da configurare, in relazione al canone generale di correttezza e buona fede ed al principio di lealtà processuale, sviamento dello strumento difensivo rispetto alla finalità di corretta tutela dell’interesse sostanziale, per le quali è stato predisposto”.

Le Sezioni Unite hanno evidenziato, appunto, come, nella normativa tributaria nazionale, in relazione ai tributi non armonizzati, non si rinviene alcuna disposizione espressa che sancisca in via generale l’obbligo del contraddittorio endoprocedimentale, al di fuori di precise disposizioni che tale contraddittorio prescrivono, peraltro a condizioni e con modalità ed effetti differenti, in rapporto a singole ben specifiche ipotesi, quale “il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 7, (come modificato dal D.L. n. 78 del 2010, art. 22, comma 1, convertito in L. n. 122 del 2010), in tema di accertamento sintetico”.

Nella specie, è pacifico che si verte in ipotesi di accertamento sintetico notificato “nel novembre 2011” (come da controricorso), ma per gli anni d’imposta 2006 e 2007, in relazione ai quali non opera la modifica normativa di cui al D.L. n. 78 del 2010, convertito in L. n. 122 del 2010. Invero, Il D.L. 31 maggio 2010, n. 78, ha disposto (con l’art. 22, comma 1) che le modifiche operano in relazione agli “accertamenti relativi ai redditi per i quali il termine di dichiarazione non è ancora scaduto alla data di entrata in vigore del presente decreto” e quindi la norma ha effetto dal periodo d’imposta 2009.

La sentenza della C.T.R. non è pertanto conforme ai suddetti principi di diritto.

4. Per tutto quanto sopra esposto, in accoglimento del secondo motivo di ricorso, respinto il primo, va cassata la sentenza impugnata con rinvio alla C.T.R. Lombardia, in diversa composizione.

Il giudice del rinvio provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata con rinvio, anche in ordine alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità, alla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 3 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 12 gennaio 2017

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