Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6464 del 14/03/2017

Cassazione civile, sez. III, 14/03/2017, (ud. 15/06/2016, dep.14/03/2017),  n. 6464

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8113-2012 proposto da:

F.S., (OMISSIS), + ALTRI OMESSI

– ricorrenti –

contro

ENPAF ENTE NAZIONALE PREVIDENZA E ASSISTENZA FARMACISTI – FONDAZIONE

DIRITTO PRIVATO, in persona del Presidente e legale rappresentante

pro tempore Dott. C.E., elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA G. PISANELLI 2, presso lo studio dell’avvocato PAOLO LEOPARDI,

che lo rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del

controricorso;

MINISTERO DEL LAVORO DELLA SALUTE E DELLE POLITICHE SOCIALI,

(OMISSIS), MINISTERO ECONOMIA FINANZE 80415740580, in persona dei

rispettivi legali rappresentanti p.t., domiciliati ex lege in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da

sono rappresentati e difesi per legge;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 5030/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 02/02/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/06/2016 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito l’Avvocato RICCARDO BOLOGNESI;

udito l’Avvocato MONICA GELLI per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per l’inammissibilità della

produzione documentale successiva alla relazione del Consigliere

Relatore; rimessione alle S.U.; in subordine per l’accoglimento del

ricorso (Sent. n. 19203/14).

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

L’atto di appello proposto da Riccardo Bolognesi – ed altri 44 conduttori di immobili in proprietà dell’Ente Nazionale Previdenza Farmacisti (ENPAF) – avverso la sentenza del Tribunale Ordinario di Roma n. 7885/2008 pubblicata in data 11.4.2008 e non notificata, che dichiarava inapplicabile agli enti previdenziali privatizzati la disciplina di dismissione del patrimonio immobiliare prevista per gli enti pubblici, veniva dichiarato improcedibile dalla Corte d’appello di Roma con sentenza in data 2.2.2011 n. 5030.

La Corte territoriale rilevava che l’atto di impugnazione, tempestivamente depositato, ai sensi degli artt. 327 e 437 c.p.c., era stato notificato agli appellati in data 7.10.2009, ben oltre il termine di giorni dieci previsto dall’art. 435 c.p.c., comma 2 decorrente dalla “comunicazione”, effettuata in data 11.6.2009, al procuratore degli appellanti del decreto del Giudice – emesso l’8.6.2009 – di fissazione della udienza di discussione avanti il Collegio, e dichiarava pertanto improcedibile l’appello in applicazione dei principi enunciati dalle SS.UU. di questa Corte con la sentenza 30.7.2008 n. 20604, non essendo consentito, in caso di mancata notificazione del ricorso e pedissequo decreto di fissazione di udienza, disporre il rinnovo della notifica ai sensi dell’art. 291 c.p.c. venendo a prodursi con la scadenza del termine ordinatorio ex art. 435 c.p.c., comma 2, conseguenze analoghe al decorso del termine perentorio.

La sentenza di appello è stata impugnata con ricorso per cassazione da Riccardo Bolognesi ed altri quattrodici conduttori di immobili con un unico motivo di ricorso per violazione di norma processuale.

Hanno resistito con controricorsi l’ENPAF e le Amministrazioni dello Stato.

I ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente occorre dare atto della rinuncia al ricorso di I.D. ritualmente notificata in data 11.4.2012 ai sensi dell’art. 390 c.p.c. ad ENPAF ed alle Amministrazioni statali resistenti. Le stesse parti resistenti hanno dato riscontro alla notifica della rinuncia al ricorso da parte dell’ I. (cfr. controric. Ministero del Lavoro e Pol. Soc e Ministero dell’Economia e Finanze, pag. 2), il quale non figura infatti tra i destinatari del controricorso notificato da ENPAF e nei confronti del quale non vengono assunte conclusioni.

