Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6352 del 10/03/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 10/03/2017, (ud. 05/12/2016, dep.10/03/2017),  n. 6352

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Presidente –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. CRISTIANO Magda – rel. Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6433-2014 proposto da:

G.C., Z.C., ZO.CA., M.C.,

quest’ultima quale erede, insieme con Zo.Ca., del sig.

M.F., elettivamente domiciliate in ROMA, VIA DARDANELLI 37,

presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE CAMPANELLI, rappresentati e

difesi dagli avvocati GIOVANNI PIGNATELLI e LUIGI PIGNATELLI giusta

mandato in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

FALLIMENTO di ZI.LU., in persona del curatore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA TOMMASO CAMPANELLA 11, presso lo studio

dell’avvocato PATRIZIA TITONE, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato DANTE NIESSINESE, giusta procura a margine

del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 69/2013 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

SEZIONE DISTACCATA di TARANTO, depositata il 07/02/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

05/12/2016 dal consigliere relatore, Dott.ssa CRISTIANO MAGDA;

udito l’Avvocato Giuseppe Campanelli (delega verbale Pignatelli),

difensore delle ricorrenti, che si riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

E’ stata depositata la seguente relazione:

1) G.C. e Z.C. (fra loro coniugati) e le signore Z.C. e M.C. (rispettivamente moglie e figlia del defunto M.C., l’una costituita anche in proprio, l’altra nella sola qualità di erede del de cuius) impugnano con ricorso per cassazione, affidato a cinque motivi, la sentenza della Corte d’appello di Lecce del 7.2.2013 che ha respinto l’appello da loro proposto contro la sentenza del Tribunale di Taranto che, accogliendo la domanda avanzata dal Fallimento di Zi.Lu., aveva dichiarato inefficace, L.Fall., ex art. 67, comma 1, n 1, l’atto a rogito del notaio Vinci con il quale, nel biennio anteriore alla sentenza dichiarativa, l’imprenditore in bonis aveva venduto ai coniugi G. e M. un appartamento sito in località (OMISSIS) al prezzo dichiarato di 45 milioni di Lire.

Il Fallimento di Zi.Lu. resiste con controricorso.

2) Con il primo motivo i ricorrenti lamentano violazione dell’art. 112 c.p.c., avendo la corte del merito attributo all’immobile un valore di mercato superiore a quello indicato dal Fallimento nell’atto di citazione, con dichiarazione tradottasi in una vera e propria formulazione di petitum.

2.1) Col secondo motivo denunciano, sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo, costituito dal rigetto, da parte della stessa corte d’appello, della domanda revocatoria proposta dal fallimento nei confronti di altri soggetti che, col medesimo rogito, avevano acquistato dall’imprenditore poi fallito un diverso appartamento, sito nello stesso edificio.

2.2) Con il terzo motivo si dolgono che il giudice a ano non abbia esaminato le critiche da essi mosse alla ctu disposta nel corso del giudizio di primo grado.

2.3) Con il quarto motivo, denunciando violazione della L.Fall., art. 67, lamentano che la corte d’appello abbia escluso che vi fosse prova della loro inscientia decoctionis.

2.4) Con il quinto motivo assumono che, poichè il Fallimento aveva indicato gli esatti dati catastali dell’immobile solo in sede di precisazione delle conclusioni, il giudice, dichiarando l’inefficacia della vendita dell’immobile identificato con tali dati, avrebbe accolto una domanda nuova.

3) Il primo motivo appare manifestamente infondato.

La domanda del Fallimento era infatti volta ad ottenere la declaratoria di inefficacia della vendita dell’immobile e non la condanna degli acquirenti al pagamento di una somma di denaro: ne consegue che l’indicazione, nell’atto di citazione, del valore presumibile del bene non costituiva precisazione del quantum della domanda e non integrava un elemento del petitum.

3.1) Il secondo, il terzo ed il quarto motivo – esaminabili congiuntamente- appaiono inammissibili, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6, in quanto si fondano su documenti o atti del processo (la sentenza di rigetto dell’analoga domanda revocatoria avanzata dal Fallimento nei confronti di altre parti; la ctu; la pubblicità della vendita, asseritamente integrante una vera e propria offerta al pubblico, effettuata da un’agenzia immobiliare) che non sono stati allegati al ricorso e dei quali non è stata indicata l’effettiva collocazione processuale. Va aggiunto che i ricorrenti non hanno richiamato, neppure in parte, l’effettivo contenuto della sentenza, non hanno riportato le critiche specificamente rivolte alla ctu in sede d’appello e non hanno illustrato la decisività delle circostanze di fatto di cui la corte del merito avrebbe omesso la valutazione.

5) Il quinto motivo appare manifestamente infondato.

Come correttamente rilevato dalla corte d’appello, l’individuazione dell’immobile oggetto dell’azione revocatoria non è mai stata in dubbio nel giudizio: il difensore della procedura ha semplicemente chiarito, in sede di precisazione delle conclusioni e sulla scorta delle risultanze della disposta ctu, che il c.d. “subalterno”, cui in catasto corrispondeva esattamente l’appartamento venduto, era diverso da quello che, per mero errore materiale, risultava indicato nel rogito notarne.

6) Il ricorso dovrebbe, in conclusione, essere respinto, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio ai sensi degli artt. 375 e 380 – bis c.p.c..

Il collegio ha esaminato gli atti, ha letto la relazione e ne ha condiviso le conclusioni, peraltro non contrastate dai ricorrenti, che non hanno depositato memoria.

Il ricorso deve pertanto essere respinto.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 7.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre rimborso forfetario e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

Così deciso in Roma, il 5 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 marzo 2017

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