Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6335 del 08/03/2021

Cassazione civile sez. I, 08/03/2021, (ud. 08/01/2021, dep. 08/03/2021), n.6335

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1809/2019 proposto da:

A.A.M., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria

Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avvocato Simona Alessio, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di ANCONA, depositato il 04/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

08/01/2021 da Dott. FALABELLA MASSIMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnato per cassazione il decreto del Tribunale di Roma del Tribunale di Ancona del 4 dicembre 2018. Con quest’ultima pronuncia è stato negato che al ricorrente A.A.M. potesse essere riconosciuto lo status di rifugiato ed è stato altresì escluso che lo stesso potesse essere ammesso alla protezione sussidiaria e a quella umanitaria.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su di un motivo e non vi è resistenza del Ministero dell’interno, regolarmente intimato.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il motivo di ricorso prospetta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 3 e 5, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3, D.P.R. n. 21 del 2015, art. 6, comma 6. Ricorda l’istante che il Tribunale ha escluso la propria credibilità in relazione al timore, da lui espresso, di essere ingiustamente processato e arrestato, com’era già avvenuto per il padre, per effetto delle false accuse mosse nei suoi confronti da un vicino di casa. Lamenta l’istante che il decreto impugnato contraddiceva gli indici di valutazione della credibilità del richiedente fissati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, che impongono l’esame di tutti i fatti pertinenti che riguardano il paese di origine e delle informazioni generali e specifiche attinenti al caso. Viene osservato che in relazione al timore di essere arrestato ingiustamente l’istante aveva citato fonti e prodotto giurisprudenza documentando, in tal modo, l’esistenza in Bangladesh di una grave situazione di corruzione e impunità, con “conseguente inaccessibilità degli strumenti di protezione interna”.

Il motivo è infondato.

Il Tribunale ha reputato generica e inattendibile la narrazione dal richiedente: ha evidenziato, in particolare, che l’istante non aveva precisato per quale motivo alcuni membri della fazione (OMISSIS) avessero tentato di denunciarlo, onde i timori da lui espressi dovevano ritenersi ingiustificati in assenza di elementi che facessero ritenere che A.A.M. avesse avuto lo stesso ruolo politico del padre nel partito (OMISSIS), avendolo egli escluso e risultando anzi da lui negata l’esistenza un qualche scontro con i membri dell’opposta fazione. Lo stesso Tribunale ha poi rilevato che, in base alle stesse dichiarazioni del richiedente, la migrazione aveva una motivazione di natura esclusivamente economica, essendo stata intrapresa al fine di sostenere la famiglia dopo che il padre era stato ucciso.

Ciò posto, il giudice del merito ha fatto corretta applicazione delle disposizioni che era tenuto ad applicare ed è del resto preclusa, in questa sede, una rinnovazione del giudizio di fatto circa la veridicità della narrazione dell’istante.

Occorre infatti considerare che in tema di protezione internazionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati: il giudice del merito deve infatti valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate (Cass. 30 ottobre 2018, n. 27503). Inoltre, la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340; cfr. pure Cass. 2 luglio 2020, n. 13578).

Esclusa la veridicità del racconto, la Corte di merito non aveva alcun motivo di riconoscere al ricorrente lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria di cui alle prime due lettere del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 (nessuna questione è stata sollevata con riguardo alla terza ipotesi prevista dal detto articolo – relativa alla minaccia individuale derivante da violenza indiscriminata in situazione di conflitto armato – e con riguardo alla protezione umanitaria). Si rileva, in proposito, che la protezione per il rifugio politico esige che si dia conto del pericolo di essere fatto oggetto di individuale persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica; con riguardo alle fattispecie tipizzate dall’art. 14, lett. a) e lett. b), è necessario invece osservare che l’esposizione dello straniero al rischio di morte o a trattamenti inumani e degradanti deve pur sempre rivestire un certo grado di individualizzazione (cfr.: Cass. 20 giugno 2018, n. 16275; Cass. 20 marzo 2014, n. 6503; cfr. pure Cass. 19 giugno 2020, n. 11936; Cass. 3 luglio 2020, n. 13756). Ebbene, la soggezione alle condizioni di pericolo descritte deve negarsi proprio in ragione della mancanza di riscontri quanto a una vicenda personale che conferisca specificità e reale consistenza al rischio paventato.

3. – Il ricorso è pertanto respinto.

4. – Nulla deve statuirsi in punto di spese processuali.

PQM

La Corte;

rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 8 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2021

 

 

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