Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6562 del 14/03/2017


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Cassazione civile, sez. I, 14/03/2017, (ud. 10/01/2017, dep.14/03/2017),  n. 6562

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 15985/2015 proposto da:

F.F., elettivamente domiciliato in Roma, Via Della

Giuliana n. 44, presso l’avvocato Gioioso Raffaello, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato Fabris Lodovico,

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) S.r.l. in Liquidazione, in persona Curatore

Dott. C.S., elettivamente domiciliato in Roma, Via

Piemonte n. 39, presso l’avvocato Grieco Antonio, che lo rappresenta

e difende unitamente all’avvocato Piccione Guido, giusta procura in

calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1132/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 09/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/01/2017 dal Cons. Dott. DOLMETTA ALDO ANGELO;

udito, per il ricorrente, l’Avvocato RAFFAELLO GIOIOSO che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito, per il controricorrente, l’Avvocato ANTONIO GRIECO che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale CAPASSO

Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

F.F. ricorre per cassazione nei confronti del Fallimento (OMISSIS) s.rl., articolando quattro motivi avverso la sentenza della Corte di Appello di Venezia, 9 maggio 2014, n. 1132.

La sentenza ha confermato la condanna del ricorrente a pagare al Fallimento (OMISSIS) s.r.l. la somma di Euro 200.000,00, oltre interessi legali, a titolo di risarcimento danni. Secondo l’accertamento compiuto dalla Corte, F. – durante il periodo in cui è stato consigliere di amministrazione della s.r.l. (OMISSIS) in bonis – ha violato i doveri per legge e contratto legati a tale carica, provocando danno alla Società e al patrimonio di questa. Egli, in particolare, ha partecipato alla Delib. Consiglio Amministrazione 23 dicembre 1998, che ha stabilito di prendere in affitto un’azienda di titolarità di A.R., approvando un testo contrattuale che poneva in capo alla Società l’obbligo di corrispondere una cauzione di misura affatto sproporzionata rispetto al canone di affitto e al valore dei beni formanti l’azienda; e pure ha partecipato alla decisione consiliare di appostare nell’attivo del bilancio sociale il credito per la restituzione della cauzione, pur risultando lo stesso inesigibile.

Resiste con controricorso il Fallimento (OMISSIS) s.r.l., pure depositando memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- I motivi formulati da F. denunciano i vizi qui di seguito richiamati.

Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, art. 2476 c.c. e L. Fall., art. 146. Lo stesso assume che, a seguito della riforma societaria di cui al D.Lgs. n. 6 del 2013, la legittimazione all’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori spetta solo ai singoli soci; comunque, che non spetta al curatore fallimentare.

Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 5 del 2003, artt. 7, 8, 9 e dell’art. 345 c.p.c., ed omesso esame dell’art. 360, n. 5, del merito dell’eccepita prescrizione decisiva ai fini del giudizio.

Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 2392 e 2697 c.c.. Si censura, qui, la sentenza della Corte veneziana per non avere dato rilievo alla circostanza che F. è stato amministratore privo di deleghe e ha svolto un ruolo marginale nell’ambito del Consiglio di amministrazione della Società in bonis.

Il quarto motivo denuncia omesso esame ex art. 360 c.p.c., n. 5, di un fatto decisivo per il giudizio in relazione all’effettivo versamento o meno della cauzione, nonchè violazione e falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 1176 c.c., comma 2, in relazione alla diligenza richiesta all’amministratore F..

2.- Il primo motivo, che assume il difetto di legittimazione del curatore fallimentare a esperire azione di responsabilità nei confronti degli amministratori delle società a responsabilità limitata, si manifesta infondato.

