Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6480 del 06/03/2020

Cassazione civile sez. I, 06/03/2020, (ud. 28/01/2020, dep. 06/03/2020), n.6480

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3640/2015 proposto da:

Cave Buttò S.r.l. in Liquidazione, in persona del liquidatore pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Viale Giuseppe Mazzini

n. 33, presso lo studio dell’avvocato Di Ienno Enrico, rappresentata

e difesa dall’avvocato Ponti Luca, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

Comune di Rivignano Teor, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in Roma, Via Ancona n. 20, presso lo

studio dell’avvocato Fusco Fausto, rappresentato e difeso

dall’avvocato Dimitri Graziella, giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 337/2014 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 13/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/01/2020 dal cons. Dott. IOFRIDA GIULIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Trieste, con sentenza n. 337/2014, depositata in data 13/6/2014, – in controversia promossa dinanzi al Tribunale di Udine, Sezione distaccata di Palmanova, in riassunzione di altro giudizio, previamente instaurato, dinanzi al TAR per il Friuli Venezia Giulia, che aveva declinato la propria giurisdizione, dalla Cave Buttò srl in liquidazione, nei confronti del Comune di Rivignano Teor, al fine di sentire, previa declaratoria di invalidità ed inefficacia di clausola arbitrale, dichiarare risolto il contratto, di durata novennale, di concessione in gestione e completamento della discarica comunale di 2 categoria Tipo A di Teor, stipulato, nel 1995, a seguito procedura di licitazione privata, tra detta società ed il Comune, per inadempimento del Comune consistito nel non essersi munito, presso la Provincia di Udine, delle autorizzazioni necessarie per la gestione della discarica oggetto del contratto, nonchè il contratto di comodato gratuito, ventennale, stipulato tra G.U. (allora proprietario dei terreni, che aveva poi promesso di venderli, con preliminare del 1992, alla Cave Buttò srl) ed il Comune, nel 1992, relativo ai terreni sui quali doveva essere costruita la discarica, con condanna al risarcimento danni del convenuto Comune, il quale aveva proposto domanda riconvenzionale di risoluzione del contratto di concessione per inadempimento dell’impresa concessionaria, – ha confermato la decisione di primo grado, che aveva dichiarato risolto, per impossibilità di darne esecuzione, il contratto inter partes di concessione, a causa della mancata iscrizione dell’appaltatrice all’Albo Nazionale delle Imprese Esercenti il Servizio di Smaltimento Rifiuti, respinte le domande attrici e quella riconvenzionale del convenuto.

In particolare, i giudici d’appello, nel respingere sia il gravame principale dell’appellante società sia quello incidentale promosso dal Comune, hanno rilevato che l’art. 2 del contratto prevedeva l’obbligo per la concessionaria di iscrizione al predetto Albo, che la società aveva richiesto l’iscrizione ma la Camera di Commercio di Trieste aveva rifiutato l’iscrizione, in difetto del decreto autorizzativo all’esercizio della discarica ed al Comune non poteva addebitarsi alcuna responsabilità per non essersi attivato per ottenere comunque un’autorizzazione, in proprio o nell’interesse della società appaltatrice, a causa della “farraginosità della normativa”; quanto alla doglianza relativa all’omessa pronuncia sulla domanda di risoluzione del contratto di comodato, detto rapporto riguardava un terzo soggetto, essendo stato stipulato con il Comune dal precedente proprietario G. dei beni e non essendo chiaro il nesso funzionale con il contratto di concessione.

Avverso la suddetta pronuncia, la Cave Buttò srl in liquidazione propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, nei confronti del Comune di Rivignano Teor (che resiste con controricorso). Entrambe le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La ricorrente lamenta: 1) con il primo motivo, sia la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.L. n. 361 del 1987, conv. in L. n. 441 del 1987, nonchè del D.M. n. 324 del 1991 e del D.M. n. 406ì del 1998, sia l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, rappresentato dal fatto che il Comune, nell’agosto 1999, aveva presentato richiesta di autorizzazione, non per la gestione diretta dell’impianto ma, per consentire alla Cave Buttò, la quale non aveva titolo per richiedere l’autorizzazione provinciale, non essendo proprietaria della discarica, di poter disporre di un impianto già autorizzato, al fine di ottenere l’iscrizione all’Albo gestori, e dal fatto che non si era tenuto conto della trascuratezza del Comune, il quale non aveva coltivato l’istanza con la dovuta diligenza, facendosela bocciare perchè incompleta; 2) con il secondo motivo, sia la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 1175, 1366 e 1375 c.c., nonchè artt. 1453 e 1463 c.c., sia l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, avendo la Corte d’appello trascurato di considerare che, per effetto della normativa sopravvenuta nel corso del rapporto, in base alla quale l’impresa concessionaria per potere iscriversi all’Albo doveva dimostrare che l’autorizzazione alla gestione dell’impianto fosse stata già rilasciata, il Comune, nel rispetto del principio di buona fede nell’esecuzione del contratto, avrebbe dovuto curare il conseguimento dell’autorizzazione, informare la concessionaria dello sviluppo del relativo iter e mantenere integre tutte le ragioni della stessa concessionaria, il che non era stato fatto, essendo l’Ente rimasto inerte ed avendo anzi continuato a detenere i terreni sui quali la discarica era stata localizzata, malgrado la scadenza del comodato nell’aprile 2012, il che avrebbe giustificato una pronuncia di risoluzione del contratto per inadempimento del Comune; 3) con il terzo motivo, sia la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 186 c.p.c. e art. 1804 c.c., sia la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, per omessa pronuncia sul terzo motivo di appello, non avendo la Corte d’appello pronunciato sul motivo di gravame, con il quale si lamentava il vizio di ultrapetizione della decisione di primo grado, per avere il Tribunale dichiarato risolto il contratto per impossibilità di esecuzione e per non avere statuito sulla domanda di risoluzione del contratto di comodato, per inadempimento del Comune, per non avere fatto uso del bene per lo scopo contrattualmente stabilito ovvero per la natura del bene, sia l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5, di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, rappresentato dal doc.to n. 38, prodotto dalla società, con il quale l’amministratore unico della società aveva autorizzato il G., all’epoca proprietario dei terreni promessi in vendita alla società, a concedere i terreni in comodato al Comune per periodo di vent’anni, per “destinazione discarica rifiuti inerti”; 4) con il quarto motivo, sia la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 186 c.p.c., artt. 1453 e 1804 c.c., sia la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4, per omessa pronuncia sulla pretesa risarcitoria pure avanzata nei confronti del Comune.

