Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6615 del 14/03/2017

Cassazione civile, sez. VI, 14/03/2017, (ud. 22/02/2017, dep.14/03/2017),  n. 6615

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4178-2016 proposto da:

CESAR DI B.E. & FLLI, in persona del legale

rappresentante pro tempore, B.E., B.M. e

B.A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA GERMANICO 96,

presso lo studio dell’avvocato LETIZIA TILLI, rappresentati e difesi

dagli avvocati SABATINO CIPRIETTI e LAURA TETI;

– ricorrenti –

contro

I.N.S – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIODENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS),

in persona del legale rappresentante, in proprio e quale procuratore

speciale della SOCIETA’ DI CARTOLARIZZAZIONE DEI CREDITI INPS SCCI

SPA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29,

presso la sede dell’AVVOCATURA dell’Istituto medesimo, rappresentato

e difeso unitamente e disgiuntamente dagli avvocati GIUSEPPE MATANO,

CARLA D’ALOISIO, LELIO MARITATO, EMANUELE DE ROSE, ADA SCIPLINO ed

ANTONINO SGROI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2015/2015 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE di

ROMA, depositata il 04/02/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/02/2017 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che questa Corte, con sentenza n. 2015 del 4.2.2015, rigettava il ricorso per cassazione proposto dalla Cesar di B.E. e dai soci in proprio avverso la decisione della Corte di appello di L’Aquila che, in riforma della decisione di primo grado, aveva respinto l’opposizione proposta dagli appellanti avverso la cartella avente ad oggetto il pagamento, a favore dell’INPS, di contributi e relative sanzioni civili riferiti a lavoratori denunciati come associati in partecipazione che, viceversa, secondo l’Istituto, erano lavoratori subordinati;

che rilevava la Corte, per quel che interessa nella presente sede, che il primo motivo di ricorso era infondato, dovendo ritenersi insussistente il dedotto vizio di motivazione, posto che le sentenze richiamate dai ricorrenti, che avevano deciso alcune controversie, vertenti tra le stesse parti ed aventi ad oggetto le stesse questioni dibattute relativamente ai punti vendita della società ricorrente dislocati in altre città del territorio nazionale, non spiegavano) alcun effetto nel giudizio, da ritenere autonomo rispetto agli altri e da decidere sulla base delle prove proposte dalle parti e delle risultanze processuali acquisite nel corso dello stesso;

che, peraltro, – osservava sempre la Corte – la sentenza di Cassazione n. 22807/08 richiamata dai ricorrenti aveva confermato la decisione impugnata “nella sola parte relativa ai lavoratori del punto vendita di (OMISSIS)”;

che, con riguardo al terzo motivo, la Corte ne dichiarava l’inammissibilità, sul rilievo che la questione posta dai ricorrenti – ossia l’omessa specificazione da parte della Corte di merito dei singoli contratti per i quali era stata ritenuta la natura subordinata del rapporto – era questione nuova che i ricorrenti non avevano dedotto di avere posto nei precedenti gradi del giudizio, aventi ad oggetto per tutti i lavoratori la questione relativa alla qualificazione giuridica del rapporto, e che non ne erano stati precisati i termini;

che, con riferimento al compiuto accertamento delle circostanze di fatto utili alla connotazione della natura giuridica dei rapporti, la Corte reputava corretto quanto accertato dal giudice del gravame in ordine alla natura del rapporto, desunta da svariate circostanze desunte dal tenore dei contratti, dalla documentazione acquisita e dalle dichiarazioni degli associati (gli associati osservavano un regolare orario di lavoro coincidente con quello di apertura e chiusura del punto vendita, non erano a conoscenza delle spese del punto vendita, non vi era un rendiconto di gestione ed i rendiconti consegnati ai lavoratori indicavano i corrispettivi mensili conseguiti dal singolo negozio, gli associati erano soggetti al controllo dell’associante, in caso di assenza gli stessi dovevano darne comunicazione all’associante, la retribuzione corrisposta mensilmente non era mai al disotto di un certo importo);

che, infine, quanto ai rilievi formulati in ricorso con riguardo all’appello incidentale ed alla mancata motivazione sulle conclusioni con lo stesso formulate, veniva osservato che non era stato precisato in quali termini le relative questioni erano state poste in fase di merito e che non erano state riprodotte le prove ivi articolate, nè dedotto se sulle stesse i giudici di merito si fossero esplicitamente pronunziati;

