Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6687 del 19/03/2010

Cassazione civile sez. I, 19/03/2010, (ud. 03/12/2009, dep. 19/03/2010), n.6687

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – Consigliere –

Dott. BERNABAI Renato – rel. Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. FITTIPALDI Onofrio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 29945/2008 proposto da:

V.V. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA SICILIA 235, presso l’avvocato DI GIOIA GIULIO, che la

rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

28/05/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/12/2009 dal Consigliere Dott. RENATO BERNABAI;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato GIULIO DI GIOIA che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS Pierfelice, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 28 marzo 2002 la signora V.V. conveniva dinanzi la Corte d’appello di Roma il Ministero della Giustizia per ottenere l’equa riparazione, ex art. 6 paragrafo 1, della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, del danno da violazione del termine ragionevole del processo, tuttora pendente, promosso nei confronti dell’INPS con ricorso depositato il 13 maggio 1997, presso il giudice del lavoro di Santa Maria Capua Vetere, avente ad oggetto la rivalutazione dell’indennità di disoccupazione agricola, sulla base della sentenza della corte costituzionale 27 aprile 1988 n. 497, che aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale del D.L. 2 marzo 1974, n. 30, art. 13, convertito con modificazioni in L. 16 aprile 1974, n. 114, (Norme per il miglioramento di alcuni trattamenti previdenziali ed assistenziali) nella parte in cui non prevede un meccanismo di adeguamento del valore monetario ivi indicato.

Integrato il contraddittorio con la costituzione del Ministero della giustizia, la Corte d’appello di Roma, con decreto 16 aprile 2003, rigettava la domanda.

In accoglimento del successivo ricorso per cassazione, questa Corte, con sentenza 24 marzo 2006 cassava la decisione con rinvio alla corte d’appello di Roma in diversa composizione statuendo che il danno da violazione del termine ragionevole, pur se non in re ipsa, doveva considerarsi presunto, in difetto di circostanze specifiche che lo escludessero nel caso concreto.

Riassunta ritualmente la causa, la Corte d’appello di Roma, con decreto 15 aprile 2008, ritenuto che dagli atti del processo presupposto risultava che il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva dichiarato inammissibile la domanda per carenza delle allegazioni circa gli elementi di fatto costitutivi, con conseguente nullità dell’atto introduttivo del giudizio, ed accertato il ritardo irragionevole in tre anni e tre mesi fino alla data di emissione del decreto cassato, liquidava l’equo indennizzo in complessivi Euro 850,00 (pari ad Euro 250,00 per ogni anno di ritardo); con compensazione delle spese del giudizio di primo grado e di quello di cassazione e con condanna alla rifusione delle spese del giudizio di rinvio.

Avverso il provvedimento proponeva ricorso per cassazione la signora V., deducendo la carenza di motivazione in ordine alla determinazione dell’equo indennizzo, in misura inferiore ai parametri consolidati della giurisprudenza alla corte Europea, nonchè alla compensazione delle spese processuali.

All’udienza del 3 dicembre 2009 il Procuratore generale ed il difensore della ricorrente precisavano le rispettive conclusioni come da verbale, in epigrafe riportate.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è fondato nei limiti di cui appresso.

Premesso che non è stato contestato l’accertamento della violazione del termine ragionevole in anni tre e mesi sei, appare fondata la censura riguardante il quantum debeatur.

Questa Corte ha più volte precisato (Cass. sez. 1, 1 Marzo 2007,n. 4845; Cass. S.U. 26 Gennaio 2004, n. 1340; Cass. 23 Aprile 2005, n. 8568) che, ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, l’ambito della valutazione equitativa, affidato al giudice del merito, è segnato dal rispetto della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, per come essa vive nelle decisioni, da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo, di casi simili a quello portato all’esame del giudice nazionale; di tal che è configurabile, in capo al giudice del merito, un obbligo di tener conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati dalla Corte Europea, pur conservando egli un margine di valutazione che gli consente di discostarsi, in misura ragionevole, dalle liquidazioni effettuate da quella Corte in casi simili. Tale regola di conformazione, inerendo ai rapporti tra la citata legge e la Convenzione ed essendo espressione dell’obbligo della giurisdizione nazionale di interpretare ed applicare il diritto interno, per quanto possibile, conformemente alla Convenzione e alla giurisprudenza di Strasburgo, ha natura giuridica, onde il suo mancato rispetto da parte del giudice del merito concretizza il vizio di violazione di legge, denunziabile dinanzi alla Corte di Cassazione. Pertanto, poichè la Corte Europea (con decisioni adottate a carico dell’Italia il 10 Novembre 2004) ha individuato nell’importo compreso fra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 per anno la base di partenza per la quantificazione di tale indennizzo, si deve ritenere illegittima una liquidazione nella misura di Euro 250,00 per ogni anno di ritardo.

Il suddetto parametro ordinario può subire, peraltro, una riduzione contenuta quando, come nella specie, la posta in giuoco sia particolarmente modesta ed il ritardo non superiore al triennio.

Alla luce di tali principi, il decreto impugnato deve essere quindi cassato in parte qua. In carenza della necessità di ulteriori accertamenti di fatto, si può decidere, sul punto, la causa nel merito e liquidare l’indennizzo dovuto in complessivi Euro 2.500,00 con gli interessi legali dalla domanda. In questo caso, appare infatti giustificata, in forza dei criteri suesposti, la minor somma, per anno, di Euro 750,00.

Pure fondata si palesa la censura in ordine alla compensazione delle spese del giudizio di rinvio e della fase di legittimità, giustificata solo con una clausola di stile (“sussistono giusti motivi”) e con il riferimento ad una incertezza giurisprudenziale che non riguardava però la sussistenza stessa del diritto, ma solo, semmai, l’ammontare dell’indennizzo.

Cassato il decreto sul punto, è possibile, anche sotto questo profilo, decidere nel merito, e per l’effetto condannare il Ministero della Giustizia alla rifusione delle spese del giudizio dinanzi alla Corte d’appello di Roma in primo grado in complessivi Euro 840,00 di cui Euro 310,00 per diritti ed Euro 480,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori di legge; per il primo giudizio di cassazione in complessivi Euro 600,00, di cui Euro 500,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori legge.

Il Ministero della Giustizia soccombente va quindi condannato anche alla rifusione delle spese del presente grado di legittimità, liquidate in complessivi Euro 600,00 di cui Euro 500,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori di legge. Spese tutte, da distrarre in favore dell’avvocato Giulio Di Gioia, dichiaratosi antistatario.

P.Q.M.

– Accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato in relazione alla censura accolta e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della Giustizia al pagamento in favore di V.V. della somma di Euro 2.500,00, con gli interessi legali dalla domanda;

– condanna il Ministero della Giustizia alla rifusione delle spese del primo giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 600,00, di cui Euro 500,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori legge e del giudizio di primo grado, liquidate in complessivi Euro 840,00 di cui Euro 310,00 per diritti ed Euro 480,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori di legge;

– condanna il Ministero della Giustizia alla rifusione delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 600,00, di cui Euro 500,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori di legge;

– dispone la distrazione delle spese sopra liquidate in favore dell’avv. Giulio Di Gioia, antistatario.

Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 19 marzo 2010

 

 

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA