Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6558 del 18/03/2010

Cassazione civile sez. II, 18/03/2010, (ud. 23/02/2010, dep. 18/03/2010), n.6558

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. MENSITIERI Alfredo – Consigliere –

Dott. MALZONE Ennio – Consigliere –

Dott. PICCIALLI Luigi – rel. Consigliere –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

A.C. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA CARLO MIRABELLO 7, presso lo studio dell’avvocato SPINELLA

MAURIZIO, rappresentata e difesa dall’avvocato CIAVOLA ANTONINO;

– ricorrente –

contro

CHIMICA SUD SNC di AMATE ANTONINO & C P.I. (OMISSIS), in persona

del legale rappresentante pro tempore elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DEI GRACCHI 187, presso lo studio dell’avvocato MAGNANO DI

SAN LIO GIOVANNI, rappresentato e difeso dall’avvocato MONFRINI

EMILIO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1051/2003 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 12/11/2003;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

23/02/2010 dal Consigliere Dott. LUIGI PICCIALLI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CENICCOLA Raffaele, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 28.12.94 la società Chimica Sud s.n.c. di Amata Antonino & C. citò al giudizio del Tribunale di Catania A.C., al fine di sentirla condannare al pagamento della somma di L. 14.621.10, a titolo di clausola penale pari al 30% del prezzo di L. 48.737.000 pattuito, come da accettata commissione del 4.11.93 e con versamento di caparra confirmatoria di L. 1.000.000, per l’acquisto di materiali, poi non ritirati dalla convenuta.

Quest’ultima si costituì e resistette alla domanda, sostenendo di aver legittimamente esercitato recesso scritto, non avendo ottenuto un finanziamento, sulla cui presupposizione era stato concluso il contratto. Con sentenza dei 10/15.11.99, il Tribunale accolse la domanda, nella misura di L. 13.621.000, oltre agli interessi, condannando la convenuta alle spese, decisione che venne poi confermata, a seguito del gravame della soccombente, dalla Corte d’Appello di Catania, sulle seguenti essenziali considerazioni: a) l’avvenuta stipulazione del contratto era documentalmente provata dalla commissione del 4.11.93 e dalla lettera di accettazione di dell’8.11.93, da ritenersi conforme alla proposta, quanto alle indicazioni delle attrezzature vendute, del prezzo e delle modalità di pagamento, mentre la circostanza che l’accettazione, portata a conoscenza del proponente, non riproducesse nel dettaglio il contenuto della commissione, era irrilevante, tenuto conto del riferimento a quella operato; b) la clausola penale, in quanto non “vessatoria”, non necessitava di apposita sottoscrizione; c) la stessa non contrastava con l’art. 1373 c.c., comma 1, perchè non risultava che la società attrice avesse receduto unilateralmente dal contratto, essendo stata invece la convenuta a recedere ingiustificatamente, così dando luogo alla giusta richiesta di applicazione della clausola penale, quale anticipata liquidazione del danno; d) nè tale richiesta era incompatibile con il recesso ex art. 1385 c.c., comma 2, considerato che tra l’azione di risoluzione con risarcimento dei danni e quella di recesso non vi era diversità, non costituendo la seconda una domanda nuova rispetto alla prima, ma solo l’esercizio di una “istanza ridotta, nello stesso ambito risarcitorio, in relazione all’inadempimento dell’altra parte”; e) la prova orale richiesta dalla convenuta, in quanto diretta a dimostrare pattuizioni contrarie al contenuto dei documenti in atti, prodotti dalle parti in copie identiche, era inammissibile ai sensi dell’art. 2722 c.c..

Per la cassazione di tale sentenza la A. ha proposto ricorso affidato a cinque motivi.

Ha resistito la società intimata con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso vengono dedotte violazione e falsa applicazione dell’art. 1326 c.c., con connessa carenza di motivazione, perchè, contrariamente a quanto assunto dalla corte di merito, non vi sarebbe stata coincidenza tra il contenuto della propostaci cui alla commissione proveniente dalla convenuta, e la lettera di accettazione della società venditrice, i cui testi vengono trascritti al fine di porre in evidenza talune divergenze con riferimento all’importo del prezzo, all’elenco della merce ed alle cadenze dei pagamenti.