che di tale sentenza chiedono la revocazione, ex art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, la Cesar di B.E. & F.lli, nonchè i soci in proprio, fondando il ricorso su tre motivi, cui resiste, con controricorso;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in prossimità della quale i ricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata; che viene dedotto, col primo motivo, che la sentenza della Corte di Cassazione sarebbe suscettibile di revocazione per errore di fatto, ex art. 395 c.p.c., comma 4, costituito dall’avere, per palese errore di fatto, respinto il primo motivo del ricorso non avvedendosi del fatto che le sentenze allegate avevano deciso questioni che, se pure relative ad altri punti vendita, prendevano in esame le previsioni di identici contratti di associazione in partecipazione della Cesar e che proprio in relazione all’elemento ritenuto decisivo (del rischio di impresa come condivisione di utili e di perdite) era intervenuta la sentenza della S.C. 22876/2008, che aveva rigettato il ricorso della DPL, contro la Cesar srl., affermandosi che solo per mera svista la S. C. avrebbe ritenuto che le sentenze allegate fossero prive di effetti “nel presente giudizio” ed assumendosi che la decisione sarebbe stata diversa senza tale errore;

che, con il secondo motivo, si denunzia analogo errore di fatto con riguardo all’addebito di inammissibilità del terzo motivo di ricorso per cassazione, in relazione alla ritenuta novità della questione, laddove, al contrario, la stessa non poteva essere considerata tale perchè era stato dato rilevo alle dichiarazioni rese dagli associati agli ispettori e considerato che solo alcuni degli associati si erano rifiutati di firmare, sicchè doveva essere precisato per quali e quanti contratti di associazione in partecipazione si era ritenuto sussistente il rapporto di subordinazione;

che, con il terzo motivo, ci si duole della ricorrenza di decisivi errori di fatto consistenti nell’inesatta percezione di circostanze presupposte come sicura base del ragionamento, in contrasto con quanto risultante dagli atti del processo, in particolare con riferimento all’essere stati gli elementi ravvisati come idonei a provare la subordinazione smentiti dalla testimonianza dell’unico teste escusso;

che si lamenta, altresì, che i rilievi di cui all’oggetto) dell’appello incidentale condizionato erano stati indicati con riferimento alle circostanze contenute nel ricorso di primo grado e richiamate in appello) in relazione alle quali era richiesto di dare ingresso alla prova per testi;

che il ricorso è inammissibile se vengono condivise le argomentazioni che seguono;

che, secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità l’errore di fatto previsto dall’art. 395 c.p.c., n. 4, idoneo a determinare la revocazione delle sentenze, comprese quelle della Corte di cassazione, deve consistere in un errore di percezione risultante dagli atti o dai documenti della causa direttamente esaminabili dalla Corte, riferito alle ipotesi in cui la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontestabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità e positivamente stabilita, sempre che il fatto del quale è supposta l’esistenza o l’inesistenza non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunziare, dovendo, quindi: 1) consistere in una errata percezione del fatto, in una svista di carattere materiale, oggettivamente ed immediatamente rilevabile, tale da avere indotto il giudice a supporre la esistenza di un fatto la cui verità era esclusa in modo incontrovertibile, oppure a considerare inesistente un fatto accertato in modo parimenti indiscutibile; 2) essere decisivo, nel senso che, se non vi fosse stato, la decisione sarebbe stata diversa; 3) non cadere su di un punto controverso sul quale la Corte si sia pronunciata; 4) presentare i caratteri della evidenza e della obiettività, sì da non richiedere, per essere apprezzato, lo sviluppo di argomentazioni induttive e di indagini ermeneutiche; 5) non consistere in un vizio di assunzione del fatto, nè in un errore nella scelta del criterio di valutazione del fatto medesimo; che, in ragione di ciò, detto errore non soltanto deve apparire di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza che la sua constatazione necessiti di argomentazioni induttive o di indagini ermeneutiche, ma non può tradursi, in un preteso, inesatto apprezzamento delle risultanze processuali, ovvero di norme giuridiche e principi giurisprudenziali, vertendosi, in tal caso, nella ipotesi dell’errore di giudizio, inidoneo a determinare la revocabilità delle sentenze della Cassazione (fra le tante Cass. sez. un. 7217/2009, nonchè 22171/2010; 23856/2008; 10637/2007; 7469/2007; 3652/2006; 13915/2005; 8295/2005);