Va in conseguenza dichiarata la estinzione del giudizio per rinuncia al ricorso ai sensi dell’art. 391 c.p.c., comma 1, con compensazione tra le parti delle spese del giudizio di legittimità, assumendo comunque prevalenza tale pronuncia rispetto alla verifica di ammissibilità del ricorso (cfr. Corte cass. Sez. 3, Ordinanza n. 2492 del 19/02/2003; id. Sez. U, Ordinanza n. 23737 del 22/12/2004; id. Sez. U, Ordinanza n. 3129 de/ 17/02/2005; id. Sez. U, Ordinanza n. 19514 del 16/07/2008; id. Sez. U, Ordinanza n. 27538 del 20/11/2008; id. Sez. 3, Ordinanza n. 7242 del 26/03/2010; id. Sez. 1, Ordinanza n. 1083 del 25/01/2012; id. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 6418 del 30/03/2015).

La eccezione pregiudiziale, proposta da ENPAF, di inammissibilità del ricorso per cassazione per essere stato notificato oltre il termine perentorio di mesi sei dalla pubblicazione della sentenza impugnata, prescritto dall’art. 327 c.p.c. è manifestamente infondata, atteso che il giudizio risulta introdotto avanti il Tribunale Ordinario di Roma ed iscritto al RG di quell’Ufficio al n. 68989/2008 nonchè definito in primo grado con sentenza 11.4.2008 n. 7885, mentre la modifica della predetta norma disposta dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46, comma 17, che ha ridotto da un anno a sei mesi il termine cd. lungo di impugnazione delle sentenze, trova applicazione “ai giudizi instaurati dopo la entrata in vigore” della legge (e dunque ai giudizi introdotti in primo grado a far data dal 4.7.2009), come previsto dalla disposizione transitoria dell’art. 58, comma 1 medesima legge.

Con l’unico motivo i ricorrenti censurano la sentenza di appello per violazione dell’art. 435 c.p.c., deducendo che la Corte territoriale ha erroneamente applicato i principi enunciati dalle SS.UU. con la sentenza 30.7.2008 n. 20604, discostandosi immotivatamente dalla consolidata giurisprudenza della Corte di legittimità formatasi successivamente al predetto arresto, tenuto conto della peculiare fattispecie processuale decisa dalle Sezioni Unite.

Il motivo è fondato.

La massima ufficiale del CED tratta dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 20604 del 2008 enuncia il seguente principio “Nel rito del lavoro l’appello, pur tempestivamente proposto nel termine previsto dalla legge, è improcedibile ove la notificazione del ricorso depositato e del decreto di fissazione dell’udienza non sia avvenuta, non essendo consentito – alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata imposta dal principio della cosiddetta ragionevole durata del processo “ex” art. 111 Cost., comma 2, – al giudice di assegnare, “ex” art. 421 c.p.c., all’appellante un termine perentorio per provvedere ad una nuova notifica a norma dell’art. 291 c.p.c.”.

Orbene è appena il caso di rilevare che dalla lettura della motivazione della sentenza, il caso esaminato e deciso, atteneva alla ipotesi di “omessa notifica” ex art. 435 c.p.c., comma 2, del ricorso e del pedissequo decreto, comunicato alla parte, ipotesi evidentemente diversa dalla fattispecie che ricorre nel caso sottoposto al Collegio in cui tale notifica è stata eseguita sia pure oltre il termine di giorni dieci previsto dall’art. 435 c.p.c., comma 2.

La diversità di fattispecie è essenziale in quanto, come è stato rilevato dal Giudice di legittimità e quindi dalla elaborazione giurisprudenziale di legittimità successiva, la sanzione della improcedibilità della impugnazione – impeditiva dell’accesso all’esame del merito – può giustificarsi, alla stregua dei principi del “giusto processo” e della garanzia di effettività dell’esercizio del diritto di difesa, esclusivamente nel caso di manifesto disinteresse determinato da inerzia (omessa notifica) della parte ad attivare il processo (ipotesi che non ricorre evidentemente nei casi in cui il mancato esercizio sta dipeso da fatto oggettivamente non imputabile alla parte, legittimata in tal caso ad instare per la rimessione in termine), ovvero nel caso in cui l’attività svolta non possa neppure astrattamente ricondursi alla disciplina normativa della attività di notifica e risulti quindi del tutto difforme dalla fattispecie legale che regola il procedimento notificatorio (inesistenza della notifica).

In riferimento soltanto a tali specifiche ipotesi trova fondamento l’affermazione delle SS.UU. secondo cui “la novella dell’art. 111 Cost., comma 2, rende doverosa una rinnovata e maggiore attenzione alla lettera delle norme codicistiche al fine di dedurre che nè l’espressione di cui all’art. 291 c.p.c., comma 1, (“Se… il giudice istruttore rileva un vizio che importi la nullità della citazione fissa all’attore un termine perentorio per rinnovarla. La rinnovazione impedisce ogni decadenza”) e tanto meno quella dell’art. 421 c.p.c., comma 1, (“il giudice indica alle parti in ogni momento le irregolarità degli atti e dei documenti che possono essere sanate assegnando un termine per provvedervi, salvo gli eventuali diritti quesiti”) possono offrire alcuna copertura giuridica al suddetto orientamento, data l’impossibilità concettuale di rinnovare e tanto meno di rettificare l’inesistente (giuridico o di fatto). (in motivazione paragr. 10.1).

Tale elemento discretivo è colto puntualmente nella ordinanza della Corte costituzionale in data 24 febbraio 2010 n. 60 (dichiarativa della manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 435 c.p.c., comma 2 in relazione agli artt. 24 e 111 Cost.), laddove, in premessa, viene evidenziato che,…nel giudizio a quo, la controparte si era regolarmente costituita nel giudizio e che il ricorso e il decreto di fissazione dell’udienza erano stati notificati a questa nel rispetto del termine di cui all’art. 435 c.p.c., comma 3, a differenza della fattispecie di cui alla decisione delle Sezioni unite, in cui era del tutto mancata la notifica e solo all’udienza di discussione il ricorrente aveva chiesto un termine per rinnovare la notificazione, con la conseguenza che la sanzione della decadenza sarebbe derivata non già dal mancato rispetto del termine ordinatorio per la notifica, ma dalla circostanza che quest’ultima non era avvenuta;…”, e la manifesta infondatezza viene argomentata rilevando “che il giudice rimettente sospetta l’illegittimità costituzionale della norma denunciata, partendo dall’affermazione contenuta nella sentenza delle Sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza n. 20604 del 2008), secondo cui l’inosservanza del termine di cui all’art. 435 c.p.c., comma 2, determina l’improcedibilità dell’appello, senza tenere presente che nella fattispecie esaminata dalle S. U. tale improcedibilità era stata affermata non già per la sola violazione dell’art. 435, comma 2, ma per la inosservanza dell’art. 435, comma 3, per non essere mai intervenuta la notifica ivi prevista. nelle fattispecie in esame, invece, malgrado l’inosservanza del termine di cui all’art. 435, comma 2, la notifica del ricorso e del decreto era intervenuta nel rispetto del termine di cui al successivo terzo comma, con la conseguente astratta possibilità dello svolgimento dell’udienza di discussione e della realizzazione del diritto di difesa dell’appellato;

Qualsiasi ulteriore dubbio in proposito, rimane definitivamente superato dalla pronuncia resa dal Giudice delle Leggi con sentenza 15 novembre 2012 n. 253 (dichiarativa della manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 435 c.p.c., comma 2, sollevata, in riferimento all’art. 111 Cost., comma 2) che ha chiaramente definito “errata” la interpretazione dell’art. 435 c.p.c., comma 2, laddove si intenda riconoscere il “carattere perentorio del termine, ivi previsto, per la notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza”, rilevando altresì come la norma “lungi dal violare la parità delle parti, è finalizzata, invece, a realizzarla sul piano del reciproco diritto di azione e di difesa. Con il risultato di tutelare, all’un tempo, l’interesse dell’appellante – impedendo che la sola violazione del termine ordinatorio in questione determini l’improcedibilità del gravame – e quello dell’appellato, cui resta comunque garantito un termine a comparire sufficiente ad apprestare le proprie difese”.

La giurisprudenza di legittimità, formatasi successivamente alle pronunce della Corte costituzionale, è assolutamente uniforme nella individuazione del presupposto della dichiarazione di improcedibilità dell’appello, nel rito del lavoro, esclusivamente nella “omessa” od “inesistente” notifica del ricorso e del pedissequo decreto, ritenendo invece inapplicabile tale sanzione nel caso in cui la notifica sia stata eseguita, in quanto il termine di dieci giorni – entro il quale l’appellante, ai sensi dell’art. 435 c.p.c., comma 2, deve notificare all’appellato il ricorso, tempestivamente depositato in cancelleria nel termine previsto per l’impugnazione, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza di discussione – non ha carattere perentorio, e la sua inosservanza – non sanzionata ex lege – non produce, quindi, alcuna conseguenza pregiudizievole per la parte, perchè non incide su alcun interesse di ordine pubblico processuale o su di un interesse dell’appellato, sempre che risulti rispettato il termine che, ai sensi dell’art. 435 c.p.c., commi 3 e 4, deve intercorrere tra il giorno della notifica e quello dell’udienza di discussione, trattandosi di termine direttamente incidente sulle garanzie di difesa dell’appellato (cfr. Corte cass. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 21358 del 15/10/2010; id. Sez. L, Sentenza n. 26489 del 30/12/2010; id. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 8411 del 12/04/2011; id. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 15590 del 14/07/2011; id. Sez. L, Sentenza n. 8685 del 31/05/2012 – relativamente ad istanza di anticipazione di udienza formulata dopo la comunicazione del decreto -; id. Sez. L, Sentenza n. 19818 del 28/08/2013; id. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 23426 del 16/10/2013; id. Sez. L, Sentenza n. 8007 del 04/04/2014; id. Sez. L, Sentenza n. 3959 del 29/02/2016).

Nel confermare il principio di diritto sopra richiamato, questo Collegio può solo aggiungere che l’argomento della equiparazione degli effetti prodotti dal decorso del termine ordinatorio non prorogato agli effetti prodotti dal decorso del termine perentorio, non comporta affatto, in difetto di previsione normativa espressa, una condizione impediente l’accesso al giudizio sul merito, tenuto conto che:

a) in difetto di comminatoria di decadenza, la notifica del ricorso e del decreto, ove rispettosa del termine minimo di comparizione, è certamente idonea a raggiungere lo scopo della instaurazione del contraddittorio e consente quindi al Giudice di statuire sulla domanda (art. 101 c.p.c., comma 1);

b) la equivalenza di effetti tra i termini ordinatori scaduti ed i termini perentori, va individuata nel regime di immodificabilità dei secondi (“non possono essere abbreviati o prorogati, nemmeno sull’accordo delle parti”: art. 153 c.p.c., comma 1) che si estende ai primi una volta scaduti (per cui non possono essere più abbreviati o prorogati: art. 154 c.p.c.), ma non anche nella sanzione della decadenza che la norma ricollega esclusivamente alla “originaria” natura perentoria del termine, dichiarata espressamente dalla legge (art. 152 c.p.c., comma 2; art. 154 c.p.c., dove l’antitesi è posta tra termine, per sua natura, modificabile e termine “stabilito a pena di decadenza”, che rimanda alla contrapposizione tra termine ordinatorio e perentorio), occorrendo pertanto verificare, di volta in volta, se e quali conseguenze l’ordinamento processuale colleghi alla scadenza del termine originariamente ordinatorio (nullità dell’atto; preclusione al rinnovo dell’atto; improcedibilità o improseguibilità) ovvero, in assenza di alcuna indicazione, se sia possibile desumere tali conseguenze dal sottosistema delle fasi e dei gradi del processo nel quale si colloca l’atto.

Tanto premesso la Corte d’appello di Roma, dichiarando improcedibile il ricorso in appello notificato successivamente al decorso del termine di giorni dieci previsto dall’art. 435 c.p.c., comma 2, ma nell’osservanza del termine minimo di comparizione previsto dall’art. 435 c.p.c., comma 3, non si è attenuta agli indicati principi enunciati da questa Corte in materia, e deve pertanto essere cassata con rinvio della causa ad altra sezione della Corte d’appello di Roma, per nuovo esame.

PQM

– dichiara estinto per rinuncia al ricorso il giudizio tra I.D., da un lato, e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Ministero dell’Economia e delle Finanze ed ENPAF, dall’altro, con integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di legittimità;

– accoglie il ricorso; rinvia alla Corte di appello di Roma in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma,il 15 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 marzo 2017

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