Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6610 del 14/03/2017

Cassazione civile, sez. VI, 14/03/2017, (ud. 08/02/2017, dep.14/03/2017),  n. 6610

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17227-2014 proposto da:

S.V., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GOLAMETTO 2

INT. C/12, presso lo studio dell’avvocato GIANFRANCO SQUILLACE,

rappresentato e difeso dall’avvocato ROSANNA CATAUDO giusta procura

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

T.E., elettivamente domiciliato in ROMA, V. G. G. BELLI

39, presso lo studio dell’avvocato PIERFRANCESCO BRUNO, che lo

rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 959/2013 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 27/8/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’8/2/2017 dal Consigliere Dott. CATERINA MAROTTA.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

– la Corte di appello di Catanzaro, in parziale riforma della decisione del Tribunale di Lamezia Terme, condannava S.V. al pagamento in favore di T.E. della somma di Euro 14.995,49 (di cui Euro 2.224,88 a titolo di t.f.r.), in relazione all’attività lavorativa svolta dal T., manovale, alle dipendenze del S. nell’ambito del periodo dal 16 marzo 1999 al 19 giugno 2002 (all’interno del quale vi era stata regolare assunzione solo dal 15 novembre 1999 al 19 giugno 2001). Riteneva la Corte territoriale che in relazione al suddetto periodo sussistesse la prova dello svolgimento dell’attività lavorativa;

– avverso tale sentenza S.V. ricorre per cassazione con quattro motivi;

– T.E. resiste con controricorso;

– la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., e stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata;

– non sono state depositate memorie;

– il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

– con il primo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 414 c.p.c. con riguardo al mancato rilievo della nullità del ricorso in relazione ai conteggi effettuati sulla base di un c.c.n.l. (edilizia) non pertinente e privi di esplicitazione del meccanismo di calcolo;

– il motivo è manifestamente infondato;

– questa Corte ha più volte affermato che nel rito del lavoro, per aversi nullità del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado, non è sufficiente l’omessa indicazione in modo formale dell’oggetto della domanda e degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto su cui la stessa si fonda, essendo invece necessario che sia omesso o del tutto incerto il petitum sotto il profilo sostanziale e processuale, nel senso che non ne sia possibile l’individuazione attraverso l’esame complessivo dell’atto, da compiersi di ufficio dal giudice, anche in sede di appello (cfr. Cass. 27 aprile 1998, n. 4296; Cass. 15 dicembre 1999, n. 14134; Cass. 16 gennaio 2007, n. 820; Cass. 8 febbraio 2011, n. 3126). E’ stato anche precisato che nel rito del lavoro la nullità del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado per mancata determinazione dell’oggetto della domanda o per mancata esposizione delle ragioni, di fatto e di diritto, non ricorre ove si deducano pretesi errori di prospettazione in diritto, trattandosi di circostanza inidonea a compromettere la possibilità di individuare con precisione i fatti e gli elementi di diritto posti a fondamento della domanda, potendo la stessa incidere solo sulla fondatezza di merito della pretesa (così Cass. 22 gennaio 2009, n. 1629). Pure l’eventuale mancata indicazione del contratto collettivo applicabile, nel ricorso con il quale, sulla base della asserita prestazione di lavoro subordinato, vengano chiesti conguagli retributivi, non incide sull’oggetto della domanda e non comporta quindi la nullità del ricorso – così Cass. 5 aprile 2002, 4889; si veda anche, per l’affermazione del medesimo principio, Cass. 18 giugno 2002, n. 8839 che ha confermato la decisione impugnata che aveva escluso la nullità del ricorso introduttivo per la errata indicazione del contratto collettivo applicabile alla fattispecie dedotta in giudizio -;

– peraltro, nella specie, era stato lo stesso Tribunale ad utilizzare, si pure quale parametro per la determinazione della retribuzione sufficiente a termini dell’art. 36 Cost., proprio il c.c.n.l. indicato dal ricorrente, il che conferma l’irrilevanza, ai fini della eventuale valutazione di nullità del ricorso, della indicazione di un c.c.n.l. poi rivelatosi inapplicabile alla fattispecie;

– con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 437 c.p.c., comma 2, art. 420 c.p.c., comma 8, e art. 414 c.p.c. per avere la Corte territoriale disposto l’acquisizione d’ufficio del c.c.n.l. applicabile alla fattispecie in esame, con ciò ovviando ad un errore commesso dal ricorrente;

– il motivo è manifestamente infondato;

– come da questa Corte già affermato, nell’ipotesi in cui vi sia eventualmente contestazione soltanto in ordine all’applicabilità di un determinato contratto collettivo, sussiste per il giudice il potere – dovere, ai sensi dell’art. 421 c.p.c., di acquisire d’ufficio, il contratto collettivo che si assuma applicato (come nella specie avvenuto sulla base delle stesse deduzioni del datore di lavoro convenuto)- v., tra le altre, Cass. 27 ottobre 2005, n. 20864; Cass. 25 febbraio 2004, n. 3774; Cass. 12 aprile 2000, n. 4714 – essendo, peraltro, tale acquisizione indispensabile ai fini di decidere sul merito della causa;

