Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6389 del 06/03/2020

Cassazione civile sez. VI, 06/03/2020, (ud. 19/12/2019, dep. 06/03/2020), n.6389

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28406-2018 proposto da:

SASSI SRL, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE PARIOLI 87, presso lo

studio dell’avvocato ALDO SEMINAROTI, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato GIAN GIACOMO FLAMIGNI;

– ricorrente –

IMMOBILIARE LI.F. SRL;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1721/2018 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 21/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 19/12/2019 dal Consigliere Relatore Dott. MARILENA

GORGONI.

Fatto

RILEVATO

che:

Sassi S.r.l. ricorre per la cassazione della sentenza n. 1721/2018 della Corte d’Appello di Bologna, pubblicata il 21 giugno 2018 e notificata il 29 giugno 2018, formulando un solo motivo.

Nessuna attività difensiva è svolta dalla resistente.

La società ricorrente otteneva dal Tribunale di Forlì il decreto n. 865/09 con cui ingiungeva alla Immobiliare LI.F S.r.l. il pagamento di Euro 10.903,36 per forniture di materiale regolarmente fatturate.

L’ingiunta oppostasi al decreto ingiuntivo, asserendo di non avere mai commissionato l’acquisto della merce di cui alle fatture, vedeva accolta la propria domanda dal Tribunale di Forlì che, con sentenza n. 3586/2009, revocava il decreto ingiuntivo e condannava l’ingiungente al pagamento delle spese di lite.

La sentenza veniva impugnata dalla società odierna ricorrente dinanzi alla Corte d’Appello di Bologna che, con la sentenza qui impugnata, respingeva il gravame e condannava l’appellante al pagamento delle spese di lite. In particolare, il giudice adito riteneva che non esistesse prova documentale dell’avvenuta conclusione del contratto di compravendita di beni mobili tra le parti nè della consegna della merce indicata nelle fatture.

Avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata ritualmente notificata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

La società ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico motivo di ricorso la società Sassi S.r.L. rileva la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

L’errore attribuito alla Corte d’Appello consisterebbe nell’aver ritenuto non provato il perfezionamento del negozio di compravendita, malgrado le fatture ed i documenti di trasporto prodotti e nonostante le deposizioni testimoniali, da cui sarebbe emerso che la merce era stata commissionata dalla Immobiliare LI.F., che le era stata consegnata e persino che era stata utilizzata per l’esecuzione dei lavori in via (OMISSIS), presso la Immobiliare LI.F..

Quanto ai documenti di trasporto, essi, contenendo tutti i dati che la legge prevedeva come obbligatori ed avendo data anteriore a quella delle fatture emesse dopo la consegna della merce in essi indicata, avrebbero dovuto essere considerati idonei a provare la consegna della merce.

La deposizione di M.M. avrebbe dovuto essere considerata idonea a provare l’acquisto del materiale edile da parte della Immobiliare LI.F. e le dichiarazioni del teste Q.R., che aveva riferito di avere personalmente eseguito la posa in opera del pavimento e delle scale nel cantiere di via (OMISSIS), avrebbero dovuto dimostrare la circostanza che il materiale impiegato era quello fornito dalla odierna ricorrente.

2. Il motivo è inammissibile.

Costituisce ius receptum che non può chiedersi a questa Corte, perchè è incompatibile con i caratteri morfologici e funzionali del giudizio per cassazione e perchè lo trasformerebbe in un inammissibile giudizio di terzo grado, un riesame delle emergenze istruttorie, al fine di ottenerne un esito diverso e per sè favorevole.

La sentenza impugnata risulta immune dai vizi che le sono stati attribuiti.

Per quanto riguarda la distribuzione dell’onere della prova non risulta dedotto che il giudice di merito abbia applicato la regola di giudizio fondata sull’onere della prova in modo erroneo, cioè attribuendo l’onus probandi a una parte diversa da quella che ne era onerata secondo le regole di scomposizione della fattispecie basate sulla differenza fra fatti costitutivi ed eccezioni (Cass., Sez. Un., 05/08/2016, n. 16598).

Non è tuttavia questo il caso, ove il motivo deducente la violazione del paradigma dell’art. 2697 c.c., risulta argomentato – e ribadito con la memoria depositata in vista dell’odierna camera di consiglio, richiamando giurisprudenza di questa Corte non pertinente, perchè relativa all’efficacia delle fatture accettate dalla controparte – solo con la postulazione (erronea) che la valutazione delle risultanze probatorie abbia condotto ad un esito non corretto. In tale evenienza, è consolidato l’orientamento di questa Corte che ritiene inammissibile il motivo in iure, sia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, (se si considera l’art. 2697 c.c., norma processuale), sia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, (se si considera l’art. 2697 c.c., norma sostanziale, sulla base della vecchia idea dell’essere le norme sulle prove norma sostanziali) e, nel regime dell’art. 360, n. 5, oggi vigente, si risolve in un surrettizio tentativo di postulare il controllo della valutazione delle prove oggi vietato ai sensi di quella norma (giusta Cass., Sez. Un., 07/04/2014, n. 8053 e Cass. Sez. Un., 11/04/2014 n. 8054).

Va incontro alla stessa sorte il vizio di violazione dell’art. 115 c.p.c., il quale per essere accolto richiede che venga denunciato che il giudice non ha posto a fondamento della decisione le prove dedotte dalle parti, cioè che abbia giudicato in contraddizione con la prescrizione della norma, il che significa che, per realizzare la violazione deve avere giudicato o contraddicendo espressamente la regola di cui alla norma, cioè dichiarando di non doverla osservare, o contraddicendola implicitamente, cioè giudicando sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte invece di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (fermo restando il dovere di considerare i fatti non contestati e la possibilità di ricorrere al notorio, previsti dallo stesso art. 115 c.p.c.), mentre detta violazione non si può ravvisare nella mera circostanza che il giudice abbia valutato le prove proposte dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dal paradigma dell’art. 116 c.p.c., che non a caso è rubricato alla “valutazione delle prove” (Cass. 10/06/2016, n. 11892).

La violazione del paradigma dell’art. 116 c.p.c., il quale prescrive come regola di valutazione delle prove quella secondo cui il giudice deve valutarle secondo prudente apprezzamento, a meno che la legge non disponga altrimenti, è concepibile solo: a) se il giudice di merito valuta una determinata prova ed in genere una risultanza probatoria, per la quale l’ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore ovvero il valore che il legislatore attribuisce ad una diversa risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale); b) se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola, così falsamente applicando e, quindi, violando la norma in discorso (oltre che quelle che presiedono alla valutazione secondo diverso criterio della prova di cui trattasi) (per tutte cfr. Cass. 10/06/2016, n. 11892).

In aggiunta, nessuna specifica censura è rivolta alla statuizione con cui la Corte d’Appello ha ritenuto che le sottoscrizioni delle bolle di consegna erano state dall’intimata dette ad essa riferibili.

3. In definitiva, il ricorso deve dichiararsi inammissibile.

4. Nulla deve essere liquidato per le spese del presente giudizio, non avendo la resistente svolto alcuna attività difensiva.

5. Si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla liquida per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Depositato in Cancelleria il 6 marzo 2020

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