Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6356 del 08/03/2021

Cassazione civile sez. I, 08/03/2021, (ud. 05/02/2021, dep. 08/03/2021), n.6356

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 2258-2018 r.g. proposto da:

K.N., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, giusta

procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato Martino

Benzoni, presso il cui studio è elettivamente domiciliato in Udine

via Giusto Muratti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro;

– resistente –

avverso il decreto del Tribunale di Trieste, depositato in data

7.11.2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

5/2/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Con il decreto impugnato il Tribunale di Trieste ha respinto la domanda di protezione internazionale ed umanitaria avanzata da K.N., cittadino del (OMISSIS), dopo il diniego di tutela da parte della locale commissione territoriale, confermando, pertanto, il provvedimento reso in sede amministrativa.

Il tribunale ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale del richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultimo; egli ha infatti narrato: i) di essere proveniente dalla regione del (OMISSIS), (OMISSIS) ((OMISSIS)); il) di essere stato costretto a fuggire dal suo paese perchè rapito dai talebani che lo volevano fidelizzare e costringerlo a svolgere le funzioni di istruttore informatico degli altri militanti del gruppo terroristico; iii) di aver subito un attacco alla abitazione da parte dei talebani e di aver deciso dunque di fuggire dal suo paese per trovare rifugio prima in Gran Bretagna (ove tuttavia non aveva avanzato domanda di protezione internazionale) e poi in Italia.

Il tribunale ha ritenuto che: a) non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, sub D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a e b, in ragione della complessiva valutazione di non credibilità del racconto, che risultava, per molti aspetti, non plausibile e lacunoso (quanto, più in particolare, alla raccontata vicenda del rapimento da parte dei talebani e alle riferite modalità di affiliazione al gruppo terroristico e quanto, da ultimo, alla descritta presenza di gruppi di talebani nella regione (OMISSIS) di provenienza del richiedente, secondo le fonti consultate: v. EASO 2017); b) non era fondata neanche la domanda di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, in ragione dell’assenza di un rischio-paese riferito alla regione (OMISSIS) di provenienza del richiedente, collegato ad un conflitto armato generalizzato; c) non poteva accordarsi tutela neanche sotto il profilo della richiesta protezione umanitaria, posto che la valutazione di non credibilità escludeva tale possibilità e perchè il ricorrente non aveva dimostrato un saldo radicamento nel contesto sociale italiano, dovendosi anche evidenziare la provenienza del richiedente da una famiglia abbiente.

2. Il decreto, pubblicato il 7.11.2017, è stato impugnato da K.N. con ricorso per cassazione, affidato a sei motivi.

L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

Il ricorrente solleva in primis tre questioni di legittimità costituzionale:

1. eccezione di incostituzionalità del D.L. n. 13 del 2017, negli artt. 3, 4, art. 6, comma 1, lett. a, d, f e g, art. 7, comma 1, lett. a, b, d ed e, art. 8, comma 1, lett. a, b, nn. 2, 3 e 4, e lett. c, e art. 10, artt. 21 e 23, e di conseguenza quelle di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008 artt. 14,35 e 35 bis, in relazione all’art. 77 Cost., comma 2, in riferimento al requisito della straordinarietà ed urgenza per la normazione della materia tramite decretazione;

2. eccezione di incostituzionalità del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis in relazione agli artt. 3,24 e 111 Cost. e art. 6 Cedu, art. 117 Cost. e contrarie alle direttive 2005/85/CE e 2013/32/UE, in relazione all’adozione del rito camerale senza reclamo ed appello nella materia della protezione internazionale;

3. eccezione di incostituzionalità del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 6, lett. g e art. 35 bis, comma 17, in relazione all’art. 3 e 24 Cost..

Vanno pertanto affrontate, per prime, le questioni di legittimità costituzionale variamente articolata da parte del ricorrente.

Esse sono manifestamente infondate e, in un caso, anche irrilevante.

Giova ricordare che sulle predette questioni si è già pronunciata questa Corte con articolati provvedimenti:

A) E’ stato infatti statuito che risulta manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 13 del 2017, art. 21, comma 1, conv. con modifiche in L. n. 46 del 2017, per difetto dei requisiti della straordinaria necessità ed urgenza poichè la disposizione transitoria che differisce di 180 giorni dall’emanazione del decreto l’entrata in vigore del nuovo rito – è connaturata all’esigenza di predisporre un congruo intervallo temporale per consentire alla complessa riforma processuale di entrare a regime (così, Sez. 1, Sentenza n. 17717 del 05/07/2018);

