Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6342 del 08/03/2021

Cassazione civile sez. I, 08/03/2021, (ud. 05/02/2021, dep. 08/03/2021), n.6342

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4119/2019 proposto da:

E.K., rappresentato e difeso dall’avv. Vincenzina Salvatore, in

forza di procura speciale rilasciata in calce al ricorso ed

elettivamente domiciliato all’indirizzo pec ivi indicato manca il

domiciliatario;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno, (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di SALERNO, depositata il

27/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

05/02/2021 da Dott. CAPRIOLI MAURA.

 

Fatto

Ritenuto che:

E.K., cittadino (OMISSIS), proveniente dall’Edo State, propone ricorso, affidato a tre motivi, per la cassazione del provvedimento indicato in epigrafe, con cui il Tribunale di Salerno ha respinto il ricorso da lui presentato contro il provvedimento della Commissione territoriale, di diniego della sua richiesta di protezione internazionale, sub specie di riconoscimento dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria, o, in subordine, di protezione umanitaria; il Ministero dell’Interno è rimasto intimato.

Diritto

Considerato che:

Con il primo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, lett. A) e conseguente violazione dell’art. 1 Convenzione di Ginevra, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. E) e art. 7, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, lett. D) e art. 8, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si lamenta che il primo Giudice anzicchè approfondire la situazione del ricorrente,mediante mezzi officiosi, si sarebbe limitato a recepire in modo acritico il provvedimento della commissione territoriale redigendo il decreto con la tecnica del “copia incolla”.

Con il secondo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 4 e 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si critica il giudizio di insussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria evidenziando che il Tribunale avrebbe fondato il suo convincimento su fonti prive del requisito dell’attualità e dando alle stesse una lettura non coerente con le risultanze documentali.

Si lamenta, inoltre, la mancata considerazione del rapporto della Farnesina 2018 che raccomanda di limitare i viaggi in Nigeria a causa dell’attuale situazione di sicurezza di quel Paese.

Da ultimo con il terzo motivo si censura la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, omessa motivazione e la nullità della sentenza in relazione all’art. 132, n. 4 ed all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Si duole in particolare che la motivazione resa sul punto dal Tribunale sarebbe carente ed al di sotto del minimo costituzionale.

Si sostiene che il primo Giudice non avrebbe preso in esame la vicenda personale del ricorrente,le prove documentali offerte dal medesimo in termini di integrazione linguistica e sociale.

Il primo motivo è inammissibile.

Il Tribunale, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, ha spiegato le ragioni relative all’assenza di credibilità ed ha rilevato le numerose incongruenze del racconto offerto dal richiedente (cfr. le ultime 5 righe di pag. 7 e le prime 6 righe di pag. 8 del Decreto).

Ha inoltre rimarcato che, anche,a voler prescindere dalla non credibilità del narrato, le ragioni addotte per giustificare l’espatrio non integravano neppure in astratto il rischio di persecuzione o di danno grave dovendosi escludere che vi sia per il ricorrente un rischio di persecuzione personale e diretta “per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica”.

Tale apprezzamento, sindacabile in sede di legittimità esclusivamente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame di un fatto decisivo che abbia costituito oggetto del dibattito processuale, ovvero ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, per difetto assoluto, mera apparenza, perplessità o incomprensibilità della motivazione (cfr. Cass., 2020 nr. 25242 Sez. I, 7/08/2019, n. 21142; 5/02/2019, n. 3340), non risulta validamente censurato, essendosi il ricorrente limitato a lamentare l’inosservanza del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 2, senza neppure precisare il modo in cui il Tribunale se ne sarebbe discostato.

Va, inoltre, rilevato per quanto riguarda la critica mossa in ordine alla mancata attivazione dei poteri officiosi che la censura risulta essere assolutamente generica e, per conseguenza, priva di decisività perchè non viene indicato quali siano le informazioni che, in concreto, avrebbero potuto determinare l’accoglimento del ricorso (in tema, Cass. n. 2119 del 24/1/2019; Cass. n. 30105 del 21/11/2018).

In merito al secondo motivo se ne deve rilevare l’infondatezza.

Questa Corte ha di recente ribadito (cfr. Cass. n. 28433/2018; id. 13088/2019; id. 18540/2019) che non si può accedere alla protezione internazionale se si proviene da una regione o area interna del Paese d’origine sicura per il solo fatto che vi siano, invece, nello stesso Paese anche altre regioni o aree insicure, perchè l’analisi sulla situazione socio-politica deve avere ad oggetto la specifica zona di provenienza del ricorrente;

– nel caso di specie, il giudice che emanato il provvedimento impugnato ha applicato il principio di diritto sopra richiamato e ha rigettato la richiesta sulla base della circostanza che la situazione della Nigeria è estremamente diversificata a seconda delle zone del Paese e perciò sarebbe improprio riferire in modo indiscriminato a tutto il territorio nigeriano situazioni che, benchè esistenti, interessano zone poste a centinaia di chilometri di distanza rispetto alla zona (Edo State) di provenienza dell’interessato;

la valutazione dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria risulta, pertanto, essere stata svolta correttamente sulla base dei report specificamente riferiti alla zona dell’Edo State (cfr. pag. 8 e 9 del decreto), sicchè non appare pertinente il richiamo fatto dal ricorrente alla descrizione della situazione socio-politica di altre zone della Nigeria.

Per quel che concerne, da ultimo, la protezione umanitaria, va anzitutto sconfessata l’affermazione del ricorrente per cui il Tribunale avrebbe mancato di motivare su di essa incorrendo nella violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4.

Dal decreto impugnato emerge, invece, che il giudice del merito ha respinto la domanda relativa alla detta forma di protezione osservando che il ricorrente non rientrava in alcune delle categorie di soggetti vulnerabili, non aveva allegato nulla di specifico al riguardo –

Quanto al resto, occorre notare che i criteri posti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, che consentono di ritenere veritieri gli elementi o gli aspetti delle dichiarazioni del richiedente sprovvisti di prova trovano applicazione anche in tema di protezione umanitaria (Cass. 24 settembre 2012, n. 16221), con la precisazione che la scarsa credibilità della narrazione in relazione alla specifica situazione prospettata ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria non ha efficacia preclusiva sulla valutazione delle diverse circostanze che denotano una situazione di “vulnerabilità” quale presupposto della protezione umanitaria (Cass. 21 aprile 2020, n. 8020; Cass. 18 aprile 2019, n. 10922).

Ora, si è appena detto che il Tribunale ha escluso che l’istante avesse formulato specifiche allegazioni per supportare la domanda di protezione umanitaria; inoltre, quanto dedotto con riguardo alle forme di protezione “maggiori” è stato insindacabilmente reputato non attendibile: sicchè la vulnerabilità del richiedente non avrebbe potuto giammai desumersi dalla vicenda narrata dallo stesso istante. E’ conseguentemente escluso che il giudice del merito potesse diversamente orientare il proprio giudizio: tanto più che la condizione di integrazione dello straniero in Italia – che il decreto ha comunque negato essere esistente – non può di per sè giustificare il riconoscimento del diritto al rilascio del permesso per motivi umanitari (Cass. Sez. U. 13 novembre 2019, n. 29459; Cass. 28 giugno 2018, n. 17072).

Il ricorso, dunque, va dichiarato inammissibile senza necessità di pronuncia in ordine alle spese di questo giudizio di legittimità, essendo il Ministero dell’Interno rimasto solo intimato, e dandosi atto, altresì, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 che, stante il tenore della pronuncia adottata, “sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto”, mentre “spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento”.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 5 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2021

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