Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6431 del 13/03/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 13/03/2017, (ud. 30/11/2016, dep.13/03/2017),  n. 6431

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – rel. Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1180-2016 proposto da:

B.M., + ALTRI OMESSI

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 877/2015 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

emesso il 04/05/2015 e depositato il 25/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FELICE MANNA.

Fatto

IN FATTO

Con decreto del 25.5.2015 reso ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 5 ter la Corte d’appello di Perugia rigettava l’opposizione proposta dagli odierni ricorrenti contro il decreto monocratico della stessa Corte, che aveva respinto la loro domanda di equa riparazione. Osservava la Corte territoriale che il giudizio amministrativo presupposto, che i ricorrenti avevano instaurato innanzi al TAR Lazio il 23.9.1996 e che si era chiuso con decreto di perenzione del 4.10.2013, nonostante la sua durata irragionevole non aveva cagionato in loro alcun effettivo paterna d’animo. L’azione proposta faceva parte di un gruppo di altre azioni collettive esercitate da sottoufficiali dell’Esercito, dirette ad ottenere una declaratoria d’illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 198 del 1995, esclusa, questa, già da varie pronunce emesse dalla Corte costituzionale tra il 1991 ed il 1998. Di conseguenza, entro lo spirare del termine di durata ragionevole, la possibilità di un esito favorevole dell’azione intrapresa era da ritenersi nulla. Inoltre, nella fattispecie dovevano anche ravvisarsi gli estremi di una lite temeraria, avendo i ricorrenti agito innanzi al giudice amministrativo senza il previo riscontro della fondatezza della loro pretesa.

I predetti ricorrenti chiedono la cassazione di tale decreto, sulla base di cinque motivi.

Resiste con controricorso il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il Collegio ha disposto che la motivazione della sentenza sia redatta in forma semplificata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Il primo motivo denuncia la violazione dell’art. 132 (rectius, semmai, 112) c.p.c. sotto il profilo del vizio di extrapetizione del decreto impugnato, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4 perchè, si sostiene, la Corte d’appello avrebbe attinto, nel richiamare le sentenze della Corte costituzionale, alla propria scienza privata, non essendo stata la questione sollevata dal Ministero. Inoltre, dei tre motivi di ricorso davanti al giudice amministrativo solo uno era relativo alla questione di legittimità costituzionale.

Il secondo motivo denuncia la violazione dell’art. 101 c.p.c., comma 2 e art. 111 Cost., comma 2 e art. 24 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 perchè detta questione sarebbe stata rilevata d’ufficio senza provocare il contraddittorio su di essa.

Il terzo mezzo lamenta la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2 e art. 118 disp. att. c.p.c., sotto il profilo della coerenza motivazionale del decreto impugnato, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 poichè detto provvedimento non chiarisce davanti a quale TAR si è svolto il processo presupposto, quale numero di R.G. avesse la causa e qual era la questione risolta in senso sfavorevole ai ricorrenti dalle citate sentenze della Corte costituzionale.

Il quarto motivo contesta la violazione degli artt. 6, par. 1, CEDU, L. n. 89 del 2001, artt. 2 e 2-bis in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 per il rilievo che la Corte di merito ha attribuito alla perenzione del giudizio amministrativo; e torna a ribadire che dei tre motivi di ricorso uno solo era relativo alla questione di legittimità costituzionale.

Il quinto motivo, infine, allega ancora la violazione degli artt. 6, par. 1, CEDU e L. n. 89 del 2001, art. 2 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 per il rilievo che il decreto impugnato ha attribuito al carattere collettivo del ricorso e al connesso affievolimento emotivo.

2. – Il primo ed il quarto motivo, da esaminare insieme perchè tra loro collegati, sono in parte inammissibili e in parte manifestamente infondati.

Inammissibili per la loro genericità in quanto non chiariscono nè quali sarebbero stati i motivi, svolti nel giudizio amministrativo presupposto, estranei alla questione di legittimità costituzionale delle norme del D.Lgs. n. 198 del 1995; nè in quale atto processuale la parte ricorrente avrebbe illustrato l’oggetto specifico del giudizio amministrativo. Ciò rende vana la censura mossa al decreto impugnato il quale, appunto, ha basato il rigetto della domanda di equa riparazione essenzialmente sulla sicura prognosi d’inaccoglibilità della pretesa azionata nel processo presupposto.

Infondati, in quanto il vizio di ultra o extra petizione ricorre quando il giudice di merito, alterando gli elementi obiettivi dell’azione (petitum o causa petendi), emetta un provvedimento diverso da quello richiesto (petitum immediato), oppure attribuisca o neghi un bene della vita diverso da quello conteso (petitum mediato), così pronunciando oltre i limiti delle pretese o delle eccezioni fatte valere dai contraddittori (cfr. fra le tantissime e da ultimo, Cass. n. 18868/15). Altra situazione è quella che si verifica allorchè – come nella fattispecie – il giudice ritiene inesistenti gli elementi costitutivi della domanda per ragioni ulteriori o più specifiche rispetto alle difese della parte convenuta (salvo il caso – affatto diverso perchè collegato al governo dell’art. 115 c.p.c. – in cui egli pretenda erroneamente la prova di un fatto costitutivo pacifico).

Non senza precisare, infine, che una cosa è l’ultra o l’extra petizione, che esprimono l’eccedenza della decisum rispetto alla domanda, altra è la scienza del giudice, che attiene al giudizio che questi compie sul materiale probatorio e che è qualificabile come “privata” solo se di carattere non universale. E poichè conoscere i precedenti della Corte costituzionale è alla portata di chiunque, e connetterne la rilevanza ai fini della decisione è compito precipuo del giudice a prescindere dalle difese svolte dalle parti, ogni doglianza al riguardo non ha pregio.

3. – Il secondo motivo è infondato.

In tema di contraddittorio, la sentenza che decida su di una questione di puro diritto, rilevata d’ufficio, senza procedere alla sua segnalazione alle parti onde consentire su di essa l’apertura della discussione, non è nulla, in quanto da tale omissione potrebbe tutt’al più derivare un vizio di error in iudicando, la cui denuncia in sede di legittimità consente la cassazione della sentenza solo se tale errore si sia in concreto consumato (Cass. n. 8936/13).

Nella specie, l’inconfigurabilità del paterna d’animo pendente una causa a sicura prognosi infausta attiene all’interpretazione della L. n. 89 del 2001 e, per di più, non determina alcuno sviluppo nuovo rispetto all’unico tema di causa, che consiste, appunto, nell’esistenza o meno del danno non patrimoniale da irragionevole durata del processo.

4. – Neppure il terzo motivo ha fondamento alcuno, perchè riferisce al giudice un onere di allegazione fattuale (nella specie, i dati e gli elementi identificativi del giudizio presupposto) che è proprio della parte attrice.

5. – La reiezione dei suddetti motivi determina l’assorbimento c.d. improprio (sulla cui nozione v. Cass. n. 7663/12) della quinta censura, che involge l’ulteriore ratio decidendi basata sull’inerzia delle parti ricorrenti nel sollecitare la decisione di merito da parte del TAR.

Infatti, qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una delle rationes decidendi rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa (Cass. n. 2108/12).

Nella specie, insuperata per le considerazioni anzi dette la ratio decidendi del decreto impugnato fondata sulla temerarietà della domanda proposta innanzi al giudice amministrativo, è ininfluente il vaglio di legittimità sulla seconda ratio, basata sul fatto che l’esito del giudizio presupposto (conclusosi con decreto di perenzione) dimostri il disinteresse dei ricorrenti alla sua pronta definizione. L’illegittimità di quest’ultima ratio, non varrebbe a escludere l’altra, da sola idonea a fondare la decisione impugnata.

6. – In conclusione il ricorso va respinto.

7. – Seguono le spese, liquidate come in dispositivo, a carico solidale dei ricorrenti.

8. – Rilevato che dagli atti il processo risulta esente, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido fra loro alle spese, che liquida in Euro 1.000,00, oltre spese prenotate e prenotande a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione sesta civile – 2 della Corte Suprema di Cassazione, il 30 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 marzo 2017

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