Come in più occasioni la giurisprudenza di questa Corte ha avuto occasione di rilevare, la circostanza che l’attuale versione della norma dell’art. 2476 c.c., non richiami più la disciplina dettata per le società per azioni – secondo quanto accadeva invece nel regime anteriore alla riforma delle società di capitali (art. 2487, comma 2, previgente) -, ma si soffermi solo sulla legittimazione dei soci uti singuli, non viene a spiegare nessuna rilevanza abrogativa sulla sussistenza della legittimazione attiva di altri soggetti. Tanto meno potrebbe comunque incidere sulla legittimazione del curatore fallimentare (cfr., al riguardo, le decisioni di Cass., 16 agosto 2016, n. 17359; Cass., 31 maggio 2016, n. 11264; Cass., 21 luglio 2010, n. 17121).

In effetti, la legittimazione del curatore trova in ogni caso fondamento nel disposto della L. Fall., art. 146, così come riformulato dal D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 130: la norma lo abilita all’azione in discorso in relazione a tutti i tipi societari, senza discriminare. D’altra parte, sarebbe molto singolare, quando non proprio inspiegabile, l’esclusione di una legittimazione attiva del curatore nei confronti gli amministratori delle s.r.l., dato tra l’altro che L. Fall., stesso art. 146, lo viene testualmente ad abilitare all’azione di responsabilità contro i soci di tale società, per il caso previsto dell’art. 2476 c.c., comma 7.

3.- Il secondo motivo di ricorso si sostanzia nella contestazione che l’eccezione di prescrizione dell’azione di responsabilità, che il ricorrente ha svolto nei gradi del merito, sia realmente tardiva, così come la ha invece ritenuta (anche) la Corte di Appello; per l’effetto, il motivo assume che il mancato riscontro del merito dell’eccezione stessa configuri un’ipotesi di omesso esame di fatto decisivo per l’esito del giudizio. Il motivo è infondato.

Secondo l’avviso del ricorso, l’eccezione di prescrizione sarebbe tempestiva perchè formulata nell’ambito del procedimento cautelare di sequestro conservativo, che ha preceduto l’instaurazione della causa di merito. Il ricorso aggiunge che comunque l’eccezione sarebbe da giudicare tempestiva perchè – formulata anche in sede di udienza, nel momento della costituzione dell’attuale ricorrente – il Fallimento non ne ha eccepito la tardività nella “prima istanza o difesa successiva”, come per contro prescritto dalla norma del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 10, comma 2, a pena di decadenza.

In realtà, il richiamo al distinto procedimento cautelare si manifesta oggettivamente non conferente per i fini specificamente in discorso. D’altro canto, nemmeno può essere ritenuta sufficiente al bisogno la circostanza che, nel contesto della detta udienza, l’attuale ricorrente abbia – secondo la sua propria enunciazione – richiamato “tutte le eccezioni in precedenza svolte” e dimesso “gli atti difensivi delle fasi cautelari”, che simili espressioni si manifestano del tutto generica; in disparte al rilievo che alle stesse difetta pure il requisito dell’autosufficienza, posto che non viene riportato, nè indicato, lo scritto dove l’eccezione sarebbe stata in ipotesi precisata.

In ogni caso, non risulta pertinente il richiamo al principio dispositivo sancito dall’art. 10 con riferimento all’allora vigente processo c.d. societario. Tale principio e la regola dell’art. 10 si riferiscono, invero, alla sola fase preparatoria del procedimento, che ha termine con il trascorrere del lasso temporale di dieci giorni a seguire dalla notificazione dell’istanza. Per quanto accade dopo la pronuncia del decreto di fissazione dell’udienza, la regola è invece quella della rilevabilità d’ufficio dell’eccezione, in quanto conseguente al principio di concentrazione, che connota la relativa fase processuale.

La tardività della formulazione dell’eccezione di prescrizione assorbe, naturalmente, ogni valutazione relativa all’eventuale sussistenza del merito della medesima.

4.- Il terzo motivo – che fa perno sul carattere poco significativo dell’operato di F., amministratore privo di deleghe, nel contesto della gestione della Società in bonis – è inammissibile e pure infondato.

