Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6317 del 08/03/2021

Cassazione civile sez. lav., 08/03/2021, (ud. 17/12/2020, dep. 08/03/2021), n.6317

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18512/2015 proposto da:

B.A., D.D., L.A.M., S.C.,

ST.GI., T.E., Z.B., tutti elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA POMPEO MAGNO n. 23/A, presso lo studio

dell’avvocato GUIDO ROSSI, rappresentati e difesi dall’avvocato

LEONELLO AZZARINI;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE UNIVERSITA’ E RICERCA, in persona del

Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia ex Lege in ROMA,

alla VIA DEI PORTOGHESI N. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1579/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 13/01/2015 R.G.N. 6/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17/12/2020 dal Consigliere Dott. ROBERTO BELLE’.

 

Fatto

RITENUTO

Che:

la Corte di Appello di Bologna, decidendo in sede di rinvio, ha respinto le domande formulate dai lavoratori di cui in epigrafe nei confronti del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (di seguito MIUR), con le quali i predetti hanno rivendicato il diritto alla percezione di differenze retributive in relazione al loro passaggio dagli enti locali ai ruoli del personale non docente dell’Amministrazione scolastica, in forza della L. n. 124 del 1999, art. 8;

la Corte territoriale riteneva non sussistente il peggioramento retributivo sostanziale da cui, secondo la pronuncia rescindente, avrebbe potuto in ipotesi conseguire, in occasione del predetto passaggio, un diritto al riconoscimento di importi differenziali a favore dei lavoratori;

avverso tale pronuncia lavoratori hanno proposto ricorso per cassazione con due motivi, resistiti da controricorso del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con il primo motivo i ricorrenti deducono, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la violazione e falsa applicazione della Direttiva 77/187/CEE e dell’art. 2112 c.c., come interpretata ed applicata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea con la sentenza 6.9.2011 (procedimento Scattolon), sostenendo altresì che la stessa Amministrazione avesse sempre ammesso il verificarsi, al momento del transito dei lavoratori, di un peggioramento retributivo sostanziale ai loro danni;

il secondo motivo adduce invece l’omessa e/o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5) rimarcando il fatto che, se nel passaggio fosse stata rispettata l’anzianità pregressa, ciascun ricorrente avrebbe ottenuto un migliore inquadramento nei livelli stipendiali e sostenendo che nel confronto tra le retribuzioni godute prima e dopo il passaggio non si sarebbe dovuto tenere conto dell’assegno personale riassorbibile attribuito loro; i motivi sono inammissibili

la sentenza rescindente ha precisato quale fosse la lettura da dare alla pronuncia della Corte di Giustizia nel procedimento Scattolon, nel senso per cui nella definizione delle singole controversie, era necessario stabilire “se si è in presenza di condizioni meno favorevoli” da valutare “all’atto del trasferimento” apprezzandosi il ricorrere di un “peggioramento retributivo sostanziale” attraverso il raffronto con le “condizioni immediatamente antecedenti al trasferimento”, sicchè il giudice del rinvio era da versi per chiamato ad “accogliere o respingere la domanda del lavoratore in relazione al risultato di tale accertamento”;

la Corte territoriale ha a propria volta chiaramente richiamato sia tale vincolante pronunciamento, sia la citata sentenza della Corte di Giustizia, nella parte in cui ha escluso che la direttiva comunitaria potesse essere invocata per ottenere un miglioramento delle condizioni retributive o di altre condizioni in occasione di un trasferimento di impresa;

i ricorrenti, allorquando prospettano un ricalcolo del dovuto sulla base della trasposizione nei sistemi retributivi del MIUR dell’anzianità maturata presso gli enti locali o affermano che non si debba tenere conto dell’assegno perequativo ad personam loro attribuito presso il nuovo datore di lavoro, mostrano di non avere percepito la portata della sentenza rescindente e dei principi cui essa si ispira, semplicemente radicati nella necessità di un raffronto tra gli importi in concreto percepiti presso gli enti locali e quanto ricevuto presso il MIUR dopo il trasferimento;

raffronto rispetto al quale la Corte distrettuale si è limitata a prendere atto come non fosse stato “allegato nè dimostrato un peggioramento retributivo sostanziale collegato al trasferimento, risultando al contrario che il trattamento percepito a decorrere dal 1.1.00 non fosse inferiore a quello corrisposto dall’ente locale (grazie all’assegno ad personam)”;

a fronte di ciò, l’affermazione dei ricorrenti secondo cui il MIUR non avrebbe contestato l’esistenza delle differenze retributive sostanziali che unicamente rilevano risulta apodittica;

la Corte territoriale ha infatti precisato che non vi erano state neppure allegazioni in proposito ed è evidente che si può parlare di non contestazione solo a fronte di precise affermazioni fattuali nel senso rivendicato, ove viceversa le difese si basano ancora sul differenziale che si determinerebbe in forza della (infondata) pretesa riconsiderazione dell’anzianità;

nè d’altra parte il ricorso per cassazione è stato corredato dalla necessaria trascrizione di (eventuali) deduzioni di una differenza retributiva assoluta e non derivante da pretesi ricalcoli, tra il periodo precedente e quello successivo al trasferimento, sicchè difettano in ogni caso i presupposti di specificità intrinseci alla previsione di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, nel suo complesso;

all’inammissibilità del ricorso segue la regolazione secondo soccombenza delle spese di giudizio.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento in favore della controparte delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 8.000,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 17 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2021

 

 

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