Il motivo non merita accoglimento, risolvendosi in una censura in fatto non evidenziante testuali carenze interpretative o logiche dell’accertamento compiuto dal giudice di merito, e comunque, manifestamente infondata così come proposta, rilevandosi, contrariam, ente a quanto dedottola sostanziale convergenza, dal raffronto testuale dei riportati contenuti della proposta e dell’accettazione, con riferimento sia alle singole componenti dell’ordinativo (tra i quali gli estremi del “vaporizzante” risultano solo abbreviati da parte della venditrice, ma chiaramente identificabili con quelli richiesti dell’ordinativo), sia al prezzo (della cui riduzione nell’accettazione da L. 49.737.000 a L. 48.737.000, evidentemente dovuta alla detrazione dell’acconto di L. 1.000.000, la committente non poteva certo dolersi), sia alle modalità rateali di pagamento (del tutto adesive a quelle proposte dalla committente).

Con il secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., ed omessa motivazione, per non aver i giudici di merito indagato sulla comune intenzione dei contraenti, trascurando del tutto la lettera in data 24, 11.93, con la quale la A. aveva disdetto il contratto, significando di non aver ottenuto il previsto finanziamento agevolato, richiesta di cui sarebbe stato a conoscenza il rappresentante della venditrice, e contestando anche le modalità di pagamento, non conformi agli accordi con quest’ultimo, comunicatigli nella lettera di accettazione.

Il motivo è infondato, non evidenziando malgoverno della citata norma di interpretazione dei contratti, avendo i giudici di merito correttamente limitato l’indagine al contenuto del negozio scritto, così come risultato dalle conformi proposta ed accettazione, ivi comprese le modalità di dilazione del prezzo, nell’ambito delle quali nessun accenno era rinvenibile all’asserito finanziamento che la committente sperava di ottenere per far fronte al previsto pagamento rateale. Nè avrebbe potuto il giudice, al fine di interpretare la volontà della parti, far integrativo riferimento alla lettera della compratrice, citata nel mezzo d’impugnazione, trattandosi di un elemento documentale ex post di natura unilaterale, non valutabile ai fini di cui all’art. 1362 c.c., comma 2, nella determinazione della “comune intenzione della parti”. A tal riguardo, infatti, la norma consente sì di valutare il loro “comportamento complessivo anche posteriore alla conclusione del contratto”, purchè lo stesso sia tuttavia caratterizzato da sostanziale ed univoca convergenza delle parti (v. tra le altre Cass. 11089/0118352/04115/06, da escludersi nel caso di specie, in cui viene dedotta una richiesta di sciogliersi dalle obbligazioni sulla base di una condizione o presupposizione rimasta allo stato di mera affermazione di una delle stesse.

Con il terzo motivo si deduce violazione dell’art. 1341 c.c., in relazione all’art. 1384 c.c., censurandosi l’esclusione della natura vessatoria della clausola penale, che invece avrebbe dovuto essere ravvisata, in quanto non predisposta da uno solo dei contraenti, correlata non all’inadempimento ma alla semplice richiesta di risoluzione e di elevato importo.

Anche tale motivo va respinto, considerato che le caparre, clausole penali e similari, con le quali le parti abbiano determinato in via convenzionale anticipata la misura del ristoro economico dovuto, da una parte all’altra, in caso di recesso o inadempimento, non rientrano tra quelle previste dall’art. 1341 c.c., per le quali è richiesta la specifica approvazione; univoca è a tal riguardo la giurisprudenza di questa Corte (v., tra le altre, Cass. 1168/04, 23965/04, 20744/04, 9565/04).

Con il quarto motivo si deduce violazione dell’art. 1373 c.c., comma 1, per non avere la corte territoriale considerato che la clausola penale era collegata alla facoltà di recesso attribuita alla parte e non, come richiesto dall’art. 1382 c.c., a quella di inadempimento o ritardo, sicchè il recesso, ai sensi della prima disposizione, non avrebbe potuto essere esercitato, perchè vi era stato un inizio di esecuzione, desumibile da un telegramma della venditrice del 3.12.93, comunicante che le merci erano pronte.

Il motivo d’impugnazione, pur evidenziando un motivazione non corretta, in ordine alla qualificazione della clausola in questione, nella sentenza di merito, non può tuttavia essere accolto, risultando comunque la decisione conforme a diritto e necessitando al riguardo solo un intervento correttivo da parte di questa Corte, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., u.c..