Rubricato nel n. 3 dell’art. 360, il motivo tende in realtà a un riesame del fatto, come rivolto alla valutazione (di minore o maggiore importanza e peso causale) dell’azione svolta dall’amministratore in discorso. Esame, questo, peraltro riservato ai precedenti gradi del giudizio.

D’altra parte, la Corte del merito ha correttamente rilevato – con riferimento al regime disciplinare anteriore alle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 6 del 2003, che è quanto viene qui in interesse – che la norma dell'”allora vigente art. 2392 c.c., comma 2, poneva anche a carico degli amministratori privi di delega il dovere di vigilare sul generale andamento della società, dovere che permaneva anche in caso di attribuzione di funzioni al comitato esecutivo o ai singoli amministratori delegati”. Pure correttamente la stessa ha rilevato come, nel caso di specie, la prova liberatoria dell’essere stato l’amministratore non delegato impedito oggettivamente nello svolgimento della funzione di vigilanza e contratto, non sia stata “neppure dedotta” dall’amministratore F..

In effetti, le riportate proposizioni rispondono a principi acquisiti dalla giurisprudenza di questa Corte. Si richiama, in particolare, la sentenza di Cass., 9 gennaio 2013, n. 319, che tra l’altro ha rilevato che “dovere di vigilare sul generale andamento della società posto a carico degli amministratori dall’art. 2392 c.c. (come all’epoca richiamato per le s.r.l. dall’art. 2487, comma 2), nel testo anteriore alle modifiche introdotte dal D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, permane anche in caso di attribuzione di funzioni al comitato esecutivo o ai singoli amministratori delegati, salva la prova che i rimanenti consiglieri, pur essendosi diligentemente attivati, non abbiano potuto in concreto esercitare la predetta vigilanza a causa del comportamento ostativo degli altri componenti del consiglio”. Si vedano pure, tra le altre, Cass., 21 gennaio 2010, n. 17121; Cass., 29 ottobre 2008, n. 25977; Cass., 27 aprile 2011, n. 9384.

5.- Il quarto motivo, che da un lato si basa sul fatto dell’avvenuto, oppure no, versamento della cauzione (relativa al contratto di affitto di azienda) e dall’altro si volge all’esame delle diligenza richiesta all’amministratore di s.r.l., si manifesta inammissibile, nonchè infondato.

Sotto il primo profilo è sufficiente rilevare come, in realtà, la Corte del merito abbia ben considerato il fatto del versamento della detta cauzione (cfr., così, a p. 8: “il credito della società derivante dal versamento della cauzione è stato esposto nei bilanci della società predisposti dal consiglio di amministrazione ed approvati dall’assemblea. L’attore non ha impugnato il bilancio deducendone la falsità con riguardo al credito esposto…”).

Sotto il secondo profilo va osservato quanto segue. La censura sulla valutazione di diligenza del comportamento dell’amministratore, che viene mossa dal ricorrente, si snoda in ciò che, sul piano astratto, la relativa valutazione dev’essere frutto di una prognosi rigorosamente ex ante e che, sul piano concreto, nel periodo di tempo considerato l’incremento del fatturato della società era in costante crescita. Ora, a parte la constatazione che un incremento del fatturato non è di per sè indice di una crescita dei ricavi (e nemmeno, per la verità, dell’effettiva esistenza di ricavi), comunque una simile circostanza non risulta in un qualche modo incidente sulla prognosi di potenziale dannosità e di illegittimità di un patto, che pone sulla società l’obbligo di prestare una cauzione di dimensione economica sproporzionate.

6.- In conclusione il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo alla stregua dei parametri di cui al D.M. n. 55 del 2014, seguono la soccombenza.

Infine, dal momento che il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 18, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla citata L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna F.F. al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 7.200,00 (di cui Euro 200 per esborsi), oltre accessori come per legge e contributo spese generali nella misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto delle sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 10 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 14 marzo 2017

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