Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6292 del 05/03/2021

Cassazione civile sez. VI, 05/03/2021, (ud. 10/12/2020, dep. 05/03/2021), n.6292

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 26915/2019 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi,

12;

– ricorrente –

contro

F.LLI P. SRL, (C.F. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore, P.C. (C.F. (OMISSIS)),

P.M. ((OMISSIS)), rappresentati e difesi dall’Avv. Prof. DARIO

STEVANATO, dall’Avv. SARA SERASIN e dall’Avv. CLAUDIO LUCISANO,

elettivamente domiciliati presso lo studio di quest’ultimo in Roma,

Via Crescenzio, 91;

– controricorrenti –

e contro

P.F., ((OMISSIS)), rappresentato e difeso dall’Avv. TULLIO

TANDURA, elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv. PAOLO

IORIO in Roma, Via Tacito, 50;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale del

Veneto, n. 903/03/18, depositata settembre 2018.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio non partecipata

del 10 dicembre 2020 dal Consigliere Relatore Filippo D’Aquino.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

La società contribuente F.LLI P. SRL e i singoli soci P.C., P.M. e P.F. hanno separatamente impugnato diversi avvisi di accertamento, con i quali l’Ufficio disconosceva costi ritenuti indeducibili, in quanto riferiti a operazioni oggettivamente inesistenti, con conseguente recupero a tassazione ai fini IRES, IRAP per l’esercizio 2008 e ai fini IVA per l’esercizio 2009, oltre che con recupero ai fini IRPEF nei confronti dei soci, stante la ristretta base partecipativa della società accertata. L’accertamento traeva origine da una verifica effettuata nei confronti un fornitore della società contribuente, ritenuto responsabile di acquisti di rottami metallici da fornitori fittizi.

La CTP di Treviso ha accolto i ricorsi riuniti e la CTR del Veneto, con sentenza in data 11 settembre 2018, ha rigettato l’appello dell’Ufficio. Ha ritenuto il giudice di appello non conferenti gli elementi indiziari addotti dall’Ufficio, posto che dalle fatture prodotte dall’Ufficio non si desumono vendite di “rottami metallici”, nè risultando la società contribuente svolgere attività di lavorazione di rottami. Il giudice di appello ha, inoltre, ritenuto non decisivo l’errore di compilazione documentale in relazione a una delle forniture. Il giudice di appello ha, inoltre, ritenuto che la società contribuente ha provato la propria operatività e l’effettività delle operazioni alla luce della documentazione prodotta in giudizio.

Propone ricorso per cassazione l’Ufficio affidato a due motivi; resistono con controricorso i contribuenti intimati; il controricorrente P.F. si è nuovamente costituito a ministero di nuovo difensore, stante il decesso dell’originario patrocinatore.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1.1 – Con il primo motivo si deduce, sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 109, arrt. 2697 e 2727 c.c., per avere la sentenza impugnata violato le regole di riparto dell’onere della prova, addossando all’Ufficio la prova dell’inesistenza delle operazioni. Deduce il ricorrente che dal PVC si evincerebbe la natura fittizia della fornitrice della società contribuente e delle operazioni di acquisto da questa effettuate. Ritiene l’inconferenza della circostanza che la società contribuente non lavorasse rottami e deduce che la fattura non può essere di per sè prova dell’esistenza dell’operazione. Pone, infine, l’accento il ricorrente sulla circostanza che si verte in tema di operazioni oggettivamente inesistenti, relativamente alle quali il contribuente deve dare la prova dell’esistenza dell’operazione.

1.2 – Con il secondo motivo, si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nullità della sentenza per apparenza della motivazione in violazione dell’art. 132 c.p.c., e del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 36, deducendo che la sentenza impugnata non consente la ricostruzione dell’iter logico-giuridico della decisione.

2 – Il secondo motivo, il quale riveste ruolo preliminare, è infondato.

2.1 – A seguito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del minimo costituzionale richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che possono essere esaminate e si convertono, all’evidenza, in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, con conseguente nullità della sentenza – di mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale, di motivazione apparente, di manifesta ed irriducibile contraddittorietà e di motivazione perplessa od incomprensibile (Cass., Sez. III, 12 ottobre 2017, n. 23940), ove la motivazione risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione (Cass., VI, 25 settembre 2018, n. 22598).

2.2 – Nella specie, la sentenza impugnata ha fondato il proprio convincimento sia sulla insufficienza degli elementi indiziari addotti dall’Ufficio (“dall’esame delle fatture emesse dalla ADF Metal nei confronti della F.lli P. Sr(l) indicate negli avvisi di accertamento (…) non si desumono vendite di “rottami” metallici bensì di materiali lavorati (…) questi aspetti, unitamente ad un errore formale nella compilazione dei documenti relativi ad una fornitura, non possono essere considerati sufficienti”), sia sulla prova contraria offerta da parte contribuente circa l’esistenza delle operazioni (“ha confermato adeguatamente la propria regolare operatività e l’effettività delle operazioni che sono state assunte come inesistenti dall’Ufficio ed anche l’esame del dettaglio delle fatture (..) esibite in udienza ne convalida l’attività”).

3 – Il primo motivo è infondato.

3.1 – Secondo una costante giurisprudenza della Corte, la violazione dell’art. 2697 c.c., si configura soltanto nell’ipotesi in cui il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella su cui esso avrebbe dovuto gravare secondo le regole di scomposizione delle fattispecie basate sulla differenza tra fatti costitutivi ed eccezioni mentre, per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c., occorre denunziare che il giudice, contraddicendo espressamente o implicitamente la regola posta da tale disposizione, abbia posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli, non anche che il medesimo, nel valutare le prove proposte dalle parti, abbia attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività consentita dall’art. 116 c.p.c., (Cass., Sez. VI, 17 gennaio 2019, n. 1229; Cass., Sez. VI, 23 ottobre 2018, n. 26769; Cass., Sez. VI, 27 dicembre 2016, n. 27000).

3.2 – Tale denunciata inversione dell’onere della prova non sussiste, posto che la sentenza impugnata ha ritenuto insufficiente, con motivazione esente da censure, il quadro indiziario addotto dall’Ufficio a sostegno della inesistenza delle operazioni sottostanti di cui alle cinque fatture contestate nell’avviso di accertamento (analiticamente riprodotto dal ricorrente), procedendo ulteriormente ad esaminare gli elementi addotti dalla società contribuente a prova contraria, ritenendo sussistenti le operazioni sottostanti contestate dall’Ufficio.

4 – Il ricorso va, pertanto, rigettato, con spese regolate dalla soccombenza e liquidate come da dispositivo.

PQM

La Corte, rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimità, che liquida per ciascuna delle due parti controricorrenti in Euro 10.200,00, oltre 15% rimborso spese generali e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 10 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA