Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6399 del 06/03/2020

Cassazione civile sez. VI, 06/03/2020, (ud. 30/01/2020, dep. 06/03/2020), n.6399

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco Mario – rel. Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20960-2018 proposto da:

P.A.C., elettivamente domiciliata in RONZA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli

avvocati MARA MANFREDI, FERDINANDO EMILIO ABBATE;

– ricorrente –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 23768/2017 del TRIBUNALE di ROMA, depositata

il 20/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 30/01/2020 dal Consigliere Relatore Dott. CIRILLO

FRANCESCO MARIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. P.A.C. convenne in giudizio, davanti al Giudice di pace di Civita Castellana, la Presidenza del Consiglio dei ministri, chiedendo che fosse condannata al risarcimento dei danni corrispondenti alla spesa sostenuta da una famiglia italiana per l’acquisto di acqua minerale, ovvero per ricorrere a metodi casalinghi di depurazione dell’acqua.

A sostegno della domanda espose di essere residente nel Comune di Corchiano (VT) e titolare di un’utenza di acqua potabile, e che nel territorio di quel Comune erano stati riscontrati livelli di arsenico nell’acqua potabile superiori alla soglia di 10 microgrammi per litro individuata dalla direttiva 98/83/CE del Consiglio dell’Unione Europea.

Si costituì in giudizio la Presidenza del Consiglio dei ministri, proponendo varie eccezioni preliminari e chiedendo nel merito il rigetto della domanda.

Il Giudice di pace accolse la domanda e condannò la parte convenuta al risarcimento dei danni liquidati in via equitativa nella misura di Euro 250, nonchè al pagamento delle spese processuali.

2. Avverso tale sentenza ha proposto appello la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il Tribunale di Roma, con sentenza del 20 dicembre 2017, ha accolto il gravame e, in riforma dell’impugnata pronuncia, ha rigettato la domanda proposta dalla P., compensando le spese di entrambi i gradi del giudizio.

Ha osservato il Tribunale, ai fini che interessano in questa sede, che l’Avvocatura dello Stato aveva documentato in modo adeguato l’errore nel quale era stata indotta da un problema determinato dalla cancelleria del Giudice di pace, per cui la parte appellante poteva essere rimessa in termini, ai sensi dell’art. 153 c.p.c., comma 2, ai fini della proposizione dell’appello; nel merito, ha rilevato che l’impugnazione era fondata.

3. Contro la sentenza del Tribunale di Roma ricorre P.A.C. con atto affidato ad un solo motivo.

Resiste la Presidenza del Consiglio dei ministri con controricorso.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375,376 e 380-bis c.p.c., e non sono state depositate memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso si lamenta nullità della sentenza o del procedimento per decadenza dall’impugnazione in conseguenza della tardività dell’appello, ai sensi degli artt. 327 e 153 c.p.c..

Osserva la ricorrente che il Tribunale avrebbe dovuto limitarsi a dichiarare la tardività dell’appello. Poichè, infatti, la sentenza di primo grado era stata depositata il 24 settembre 2015 e l’atto di citazione in appello era stato consegnato all’ufficiale giudiziario il 25 marzo 2016, che era un venerdì, era ormai decorso il teiinine di sei mesi fissato dall’art. 327 c.p.c.. L’appellante, infatti, non poteva invocare a propria scusante l’errore contenuto nel biglietto di cancelleria, perchè, pur contenendo il medesimo l’indicazione della data di deposito in quella del 3 novembre 2015, nessun errore poteva sussistere, posto che alla comunicazione era allegato il dispositivo della sentenza del Giudice di pace con l’indicazione della data di deposito in calce, per cui era evidente che la data effettiva di pubblicazione era quella del 24 settembre 2015.

1.1. Il motivo è fondato.

Risulta dagli atti di causa, ai quali questa Corte ha accesso in considerazione della natura della censura proposta, che la sentenza di primo grado fu pubblicata in data 24 settembre 2015 e che l’atto di appello dell’Avvocatura dello Stato fu spedito per la notifica il 25 marzo 2016; ne consegue che, applicandosi nel caso in esame il termine lungo di sei mesi di cui all’art. 327 c.p.c. nel testo vigente, l’appello è stato proposto tardivamente, posto che il 25 marzo 2016 era un venerdì.

Ciò premesso in punto di fatto, rileva il Collegio che la decisione del Tribunale non è condivisibile.

E’ evidente, infatti, che l’errore della cancelleria nell’indicazione della data di deposito non può valere come scusante nel momento in cui dal dispositivo allegato risulti la data effettiva.

Risulta comunque dagli atti che l’Avvocatura dello Stato chiese ed ottenne una copia autentica della sentenza emessa dal Giudice di pace in data 10 marzo 2016, il che dimostra che al più tardi in quel momento il richiedente divenne edotto dell’effettiva data di deposito; e a quel punto l’Avvocatura dello Stato era pienamente in tempo per notificare tempestivamente l’atto di appello. Ne consegue che, non sussistendo le condizioni individuate da questa Corte per la configurabilità dell’errore scusabile (v., tra le altre, l’ordinanza 6 luglio 2018, n. 17729, sul concetto dell’estraneità dell’errore rispetto alla volontà della parte), la richiesta di rimessione in termini non poteva essere accolta.

2. Il ricorso, pertanto, è accolto e la sentenza impugnata è cassata.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, dichiarandosi l’inammissibilità dell’appello per tardività.

La particolarità della sequenza degli atti processuali costituisce una ragione eccezionale che consente di compensare integralmente le spese dei due giudizi di merito.

Quanto al giudizio di cassazione, la Corte rileva che il presente ricorso si iscrive in un gruppo di cause identiche che si sono concluse, anche in questa sede, in senso sfavorevole agli attori, ossia con il rigetto della loro domanda risarcitoria; per cui, essendo la decisione di appello, qui cassata, corretta in diritto, tranne che per l’aspetto procedurale, la Corte ritiene di dover compensare anche le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, dichiara l’inammissibilità dell’appello. Compensa integralmente le spese dei tre gradi di giudizio.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3, il 30 gennaio 2020.

Depositato in cancelleria il 6 marzo 2020

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