che la Corte, nella sentenza della quale si chiede la revocazione, ha, tuttavia, come è dato evincere dai passaggi motivazionali indicati con riguardo al primo motivo proposto nella sede di legittimità, affermato che la rilevanza dei precedenti richiamati era da escludere, sia per l’autonomia di ciascun giudizio nei confronti degli altri, sia per essere la indicata sentenza della Cassazione relativa ai lavoratori di un solo punto vendita, con ciò dovendo escludersi ogni svista di carattere materiale, oggettivamente ed immediatamente rilevabile, tale da avere indotto il giudice a supporre come inesistente un fatto accertato in modo indiscutibile, senza considerare che l’errore imputato è relativo ad un punto controverso sul quale la Corte si è espressamente pronunciata;

che anche la prospettazione degli altri errori imputati alla Corte non rientra nel paradigma dell’errore revocatorio, sia per la mancanza di decisività di alcuni di essi (non potendo affermarsi, che, ove valutata la mancanza di dichiarazioni di alcuni degli associati e la ulteriore omessa sottoscrizione delle stesse, altra sarebbe stata la decisione di una questione sostanzialmente ritenuta unitaria), sia per consistere nella enunciazione di in vizio di assunzione del fatto e della relativa valutazione del coacervo delle ulteriori risultanze probatorie o di un errore nella scelta del criterio di valutazione del fatto medesimo (quanto al valore attribuito alla deposizione dell’unico teste escusso ed alle circostanze oggettive riferite al concreto atteggiarsi di ogni rapporto);

che non va, poi, mancato di osservare che ogni altra censura si palesa inammissibile, in considerazione dell’ estensione dell’onere a carico della parte ricorrente alla precisa indicazione della sede in cui i documenti sui quali il ricorso si fonda o le prove articolate con riferimento ai singoli capi siano rinvenibili (in particolare per quanto attiene alla precisa riproduzione degli stessi nel gravame incidentale), adempimento questo anche nella presente sede omesso, con riferimento all’onere da assolvere (cfr. Sez. U, ordinanza n. 25038 del 07/11/2013, e, da ultimo, Cass. 11.1.2016 n. 195);

che, pertanto, essendo da condividere la proposta del relatore, il ricorso per revocazione va dichiarato inammissibile ai sensi dell’art. 391 bis c.p.c., non rivestendo alcuna incidenza ai fini di una diversa soluzione della controversia i rilievi formulati in memoria, posto che, a prescindere dalla considerazione che solo in via residuale si è osservato che non risulta essere stata compiutamente indicata la sede di rinvenimento degli atti menzionati, essendo la decisione fondata su ulteriori e già autosufficienti argomentazioni, ciò che è stata ritenuta omessa è non già l’attività di deposito degli atti richiamati, quanto piuttosto la precisa indicazione della relativa sede di rinvenimento nei fascicoli dei gradi di merito o di legittimità, essendo necessaria, al fine di ritenere integrato il requisito della cosiddetta autosufficienza del motivo di ricorso per cassazione, quando esso concerna la valutazione da parte del giudice di merito di atti processuali o di documenti, la specificazione della sede in cui nel fascicolo d’ufficio o in quelli di parte essi siano rinvenibili, sicchè, in mancanza, il ricorso è inammissibile per l’omessa osservanza del disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), (cfr. Cass.24.10.2014 22607, Cass. 2.12.2014 n. 25482);

che su diverso piano rileva la pronuncia delle S. U richiamata, n. 22726/2011, che attiene all’onere del ricorrente, di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, così come modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 7 di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, gli atti ed i documenti su cui il ricorso si fonda, onere ritenuto soddisfatto anche mediante richiesta di trasmissione alla competente cancelleria, quanto al fascicolo d’ufficio;

che le spese del giudizio seguono la soccombenza dei ricorrenti e si liquidano nella misura indicata in dispositivo;

che sussistono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

PQM

dichiara l’inammissibilità del ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 11.300,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese forfetarie in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis citato D.P.R..

Così deciso in Roma, il 22 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 14 marzo 2017

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