La clausola, prevedente il pagamento di una somma pari al 30% del prezzo delle merci ordinate, che, come è pacifico tra le parti e confermato dal tenore letterale trascritto nel mezzo d’impugnazione, atteneva alla “richiesta di risoluzione della presente da parte del Committente, dopo l’accettazione della società venditrice”, non contemplava, come ritenuto dai giudici di merito, una determinazione preventiva del risarcimento dei danni dovuto ad inadempimento della compratrice, bensì la previsione di un corrispettivo del diritto di recesso, dal contratto già concluso e prima del relativo adempimento, attribuita ad una delle parti. Trattavasi, dunque, di quell’istituto in dottrina denominato “multa penitenziale”, e nel diritto positivo disciplinato dall’art. 1373 c.c., comma 3, che, non diversamente dalla “caparra penitenziale” di cui all’art. 1386 c.c., (relativo ai casi in cui il versamento avviene anticipatamente, prevedendosi la ritenzione o la restituzione del doppio a seconda della parte successivamente recedente), assolve alla sola finalità di indennizzare la controparte nell’ipotesi di esercizio dello ius poenitendi (che può essere conferito a ciascuna o anche, come nella specie, ad una sola della parti) da parte dell’altro contraente. In tali casi, non essendo richiesta alcuna indagine sull’addebitabilità del recesso, come nella diverse ipotesi di richieste correlate a versamento della caparra confirmatoria ex art. 1385 c.c., o di ordinaria azione per la risoluzione del contratto ex art. 1453 c.c., il giudice deve limitarsi a prendere atto dell’avvenuto esercizio di tale diritto potestativo da parte del recedente ed a condannare il medesimo alla corresponsione del relativo corrispettivo richiesto dalla controparte. Nel caso di specie, pertanto, i giudici di merito, a fronte di una richiesta della parte attrice, che aveva dedotto l’avvenuta unilaterale risoluzione del contratto già concluso e non ancora eseguito da parte della committente, che aveva manifestato tale volontà con la missiva, in precedenza menzionata (v. 2^ motivo), e chiesto la condanna della stessa al pagamento della somma pari ad un terzo del prezzo delle merci ordinate, hanno giustamente accolto la domanda, senza esorbitare dal petitum, sia pur non correttamente qualificando la causa petendi, che tuttavia nei considerati estremi fattuali, giuridicamente rilevanti e qualificabili dal giudice (in ultima analisi anche in sede di legittimità), era stata chiaramente dedotta dall’istante.

Va ancora considerato che il profilo di censura, secondo cui il recesso ex art. 1373 c.c., non sarebbe stato possibile essendovi stato un principio di esecuzione, ancor prima che infondato (posto che un principio di esecuzione avrebbe richiesto quanto meno una consegna parziale da parte della venditrice, presso l’acquirente, come pattuito, non desumibile da una mera comunicazione telegrafica della presenza delle merci presso la prima), è inammissibile, sia perchè si basa su circostanza di fatto che non risulta – nè viene precisato – anche essere stata dedotta anche in sede di meritoria infine per irrilevanza, dal momento che la comunicazione telegrafica, così come riportata nel mezzo d’impugnazione, era successiva alla manifestazione di recesso da parte della committente, e si risolveva nel preannuncio, da parte della venditrice, dell’esercizio della sua corrispettiva facoltà di esigere la pattuita corresponsione del 30% del prezzo, in caso di persistenza della richiesta di scioglimento del contratto (in altri termini, un semplice invito al ripensamento, non comportante rinunzia a tale facoltà).

Rimane infine assorbito, al l’esito del precedente mezzo d’impugnazione, il quinto motivo deducente violazione e falsa applicazione dell’art. 1385 c.c., in rel. all’art. 1382 c.c., per assunta incompatibilità tra l’azione di recesso con ritenzione della caparra confirmatoria e quello di risoluzione del contratto per inadempimento con risarcimento dei danni secondo clausola penale, tenuto conto della corretta qualificazione attribuibile all’azione nella specie proposta.

Va comunque evidenziato che i giudici di merito non hanno anche accordato all’attrice l’ulteriore diritto di incamerare la caparra confirmatoria di L. 1.000.000, ma attribuito alla stessa soltanto il convenzionale corrispettivo del diritto di recesso esercitato dalla controparte, nello stesso computando anche l’importo dell’acconto – caparra anticipatamente versato (detraendolo dalla somma di L. 14.621.000, pari al 30% del prezzo convenuto, e così condannando la convenuta al pagamento della differenza di L. 13.621.000).

Il ricorso va conclusivamente rigettato.

Considerata, infine, la natura delle questioni affrontate, che hanno comportato la necessità di emendare la, non del tutto appagante, motivazione della sentenza impugnata, nel contesto di una vicenda di merito caratterizzata dalla previsione di una clausola contrattuale, quella di cui all’art. 6 delle accettate condizioni generali di commissione, che seppur non rientrante tra quelle di cui all’art. 1341 c.c., prevedeva un corrispettivo di recesso di misura percentuale particolarmente elevataci ritiene equa ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, a totale compensazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e dichiara interamente compensate tra le parti le spese del giudizio.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 18 marzo 2010

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