Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6327 del 21/03/2011

Cassazione civile sez. I, 21/03/2011, (ud. 25/01/2011, dep. 21/03/2011), n.6327

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SALVAGO Salvatore – Presidente –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – rel. Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

D.M.B. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA QUINTINO SELLA 41, presso l’avvocato

BURRAGATO ROSALBA, che lo rappresenta e difende unitamente agli

avvocati CIANFANELLI DEBORAH, DEFILIPPI CLAUDIO, giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositato il

07/04/2008, n. 3/08 R.G.;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/01/2011 dal Consigliere Dott. PIETRO CAMPANILE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata che ha concluso per l’inammissibilità, in subordine

rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

D.M.B., titolare di credito da lavoro ammesso nel 1996 al passivo del Fallimento della s.n.c. Officine Meccaniche e Fonderie Mordenti dichiarato nel dicembre 1995 dal tribunale di La Spezia, proponeva nel gennaio 2008 alla Corte d’appello di Torino domanda di equa riparazione per la irragionevole durata della procedura stessa, ancora pendente. La Corte d’appello, con decreto depositato il 26 marzo 2008, rilevato che, a seguito dell’intervento del Fondi Garanzia INPS e di riparti parziali, il credito dell’istante – al pari di quelli degli altri lavoratori insinuati – era stato pagato nel corso della procedura, peraltro di più che apprezzabile complessità, prima della proposizione della domanda di equa riparazione, respingeva il ricorso, osservando peraltro che il danno patrimoniale per aggravio delle spese di difesa non era provato.

Avverso tale decreto il D.M. ha proposto ricorso a questa Corte, affidato a due motivi. Resiste il Ministero con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- In entrambi i motivi di impugnazione, il ricorrente denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 3, erronea e falsa applicazione di norme di diritto (L. n. 89 del 2001, art. 2, art. 6 p. 1, CEDU) nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5). 2.- Deve preliminarmente rilevarsi come al ricorso in esame, avente ad oggetto un provvedimento emesso nel febbraio 2008, debbano applicarsi le disposizioni del D.Lgs. 2 febbraio 2006 n. 40 (in vigore dal 2.3.2006 sino al 4.7.2009), e in particolare l’art. 6 che ha introdotto l’art. 366 bis c.p.c.. Alla stregua di tali disposizioni – la cui peculiarità rispetto alla già esistente prescrizione della indicazione nei motivi di ricorso della violazione denunciata consiste nella imposizione di una sintesi originale ed autosufficiente della violazione stessa, funzionalizzata alla formazione immediata e diretta del principio di diritto al fine del miglior esercizio della funzione nomofilattica – l’illustrazione dei motivi di ricorso, nei casi di cui all’art. 360, comma 1, nn. 1-2-3- 4, deve concludersi, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto che, riassunti gli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito e indicata sinteticamente la regola di diritto applicata da quel giudice, enunci la diversa regole, di diritto che ad avviso del ricorrente si sarebbe dovuta, applicare nel caso di specie, in termini tali che per cui dalla risposta che ad esso si dia discenda in modo univoco l’accoglimento o il rigetto del gravame. Analogamente, nei casi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’illustrazione del motivo deve contenere (cfr. ex multis:

Cass. S.U. n. 20603/2007; Sez. 3 n. 16002/2007; n. 8897/2008) un momento di sintesi – omologo del quesito di diritto – che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità.

3.- Il ricorso in esame non è conforme a tali disposizioni. 3.1- Infatti, l’illustrazione del primo motivo si conclude con la seguente esposizione de:l quesito di diritto: “Dica codesta Ecc.ma Corte se, ai sensi del combinato disposto dell’art. 6, comma 1 CEDU e della Legge Pinto n. 89 del 2001, art. 2, il giudice nazionale, nel valutare la ragionevolezza o meno della durata di un procedimento, così come l’equità del relativo indennizzo, si debba tener presente la durata complessiva di detto procedimento ai sensi della giurisprudenza dei Diritti dell’ Uomo e delle Libertà Fondamentali, effettuando la medesima valutazione ed utilizzando i medesimi criteri di valutazione e di calcolo – anche in ordine al diritto della parte di utilizzare tutti i termini concessi dalla legislazione italiana- effettuata dalla Corte Europea in casi simili”. Trattasi all’evidenza di quesito che, oltre che generico, si mostra inconferente (come tale assimilabile al quesito mancante: cfr. ex multis Cass. S.U. n. 11650/2008), non essendo riferibile alla ratio decidendi del provvedimento impugnato (cfr. sopra). 3.2 – Analogamente, il secondo motivo di impugnazione si conclude con il seguente quesito di diritto: “Dica codesta Ecc.ma Corte se, ai sensi del combinato disposto dell’art. 6, comma 1 CEDU e della Legge Pinto n. 89 del 2001, art. 2, il giudice nazionale, nell’accertare la violazione del diritto alla durata ragionevole del processo e nel riconoscere conseguentemente l’indennizzo da equa riparazione, anche per quanto concerne la sussistenza e la determinazione del danno patrimoniale, sia vincolato al rispetto dei parametri imposti dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”. Anche tale quesito si palesa affatto generico, essendo privo di riferimenti al caso in esame, alla ratio decidendi del provvedimento impugnato ed alla diversa regola di diritto che ad avviso del ricorrente si sarebbe dovuta applicare nella specie. La declaratoria di inammissibilità ne deriva dunque di necessità, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese, che si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento in favore del resistente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 600,00 oltre le spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 25 gennaio 2011.

Depositato in Cancelleria il 21 marzo 2011

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