B) E’ stato inoltre chiarito sempre dalla giurisprudenza di questa Corte che è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, per violazione del diritto di difesa e del principio del contraddittorio, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, comma 1, poichè il rito camerale ex art. 737 c.p.c., che è previsto anche per la trattazione di controversie in materia di diritti e di “status”, è idoneo a garantire il contraddittorio anche nel caso in cui non sia disposta l’udienza, sia perchè tale eventualità è limitata solo alle ipotesi in cui, in ragione dell’attività istruttoria precedentemente svolta, essa appaia superflua, sia perchè in tale caso le parti sono comunque garantite dal diritto di depositare difese scritte (così, sempre Sez. 1, Sentenza n. 17717 del 05/07/2018). Del pari, è stato chiarito, in altra occasione (Sez. 1, Ordinanza n. 27700 del 30/10/2018), che è, del pari, manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1, art. 24 e 111 Cost., nella parte in cui stabilisce che il procedimento per l’ottenimento della protezione internazionale è definito con decreto non reclamabile in quanto è necessario soddisfare esigenze di celerità, non esiste copertura costituzionale del principio del doppio grado ed il procedimento giurisdizionale è preceduto da una fase amministrativa che si svolge davanti alle commissioni territoriali deputate ad acquisire, attraverso il colloquio con l’istante, l’elemento istruttorio centrale ai fini della valutazione della domanda di protezione.

C) La terza questione di legittimità costituzionale risulta essere inammissibile per genericità di formulazione e per irrilevanza, stante la mancata applicazione nel giudizio di merito della norma della cui legittimità si dubita, e cioè del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 82.

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 8. Si evidenzia che la commissione territoriale non aveva reso disponibile tutta la documentazione indicata nella norma da ultimo citata, e cioè il documento contenente le dichiarazioni rilasciate dal richiedente al momento della formalizzazione della domanda di protezione internazionale allegate al modello C3, la copia della carta di identità rilasciata dalle autorità (OMISSIS), l’attestato di frequenza al corso di informatica, attestati scolastici, copia di un articolo di un quotidiano locale del 3 novembre 2013, la tessera di appartenenza al (OMISSIS) locale.

1.1 Il motivo, per come formulato, è inammissibile per difetto di autosufficienza.

1.1.1 Sul punto, è utile ricordare che, secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte, in tema di ricorso per cassazione, sono inammissibili, per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, le censure fondate su atti e documenti del giudizio di merito qualora il ricorrente si limiti a richiamare tali atti e documenti, senza riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame, ovvero ancora senza precisarne la collocazione nel fascicolo di ufficio o in quello di parte e la loro acquisizione o produzione in sede di giudizio di legittimità (cfr. Cass. Sez. U, Sentenza n. 34469 del 27/12/2019; Sez. L, Ordinanza n. 27 del 03/01/2020). Va aggiunto che, sempre secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte (cfr. anche Cass., Sez. 5 -, Sentenza n. 29093 del 13/11/2018), i requisiti di contenuto-forma previsti, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 6, devono essere assolti necessariamente con il ricorso e non possono essere ricavati da altri atti, come la sentenza impugnata o il controricorso, dovendo il ricorrente specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata indicando precisamente i fatti processuali alla base del vizio denunciato, producendo in giudizio l’atto o il documento della cui erronea valutazione si dolga, o indicando esattamente nel ricorso in quale fascicolo esso si trovi e in quale fase processuale sia stato depositato, e trascrivendone o riassumendone il contenuto nel ricorso, nel rispetto del principio di autosufficienza.

1.1.2 Ciò posto, va subito osservato come il motivo si presenti del tutto generico per non aver neanche indicato in quale atto processuale l’odierno ricorrente avesse richiesto, nel corso del giudizio di merito, l’integrazione documentale di cui oggi si lamenta l’omissione, non avendo neanche specificato la decisività dei documenti di cui si deduce il mancato deposito da parte della commissione territoriale ai fini della decisione sulle domande di protezione internazionale avanzate dal ricorrente.

La doglianza è dunque inammissibile per evidente difetto di specificità e di autosufficienza.

1.1.3 Sotto altro profilo, va ulteriormente osservato che la discrezionalità del potere officioso del giudice di ordinare alla parte o ad un terzo, ai sensi degli artt. 210 e 421 c.p.c., l’esibizione di un documento richiede innanzi tutto che lo stesso sia sufficientemente individuato, non potendo sopperire all’inerzia delle parti nel dedurre i mezzi istruttori, rimane subordinata alle molteplici condizioni di ammissibilità di cui agli artt. 118 e 210 e 94 disp. att. c.p.c. e deve essere supportata da un’idonea motivazione, anche in considerazione del più generale dovere di cui all’art. 111 Cost., comma 6, saldandosi tale discrezionalità con il giudizio di necessità dell’acquisizione del documento ai fini della prova di un fatto (Cass. n. 13533 del 20/06/2011). Nel caso di specie, in disparte l’evidente circostanza che la parte avrebbe potuto procedere direttamente alla produzione della documentazione ritenuta rilevante, non solo non risulta che l’istanza sia stata formalizzata ex art. 210 c.p.c., ma la censura appare del tutto astratta poichè non illustra quale concreta decisività avrebbe potuto avere (così, anche Cass. 3022/2019).

2. Con il secondo mezzo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, erronea a falsa applicazione di norme di diritto, e ciò con particolare riferimento al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 9.

2.1 La censura è, in parte, inammissibile e, in altra parte, infondata.

2.1.1 Sotto il primo profilo, la doglianza articolata come violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 9, in riferimento all’obbligo di cooperazione istruttoria di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, non coglie nel segno, posto che le relative censure non intercettano la ratio decidendi posta a sostegno del diniego della protezione internazionale, e cioè la mancanza di credibilità del racconto, ratio che, se non censurata, rende irricevibili anche le ulteriori doglianze articolate in riferimento al mancato approfondimento istruttorio richiesto dal richiedente.

2.1.2 Ma la censura risulta all’evidenza inammissibile anche in relazione alla richiesta di rivalutazione della pericolosità interna del paese di provenienza D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, in quanto la richiesta involge l’esame di una questio facti che è inibita a questa Corte di legittimità.

2.1.3 Infondata è invece la doglianza riguardante il mancato approfondimento istruttorio in ordine alla vicenda dei “talebani” in riferimento all’episodio riferito (e non creduto) del rapimento del richiedente e del tentativo di affiliazione, atteso che – contrariamente a quanto denunciato dal ricorrente – il Tribunale ha acquisito C.O.I. anche su quest’ultimo profilo di censura (f. folio 3 del decreto), concludendo per una valutazione di non credibilità del racconto anche sulla base delle informazioni così acquisite.

3. Con il terzo motivo si censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3.

3.1 il motivo è inammissibile per le medesime ragioni già sopra riportate in relazione al primo motivo di censura, e cioè, per un verso, per difetto di autosufficienza ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 6, (non avendo il ricorrente nè allegato nè tanto meno descritto il documento del cui omesso esame ora si duole) e perchè, per altro verso, la censura neanche spiega il profilo di decisività del documento per le finalità di giudizio qui in esame (v. documento contenente un articolo di giornale scritto in relazione alla vicenda dell’attacco talebano alla sua abitazione; copia del documento dello zio).

4. Il quarto mezzo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, erronea a falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 14.

Il motivo è anch’esso inammissibile perchè – tramite doglianze generiche, come tali svincolate da una critica puntuale della motivazione impugnata pretende dalla Corte di legittimità un nuovo scrutinio del profilo della credibilità del racconto del richiedente, profilo su cui invece si sviluppa una motivazione adeguata e scevra da criticità argomentative.

5.Con un quinto motivo il ricorrente censura il provvedimento impugnato per violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c.

5.1 Il motivo non supera il vaglio di ammissibilità.

5.1.1 Va evidenziato, in relazione alla dedotta violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c) denunciata con riguardo al mancato approfondimento istruttorio officioso relativo alla situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, che, alla stregua delle indicazioni ermeneutiche impartite da questa Corte, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014; C-542/13, par. 36; C-285/12; C-465/07), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 6 1, Ordinanza n. 13858 del 31/05/2018). Il motivo – così articolato in relazione al diniego della reclamata protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, – è inammissibile perchè volto a sollecitare questa Corte ad una rivalutazione delle fonti informative per accreditare, in questo giudizio di legittimità, un diverso apprezzamento della situazione di pericolosità interna del (OMISSIS), giudizio quest’ultimo inibito alla corte di legittimità ed invece rimesso alla cognizione esclusiva dei giudici del merito, la cui motivazione è stata articolata – sul punto qui in discussione – in modo adeguato e scevro da criticità argomentative, avendo specificato anche le fonti di conoscenza internazionale in base alle quali ha ritenuto non sussistente il pericolo di danno grave collegato ad un conflitto armato generalizzato.

6. Il sesto motivo articola invece vizio di violazione di legge, in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 in relazione al diniego della richiesta protezione umanitaria.

6.1 Il sesto motivo è anch’esso inammissibile perchè – sempre tramite articolazioni difensive generiche e volte ad una rivalutazione in fatto dei presupposti applicativi dell’invocata tutela – richiede alla Corte di legittimità un nuovo scrutinio sul profilo dell’integrazione sociale del richiedente in Italia, profilo sul quale si è sviluppato invece un giudizio di merito articolato e ben argomentato che non può essere più messo in discussione se non nei ristretti limiti della denuncia del vizio di legittimità di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Ne discende il complessivo rigetto del ricorso.

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

PQM

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 5 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2021

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