Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6514 del 14/03/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 14/03/2017, (ud. 24/02/2017, dep.14/03/2017),  n. 6514

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – rel. Presidente –

Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6640/2016 proposto da:

T.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANDREA

BAFILE 5, presso lo studio dell’avvocato CARMINE LOMBARDO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MICHELE MASSELLA;

– ricorrente –

contro

BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA, in persona del Quadro Direttivo,

elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA ANTONIO MANCINI 4, presso

lo studio dell’avvocato GAIA D’ELIA, rappresentata e difesa

dall’avvocato MARCO VERDI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 949/2015 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 09/09/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 24/02/2017 dal Consigliere Dott. ROSA MARIA DI

VIRGILIO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, premesso che:

Con sentenza del 3 giugno-9 settembre 2015, la Corte d’appello di Brescia ha respinto l’appello principale proposto da T.M. e, in accoglimento dell’appello incidentale della Banca Monte dei Paschi di Siena spa, ha respinto l’opposizione del T. al Decreto Ingiuntivo n. 1066 del 2009, che ha confermato, condannando l’appellante principale alle spese dell’intero giudizio.

Per quanto ancora interessa, la Corte del merito ha respinto il primo motivo dell’appello principale (nullità per indeterminatezza o indeterminabilità della clausola del contratto di conto corrente sulla misura degli interessi, per mancare dell’indicizzazione di riferimento ovvero dell’indicazione del limite da cui conseguirebbe la crescita del tasso da 14,919% a 14,974%), rilevando che nel contratto non era stata previsto alcun criterio di indicizzazione, che le variazioni negli interessi applicate erano state favorevoli alla correntista (società Spirito Vivo srl, di cui era fideiussore il T.) e che tali variazioni erano pienamente legittime a termini di contratto.

Ha respinto il secondo motivo(usura soggettiva), rilevando la carenza di prova, e che non si poteva attribuire alcuna incidenza nel caso alla dichiarazione di fallimento della Spirito Vivo, pronunciata dopo quattro anni dall’apertura del rapporto di conto corrente.

Ha respinto il terzo motivo (nullità della commissione di massimo scoperto), ritenendo apprezzabile la relativa causa e la stessa determinata o determinabile nella pattuizione tra le parti nel rapporto in oggetto, nè necessaria l’indicazione del criterio di calcolo, discendendo dall’art. 117 t.u.b. il solo obbligo di indicare la misura della commissione.

Ha proposto ricorso il T., sulla base di quattro motivi, illustrati con memoria.

Si è difesa MPS Gestione Crediti Banca spa.

Rileva quanto segue:

Il primo motivo, col quale la parte si duole della violazione o falsa applicazione dell’art. 1346 c.c., in relazione alla clausola di determinazione degli interessi, è gravemente carente, non riportando neppure lo specifico contenuto della clausola, da ciò conseguendo che non è apprezzabile, neppure in tesi, la doglianza attorea. Nè è a riguardo sufficiente la mera indicazione, in chiusura del motivo, del contratto di c/c nella parte relativa agli interessi, non essendo in ogni caso riportato il contenuto della clausola (e del tutto insufficiente è il richiamo a pag. 14 del ricorso alla “mancata specificazione con riguardo al limite, superato il quale vi sarebbe stato l’aumento da 14.919% a 14.974%). Il secondo motivo è sostanzialmente inammissibile, risolvendosi nella critica alla conclusione della Corte d’appello quanto alla mancata prova della cd. usura soggettiva, opponendo la parte la diversa propria interpretazione, versandosi pertanto in una critica motivazionale, inammissibile trovando applicazione l’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo riformato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. nella L. 7 agosto 2012, n. 134.

Il terzo motivo, sulla violazione o falsa applicazione dell’art. 1418 c.c., comma 2 e art. 1346 c.c., in relazione alla indeterminatezza dell’oggetto della clausola di massimo scoperto, presenta profili di inammissibilità.

La Corte d’appello ha escluso che la Banca dovesse indicare le modalità di calcolo della commissione in oggetto e ha rilevato la rispondenza a legge della indicazione della misura della stessa; il ricorrente, che in ogni caso non ha neppure riportato nello specifico la clausola (e tale carenza non è superata dalla generica indicazione ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 1, esposta in chiusura del motivo), oppone genericamente al rilievo della Corte d’appello della indicazione della misura della commissione di massimo scoperto, che questa risultava in contratto dell’1,5%, mentre è stata contabilizzata negli estratti conto all’1,75% “senza alcuna indicazione del limite di valore per l’applicazione del tasso più alto”, e presuppone che il calcolo vada operato in relazione agli interessi, mentre la commissione in oggetto si calcola sul massimo dell’utilizzo del credito accordato nel periodo.

Quanto infine alla richiesta di calcolo del tasso usurario ivi ricomprendendo la commissione in oggetto, la stessa in ogni caso non tiene conto che detta valutazione è stata esplicitamente richiesta al C.T.U..

L’ultimo motivo, col quale il ricorrente si duole, sotto il profilo del vizio motivazionale, del mancato esame del motivo di doglianza relativo all’addebito delle spese della CTU, presenta profili di inammissibilità e di infondatezza; trattasi invero di doglianza ex art. 360 c.p.c., n. 4, come vizio di omessa pronuncia, che il ricorrente ha invece fatto valere come vizio di motivazione, e anche a ritenere la riqualificazione del motivo (ma secondo le Sez. U., nella pronuncia del 24/7/2013, n. 17931, la parte avrebbe dovuto indicare la nullità della pronuncia conseguente al vizio processuale), in ogni caso la Corte del merito ha dato conto della trattazione congiunta del terzo motivo dell’appello principale con l’appello incidentale, dando conto della reiezione del primo, stante la totale soccombenza della parte.

Va pertanto respinto il ricorso; le spese del giudizio, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 4100,00, di cui Euro 100,00 per esborsi; oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 24 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 14 marzo 2017

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