– nella specie la Corte territoriale disponendo con ordinanza l’acquisizione del c.c.n.l. ceramica ed artigianato ha, perciò, correttamente utilizzato i poteri di cui all’art. 437 c.p.c. sulla base delle sollecitazioni provenienti dagli atti di causa, volti non a superare gli effetti inerenti ad una tardiva richiesta istruttoria o a supplire ad una carenza probatoria totale sui fatti costitutivi della domanda, ma solo a superare una incertezza su tali fatti;

– con il terzo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 194 c.p.c., comma 2, in relazione alla mancata comunicazione da parte del nominato c.t.u. del giorno, ora e inizio delle operazioni peritali successivamente riprese a seguito di una disposta integrazione;

– il motivo è manifestamente infondato;

– questa Corte ha già riconosciuto che in tema di consulenza tecnica d’ufficio, ai sensi dell’art. 194 c.p.c., comma 2, e art. 90 disp. att. c.p.c., comma 1 alle parti va data comunicazione del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni peritali. Peraltro, l’omissione (anche di una) di simili comunicazioni induce la nullità della consulenza stessa soltanto qualora, con riguardo alle circostanze del caso concreto, essa abbia pregiudicato il diritto di difesa per non essere state le parti anzidette poste in grado di intervenire alle operazioni, onde la riferita nullità non si verifica qualora risulti che le medesime parti, siano state egualmente in grado di assistere all’indagine o di esplicare in essa le attività ritenute convenienti (così Cass. 7 aprile 2006, n. 8227; Cass. 27 aprile 2010, n. 10054; Cass. 15 luglio 2016, n. 14532);

– nella specie, nulla è stato dedotto sul punto, per cui la censura di carattere formale è priva di fondamento;

– la giurisprudenza di questa Corte ha pure affermato che in tema di consulenza tecnica d’ufficio, ai sensi dell’art. 194 c.p.c., comma 2, e art. 90 disp. att. c.p.c., comma 1, alle parti va data comunicazione del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni peritali, mentre l’obbligo di comunicazione non riguarda le indagini successive, incombendo alle parti l’onere di informarsi sul prosieguo di queste al fine di parteciparvi (cfr. Cass. 2 marzo 2004, n. 4271; Cass. 7 luglio 2008, n. 18598);

– nel caso in esame, dopo la prima consulenza era stato chiesto al c.t.u., sulla base dei rilievi mossi proprio dall’appellante, soltanto di espungere dal calcolo già effettuato il lavoro straordinario;

– con il quarto motivo il ricorrente deduce vizio di motivazione per omessa considerazione delle risultanze probatorie e omesso esame di fatti decisivi per il giudizio;

– il motivo è inammissibile;

– nell’insieme, le censure consistono in un’argomentata rilettura dei fatti di causa e della documentazione prodotta, all’esito della quale si afferma che la motivazione della sentenza impugnata non troverebbe riscontro negli atti, e che la Corte di appello non avrebbe considerato o rettamente considerato determinate risultanze di causa;

– è di tutta evidenza che, pur con una intitolazione del motivo conforme all’art. 360 c.p.c., n. 5, nella formulazione disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b) convertito in L. n. 134 del 2012, la parte, in realtà, critica la sufficienza del ragionamento logico posto alla base dell’interpretazione di detetniinati atti del processo, e dunque un caratteristico vizio motivazionale. In quanto tale, esso non è più censurabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo attualmente vigente, interpretato dal noto arresto n. 8053/14 delle S.U. di questa Corte secondo il quale il controllo della motivazione è ora confinato sub specie nullitatis, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4 il quale, a sua volta, ricorre solo nel caso di una sostanziale carenza del requisito di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, configurabile solo nel caso di mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, di motivazione apparente, di contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili e di motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di sufficienza della motivazione;

– l’omesso esame deve riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica (e quindi non un punto o un profilo giuridico), un fatto principale o primario (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè un fatto dedotto in funzione probatoria). Tuttavia il riferimento al fatto secondario non implica – e la citata sentenza n. 8053 delle S.U. lo precisa chiaramente che possa denunciarsi ex art. 360 c.p.c., n. 5, anche l’omessa o carente valutazione di determinati elementi probatori: basta che il fatto sia stato esaminato, senza che sia necessario che il giudice abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie emerse all’esito dell’istruttoria come astrattamente rilevanti;

– nel caso in esame i fatti controversi da indagare (da non confondersi con la valutazione delle relative prove) sono stati manifestamente presi in esame dalla Corte territoriale; sicchè non può certo trattarsi di omesso esame, ma di accoglimento di una tesi diversa da quella sostenuta dal ricorrente;

– in conclusione, la proposta va condivisa e il ricorso va rigettato;

– la regolamentazione delle spese segue la soccombenza;

– va dato atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 2.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge e rimborso forfetario in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 8 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 14 marzo 2017

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