2. La terza plurima censura e la quarta, di rilievo pregiudiziale, in quanto implicanti error in procedendo, sono infondate.

Quanto al vizio di ultrapetizione sulla pronuncia di risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta di esecuzione, questa Corte ha affermato, con orientamento consolidato, cui si è conformata la Corte di merito, che non sussiste violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato allorchè il giudice, qualificando giuridicamente in modo diverso rispetto alla prospettazione della parte i fatti da questa posti a fondamento della domanda, le attribuisca un bene della vita omogeneo, ma ridimensionato, rispetto a quello richiesto, cosicchè, proposte reciproche domande di risoluzione per inadempimento contrattuale, “non pronunzia “ultra petita” il giudice che dichiari risolto il contratto per impossibilità sopravvenuta di esecuzione derivante dalle scelte risolutorie di entrambe le parti ex art. 1453 c.c., comma 2, ancorchè le due contrapposte manifestazioni di volontà non configurino un mutuo consenso negoziale risolutorio” (Cass.6675/2018; Cass. 23490/2009). In definitiva, si è costantemente ritenuto che il giudice che, in presenza di reciproche domande di risoluzione fondate da ciascuna parte sugli inadempimenti dell’altra, accerti l’inesistenza di singoli specifici addebiti, non potendo pronunciare la risoluzione per colpa di taluna di esse, deve dare atto dell’impossibilità dell’esecuzione del contratto per effetto della scelta, ex art. 1453 c.c., comma 2, di entrambi i contraenti, essendo le due contrapposte manifestazioni di volontà dirette all’identico scopo dello scioglimento del rapporto negoziale, e decidere di conseguenza quanto agli effetti risolutori di cui all’art. 1458 cit. codice (Cass. 10389/2005; Cass. 6675/2018).

Quanto al vizio di omessa pronuncia della domanda di risoluzione del contratto di comodato, la Corte d’appello ha pronunciato sul motivo di appello, con il quale si censurava il rigetto, da parte del Tribunale, della domanda di risoluzione del contratto stesso, rilevando, anzitutto, che il contratto era res inter alios acta, essendo stato stipulato, all’epoca, nel 1992, dal proprietario G. (promittente venditore dello stesso alla società Cave Buttò).

Ora la ricorrente non censura specificamente, oltretutto, tale statuizione, limitandosi a lamentare, anche con deduzione di un vizio motivazionale, che la Corte territoriale avrebbe trascurato di rilevare il nesso funzionale tra il contratto di concessione ed il contratto di comodato dei terreni, quale risultante da una scrittura privata, senza data, con il quale l’amministratore unico della società aveva autorizzato il G., proprietario dei terreni promessi in vendita alla medesima società, a concedere i terreni in comodato al Comune per periodo di vent’anni, per “destinazione discarica rifiuti inerti”.

In riferimento, poi, al vizio di omessa pronuncia sulla domanda di condanna del Comune al risarcimento dei danni e sul relativo motivo di gravame, la Corte d’appello, avendo escluso qualsiasi responsabilità del Comune, ha ritenuto la stessa doglianza assorbita.

Non è configurabile il vizio di omessa pronuncia quando una domanda, pur non espressamente esaminata, debba ritenersi – anche con pronuncia implicita – rigettata perchè indissolubilmente avvinta ad altra domanda, che ne costituisce il presupposto e il necessario antecedente logico – giuridico, decisa e rigettata dal giudice (Cass. 19131/2004; Cass. 17580/2014).

