Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6658 del 15/03/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. VI, 15/03/2017, (ud. 03/03/2017, dep.15/03/2017),  n. 6658

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4259-2016 proposto da:

D.F., D.C., domiciliate in ROMA presso la

Corte di Cassazione, e rappresentate e difese dall’avv. MICHELE

MARRA giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrenti –

nonchè contro

T.N., P.L.;

– intimate –

avverso la sentenza n. 125/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 12/01/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/03/2017 dal Consigliere Dott. CRISCUOLO MAURO.

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

La Corte d’Appello di Napoli con la sentenza n. 125 del 12 gennaio 2015 rigettava l’appello proposto da D.F. e D.C., quali eredi di D.A. (nella contumacia degli altri coeredi D.G. e P.L.) avverso la sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua N’etere che, in accoglimento della domanda di T.N., aveva condannato gli eredi del D. all’abbattimento di un balcone costruito in violazione delle distanze legali da un immobile di proprietà esclusiva dell’attrice, rigettando tuttavia la domanda risarcitoria.

Osservava la Corte distrettuale, in relazione al primo motivo di appello, con il quale si contestava l’esistenza tra le parti di altro giudizio avente ad oggetto la legittimità della costruzione dell’attrice, per la quale era stato richiesto il rispetto delle distanze legali, che non era stata data adeguata prova dell’esistenza del diverso giudizio avente efficacia pregiudiziale, e che inoltre l’attrice aveva assunto che la costruzione di sua proprietà, costituita da un garage, era stata realizzata su suolo di sua esclusiva proprietà, come peraltro accertato anche dal giudice di primo grado nel diverso giudizio avente ad oggetto la legittimità della costruzione.

In merito al secondo motivo, con il quale si contestava la corretta qualificazione della costruzione di cui era stato ordinato l’abbattimento come balcone, sostenendosi che in realtà si trattava di una mensola, priva di parapetto ed alla quale gli appellanti non avevano possibilità di accesso dalla loro abitazione, secondo la sentenza gravata doveva invece reputarsi corretta la qualificazione in termini di balcone, attesa la notevole distanza in altezza dall’ingresso, e la sua realizzazione in corrispondenza del piano di calpestio dell’unità abitativa delle appellanti.

Inoltre aveva una larghezza maggiore dell’apertura dell’ingresso che, a detta delle impugnanti, avrebbe dovuto proteggere.

La mancanza di un accesso diretto era poi irrilevante, così come la diversa circostanza che per il bene fosse stata richiesta l’autorizzazione in sanatoria, attesa l’ininfluenza della regolarità amministrativa del bene in tema di rapporti tra privati.

D.F. e D.C. hanno proposto ricorso avverso tale sentenza sulla base di tre motivi.

Gli intimati non hanno svolto difese in questa fase.

Il primo motivo di ricorso denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 39 c.p.c., in combinato disposto con l’art. 295 c.p.c., in relazione alla pendenza del diverso giudizio intentato dalla stessa T., ma nel quale D.A., e poi le eredi, avevano richiesto l’abbattimento della costruzione in merito alla quale nella presente controversia è stato richiesto il rispetto delle distanze legali.

In quella sede infatti si era dedotto che il garage dell’attrice era stato realizzato in realtà su suolo comune, e che in ogni caso era stato edificato in assenza di provvedimento autorizzatorio, così che ne andava ordinato l’abbattimento.

Si deduce che della pendenza di tale diverso giudizio in grado di appello, atteso che la domanda riconvenzionale di abbattimento era stata a sua volta disattesa dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere all’esito del giudizio di primo grado, si era data adeguata notizia nella formulazione del primo motivo di gravame, indicando il numero della sentenza appellata nonchè il numero di ruolo generale assunto dal giudizio di appello ed il nome del Consigliere al quale era stato affidato il giudizio.

Inopinatamente la sentenza gravata ha escluso la sussistenza di una causa di sospensione ex art. 295 c.p.c., norma suscettibile di trovare applicazione d’ufficio, impedendo quindi di poter fare accertare nella diversa sede la natura abusiva del manufatto della T. e conseguentemente opporre in questo processo l’infondatezza della domanda volta ad ottenere il rispetto delle distanze legali.

Il motivo è manifestamente infondato.

Sebbene possa concordarsi con parte ricorrente circa il fatto che il motivo di appello conteneva gli elementi sufficienti per poter risalire alla diversa causa pendente in grado di appello, avendo anche fornito gli elementi necessari per la sua identificazione, deve tuttavia escludersi che sussista una situazione di litispendenza, attesa la chiara diversità di petitum e di causa petendi tra il presente giudizio e quello assunto come pregiudiziale.

Ma deve altresì escludersi la violazione della previsione di cui all’art. 295 c.p.c., norma posta a sostegno del motivo di ricorso, in quanto, come riconosciuto dalle stesse ricorrenti, la domanda finalizzata ad accertare l’illegittimità della costruzione dell’intimata era stata già rigettata in primo grado dallo stesso Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

In presenza quindi di una causa asseritamente pregiudiziale, già decisa in primo grado, deve escludersi la possibilità di poter invocare la previsione di cui all’art. 295 c.p.c., in quanto alla luce dell’insegnamento delle Sezioni Unite, la fattispecie è destinata ad essere regolata dall’art. 337 c.p.c., che rimette alla valutazione discrezionale del giudice stabilire se sospendere o meno il giudizio pregiudicato.

