Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6448 del 09/03/2021

Cassazione civile sez. II, 09/03/2021, (ud. 12/11/2020, dep. 09/03/2021), n.6448

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. BELLINI Ubalda – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24341-2019 proposto da:

O.S., rappresentato e difeso dall’avvocato MARIO NOVELLI,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso il provvedimento n. cronol. 8447/2019 del TRIBUNALE di

ANCONA, depositato il 25/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/11/2020 dal Consigliere GORJAN SERGIO.

 

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

O.S. – cittadino del Ghana – ebbe a proporre avanti il Tribunale di Ancona ricorso avverso la decisione della locale Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale, che aveva rigettato la sua istanza di ottenimento della protezione in relazione a tutti gli istituti previsti.

Il richiedente asilo ebbe a rappresentare d’aver abbandonato il suo Paese poichè aveva rifiutato, alla morte del nonno, di ricoprire l’incarico di capo del culto tradizionale del villaggio, sicchè fu minacciato dagli adepti e dal resto della parentela, sicchè su consiglio della madre preferì espatriare.

Il Tribunale anconetano ebbe a rigettare la domanda del richiedente asilo in relazione a tutti gli istituti previsti dalla normativa in tema di protezione internazionale ponendo in rilievo la non credibilità del narrato reso; rilevando come la situazione socio-politica del Ghana non era connotata da violenza diffusa e nemmeno ricorrenti le condizioni per riconoscere la protezione umanitaria. L’ O. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Tribunale marchigiano articolato su quattro motivi.

Il Ministero degli Interni, ritualmente vocato, è rimasto intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso proposto dall’ O. risulta inammissibile a sensi dell’art. 360 bis c.p.c. – siccome la norma è stata ricostruita ex Cass. SU n. 7155/17.

Con il primo mezzo d’impugnazione il ricorrente deduce violazione del disposto D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, poichè il Collegio dorico non ha esaminato la sua domanda secondo i criteri dettati dalla norma, indicata siccome violata, al fine di apprezzare la sua specifica condizione personale, anche alla luce della situazione socio-politica del suo Paese e della Libia, Paese nel quale non potrebbe più recarsi stante la situazione di guerra civile in atto, senza attivare la facoltà istruttoria officiosa al fine di acquisire informazioni utili all’esame della sua specifica condizione personale.

La censura svolta appare generica posto che non si correla con la motivazione esposta dal Collegio dorico ad esito dell’esame partito della specifica situazione personale del richiedente asilo.

Difatti il Tribunale ha ritenuto non credibile il racconto reso circa le ragioni dell’espatrio – minacce da parte degli adepti del culto tradizionale a seguito del suo rifiuto di diventare il capo culto in successione al nonno – e, sulla scorta di ciò, ha escluso che il ricorrente era un perseguitato ovvero fosse esposto, in caso di rimpatrio, a pericolo specifico.

Quindi in difetto di credibilità, nemmeno concorre l’onere del Giudice di attivare la sua facoltà istruttoria per chiarire le circostanze ambigue del narrato reso dal richiedente asilo – Cass. sez. 1 n. 10284/20.

Circa il cenno alla mancata considerazione della sua permanenza in Libia, in questo motivo di censura, è rimasto allo stadio di mera allegazione.

Con la seconda doglianza il ricorrente lamenta violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, per l’inadeguata valutazione e della situazione interna del Ghana ed il pericolo rappresentato anche dalla persecuzione posta in esser da privati in presenza dell’incapacità di protezione da parte delle Pubbliche Autorità, come lumeggiato nella specie dalle informazioni desumibili da rapporti redatti da Amnesty International circa la condotta della Polizia e lo stato dell’Amministrazione della giustizia in Ghana.

Inoltre il ricorrente rileva come il Tribunale abbia malamente valutato la circostanza della sua permanenza in Libia, dove aveva trovato lavoro, sicchè doveva esser anche valutato il pericolo rappresentato dal suo rimpatrio verso detto Paese in preda a guerra civile, ragione per al quale era fuggito verso l’Italia, siccome ritenuto dal Tribunale di Lecce in caso analogo.

La censura appare inammissibile non solo perchè apodittica, ma anche per carenza di autosufficienza.

Difatti il ricorrente si limita a ricordare come anche la persecuzione posta in esser da privati può assumere rilievo ai fini dell’applicazione degli istituti di protezione internazionale ed all’uopo cita informazioni circa la corruzione e violenta condotta delle Forze di Polizia in Ghana, ma trascura di considerare l’irrilevanza di un tanto una volta che, motivatamente, il suo narrato è stato ritenuto non cedibile.

Inoltre il Collegio anconetano ha puntualmente esaminato l’attuale situazione socio-politica esistente in Ghana sulla scorta di rapporti, redatti da Organismi internazionali all’uopo preposti e disponibili nel 2018, mettendo in risalto l’esistenza di alcune criticità, specie afferenti alla corruzione dei Pubblici ufficiali, ma ha motivatamente escluso la concorrenza di situazione connotata da violenza diffusa secondo l’accezione data a tale concetto dalla Corte Europea.

Quanto al soggiorno in Libia, il ricorrente contesta siccome inadeguata la statuizione sul punto precisata dal Collegio dorico, ma non precisa come e quando le sue condizioni di vita in Libia e le ragioni del suo radicamento sociale in tale Paese furono sottoposto all’esame del Tribunale.

Inoltre il Collegio dorico ha puntualmente esaminata la questione e rilevato come il ricorrente non abbia allegato alcuna ragione perchè sia rimpatriato verso la Libia anzichè verso il suo Paese natale, nè abbia allegato l’esistenza di postumi afferenti le violenze eventualmente subite in Libia.

Dunque la censura articolata su detta questione appare scollegata rispetto alla motivazione al riguardo resa dal Collegio dorico.

Con il terzo mezzo d’impugnazione il ricorrente lamenta violazione della norma D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 8, comma 3, in quanto il Collegio dorico non ha valutato la situazione socio-politica del Ghana e del Paese di transito sulla base di appropriata attività istruttoria ed aggiornata documentazione.

La censura appare apodittica poichè basata su mera affermazione della parte senza anche lo sviluppo di un confronto critico con la motivazione al riguardo pur illustrata dal Tribunale, indicando rapporti utili pretermessi – Cass. sez. 1 n. 26728/19 -, pur a fronte delle specifiche indicazioni rese dal Tribunale circa le fonti internazionali compulsate al riguardo, come già indicato in relazione all’esame del primo e secondo motivo d’impugnazione.

Con la quarta ragione di doglianza il ricorrente deduce violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e D.P.R. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, poichè il Tribunale ha negato la chiesta protezione umanitaria senza un’effettiva valutazione della sua specifica situazione personale ed economica e delle sue condizioni di vulnerabilità, che ben possono essere le medesime poste alla base delle domande afferenti gli altri istituti di protezione negati.

Anche detta censura appare generica poichè fondata su asserzioni apodittiche prive di un effettivo confronto con la partita motivazione esposta dal Collegio dorico sul punto.

Difatti il primo Giudice ha puntualmente esaminato, ai fini della protezione umanitaria, le condizioni di vulnerabilità proposte dal ricorrente e rilevato come le condizioni socio-politiche ed economiche del Ghana non incidevano, in maniera significativa, sui diritti fondamentali del ricorrente e come nemmeno concorrevano condizioni specifiche di fragilità, operando anche la prescritta comparazione delle sue condizioni di vita in Italia ed in Patria.

A fronte di detta puntuale motivazione, il ricorrente si limita a censura astratta di mera contestazione delle statuizioni adottate dal Tribunale, fondata sul richiamo alle vicende richiamate nel suo narrato – motivatamente ritenuto non credibile – senza una compiuta e specifica argomentazione critica.

Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso non segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di questo giudizio di legittimità in favore dell’Amministrazione rimasta intimata.

Concorrono in capo al ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza di camera di consiglio, il 12 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 marzo 2021

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