3. La prima censura è inammissibile per difetto di autosufficienza, in parte, ed infondata, nel resto.

Con essa la ricorrente assume che l’iscrizione all’Albo delle imprese esercenti servizi di smaltimento dei rifiuti non avrebbe potuto essere ottenuta dalla società, in assenza della previa autorizzazione dell’impianto da gestire, che non poteva essere ottenuta dalla Cave Buttò, non essendo la stessa proprietaria della discarica, cosicchè la Corte d’appello avrebbe trascurato di considerare il comportamento negligente del Comune, il quale aveva presentato alla Provincia di Udine una domanda di autorizzazione nell’agosto 1999, incompleta, con suo conseguente rigetto e successiva condotta dello stesso inerte ed omissiva, avendo nascosto la situazione alla società.

Ora, non ricorre il vizio di omesso esame di fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., n. 5, in quanto la Corte d’appello ha espressamente esaminato il fatto rappresentato dalla richiesta, nell’agosto 1999, del Comune alla Provincia di autorizzazione alla gestione diretta dell’impianto, rilevando che si trattava di una richiesta autonoma sulla premessa dell’intenzione dell’Amministrazione di gestire direttamente la discarica.

Anche in merito alla valutazione della condotta del Comune, successiva alla decisione di rigetto da parte della Provincia della richiesta di autorizzazione in proprio, la Corte territoriale ha esaminato la doglianza mossa in appello, condividendo la decisione del Tribunale in punto di esclusione di una violazione dell’obbligo di buona fede nell’esecuzione del contratto da parte del Comune, a causa della “farriginosità della normativa” e della maggiore difficoltà per il Comune, di piccole dimensioni, di districarsi nella materia rispetto alla ditta specializzata, rilevando che, peraltro, l’iscrizione dell’impresa all’Albo Nazionale delle Imprese Esercenti il Servizio di Smaltimento Rifiuti “non era nella disponibilità del Comune e l’impresa aveva espressamente assunto l’obbligo di provvedere in tal senso”, entro un anno dall’istituzione ed operatività dell’Albo (giugno 1994), essendo stato indicato tale requisito soggettivo dell’impresa esercente il servizio sia nel bando di gara sia nel contratto di concessione, all’art. 2.

In sostanza, la Cave Buttò non era in possesso del requisito soggettivo, rappresentato dall’iscrizione all’Albo delle imprese esercenti servizi di smaltimento rifiuti, previsto per le imprese che, a qualsiasi titolo, intendono svolgere una o più attività previste dal D.P.R. 10 settembre 1982, n. 915, art. 1 dal D.L. n. 361/1987, conv. con modifiche dalla L.441/1987, il cui regolamento è stato adottato con D.M. n. 324/1991, modificato ed integrato con decreto n. 392/1993 (e successivamente abrogato, con D.M. n. 406 del 1998, art. 10 per effetto dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 22 del 1997, c.d. Decreto Ronchi), nonostante si fosse obbligata in tal senso nel contratto.

La Corte d’appello ha dato atto del fatto che la Camera di Commercio di Trieste, a fronte della tempestiva richiesta di iscrizione, per un “impianto di cui alla Cat.13 classe D, esercizio di discarica di II categoria – tipo A”, presentata dalla Cave Buttò nel novembre 1994 (con integrazione della domanda nel 1995, per quanto dedotto dalla ricorrente), aveva opposto, nel 1997, un rifiuto per incompletezza della domanda, ritenendo necessario documentazione da cui risultasse “la titolarità dell’impianto” ed ” il decreto autorizzativo all’esercizio della discarica”.

La Corte d’appello ha liquidato la questione, ritenendo che da tale situazione “assurda” non poteva assurgere comunque alcuna responsabilità del Comune.

Ora, la ricorrente, nella censura del ricorso, non chiarisce, ai fini della necessaria autosufficienza, quale fosse il contenuto della propria richiesta di iscrizione all’Albo, alla Camera di Commercio, del novembre 1994, che peraltro era stata presentata prima della stipula del contratto di concessione per la gestione della discarica con il Comune, stipulato nel marzo 1995, seppure successivamente per quanto dedotto anche dal Comune, alla aggiudicazione dell’appalto per la gestione della discarica, e quale fosse il contenuto della integrazione presentata successivamente.

Il controricorrente Comune ha, in effetti, obiettato che esistevano imprese che gestivano discariche anche per conto terzi e che avevano ottenuto, nel 1996, l’iscrizione all’Albo e che l’iscrizione quindi rappresentava un’abilitazione soggettiva alla gestione di impianti.

Inoltre, poichè si discute di un requisito soggettivo previsto dal bando di gara e dal contratto concluso nel 1995, neppure si comprende perchè la ricorrente invochi la normativa successivamente intervenuta nel 1997, primaria, e nel 1998, di attuazione.

4. Il secondo motivo è assorbito, stante la reiezione delle altre correlate doglianze (par. 2 e 3).

5. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La Corte respinge il ricorso; condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 10.000,00, a titolo di compensi, oltre 200,00 per esborsi, nonchè al rimborso forfetario spese generali nella misura del 15% ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 28 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 marzo 2020

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