In tal senso, infatti, Cass. S.U. n. 10027/2012, ha precisato che salvi soltanto i casi in cui la sospensione del giudizio sulla causa pregiudicata sia imposta da una disposizione specifica ed in modo che debba attendersi che sulla causa pregiudicante sia pronunciata sentenza passata in giudicato, quando fra due giudizi esista rapporto di pregiudizialità, e quello pregiudicante sia stato definito con sentenza non passata in giudicato, è possibile la sospensione del giudizio pregiudicato soltanto ai sensi dell’art. 337 c.p.c., come si trae dall’interpretazione sistematica della disciplina del processo, in cui un ruolo decisivo riveste l’art. 282 c.p.c.: il diritto pronunciato dal giudice di primo grado, invero, qualifica la posizione delle parti in modo diverso da quello dello stato originario di lite, giustificando sia l’esecuzione provvisoria, sia l’autorità della sentenza di primo grado. Pertanto, allorchè penda, in grado di appello, sia il giudizio in cui è stata pronunciata una sentenza su causa di riconoscimento di paternità naturale e che l’abbia dichiarata, sia il giudizio che su tale base abbia accolto la domanda di petizione di eredità, ed entrambe le sentenze siano state impugnate, il secondo giudizio non deve di necessità essere sospeso, in attesa che nel primo si formi la cosa giudicata sulla dichiarazione di paternità naturale, ma può esserlo, ai sensi dell’art. 337 c.p.c., se il giudice del secondo giudizio non intenda riconoscere l’autorità dell’altra decisione (in senso conforme nella giurisprudenza successiva, si veda tra le molte, Cass. n. 21505/2013; Cass. n. 6207/2014; Cass. n. 13823/2016; Cass. n. 18358/2016).

Nel caso di specie, anche a voler superare il rilievo concernente l’assenza di prova della pendenza del diverso giudizio (prova che invece può reputarsi sia stata fornita), il riferimento compiuto dal giudice di appello alla circostanza che la domanda delle appellanti fosse stata già disattesa in primo grado, come appunto riferito dall’appellata, equivale ad una valutazione negativa circa la ricorrenza di una situazione tale da legittimare la sospensione di carattere discrezionale ex art. 337 c.p.c., con la conseguente infondatezza del motivo di ricorso nella parte in cui richiama la violazione di norme in realtà inapplicabili alla fattispecie.

Quanto al secondo motivo di ricorso, con il quale si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 873 c.c., nella parte in cui il giudice di appello ha condiviso la qualificazione della pensilina realizzata dal dante causa delle ricorrenti in termini di costruzione, trattasi all’evidenza di una censura che investe direttamente il merito della controversia e precisamente la valutazione in fatto compiuta dal giudice di merito, valutazione insindacabile in sede di legittimità.

La Corte di merito, facendo richiamo alla configurazione del manufatto quale emergente dalle fotografie, dalle sue dimensioni e dalla sua collocazione in altezza rispetto all’ingresso del fabbricato ha ritenuto che si trattasse a tutti gli effetti di una costruzione, relativamente alla quale si imponeva il rispetto delle distanze legali, così come accertato dal consulente d’ufficio.

In presenza di una puntuale argomentazione circa le ragioni del proprio convincimento in fatto, la sentenza risulta in parte qua incensurabile, mirando il ricorso surrettiziamente ad ottenere una diversa valutazione in fatto ad opera di questo giudice di legittimità, non palesandosi le deduzioni utilizzate idonee a denotare una violazione di legge (per la necessità di limitare la categoria degli sporti non computabili ai fini delle distanze, a soltanto quegli elementi con funzione meramente ornamentale, di rifinitura od accessoria come le mensole, le lesene, i cornicioni, le canalizzazioni di gronda e simili, costituiscono corpi di fabbrica, computabili ai predetti fini, le sporgenze degli edifici aventi particolari proporzioni, come i balconi, costituite da solette aggettanti anche se scoperte, di apprezzabile profondità ed ampiezza, si veda da ultimo Cass. n. 18282/2016; in senso conforme Cass. n. 5594/2016, e con specifico riferimento alle pensiline, Cass. n. 3727/1985).

Infine con il terzo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione egli artt. 1102 e 1122 c.c., in quanto la Corte di merito avrebbe omesso di motivare circa la non contrarietà del manufatto in esame rispetto alle norme in materia di comunione, atteso che lo stesso, nella parte in cui insiste sul cortile comune, attesa l’altezza alla quale è collocato, e tenuto conto dell’incidenza sul cortile di altri manufatti alcuni dei quali realizzati dalla stessa T., non viola il diritto di uso della cosa comune degli altri comproprietari.

Il motivo tuttavia non si confronta con la specifica ratio decidendi della sentenza impugnata che ha ravvisato l’illegittimità dell’opera edificata dal D., disponendone pertanto l’abbattimento, non già per la pretesa violazione del diritto degli altri comunisti sulla cosa comune, nella specie il cortile, ma per la contrarietà della stessa alla normativa in materia di distanze in relazione ad un diverso manufatto di proprietà esclusiva dell’attrice.

In tal senso, una volta quindi ritenuta la natura di costruzione per la soletta edificata dal dante causa delle ricorrenti, e ribadita la violazione delle distanze legali in base alla normativa vigente, era superfluo altresì verificare se la costruzione fosse o meno rispettosa della disciplina della comunione.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Nulla per le spese atteso il mancato svolgimento di attività difensiva da parte delle intimate.

Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

Rigetta il ricorso principale;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte delle ricorrenti del contributo unificato dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, art. 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 3 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 15 marzo 2017

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA