Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6291 del 19/03/2014


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Civile Sent. Sez. 1 Num. 6291 Anno 2014
Presidente: SALME’ GIUSEPPE
Relatore: MERCOLINO GUIDO

SENTENZA
sul ricorso proposto da
I.L.S. – INTERNATIONAL LEGAL SERVICE S.R.L., in persona del legale rappresentante p.t. Luigi Visconti, elettivamente domiciliata in Roma, alla via C.
Poma n. 4, presso l’avv. PAOLO GELLI, dal quale è rappresentata e difesa in virtù di procura speciale a margine del ricorso – C O cS4-2.04-40 05 —

RICORRENTE

contro
SO.TE.CO . S.N.C. IN LIQUIDAZIONE, in persona del liquidatore p.t. Stefano
Sandrelli, elettivamente domiciliata in Roma, alla via Panaro n. 8, presso l’avv.
ALVARO SPIZZICHINO, dal quale è rappresentata e difesa in virtù di procura
speciale a margine del controricorso – C -F – O 4309-344″O

CONTRORICORRENTE

avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma n.

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yr4o7, pubblicata il 23

Data pubblicazione: 19/03/2014

gennaio 2007.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 7 novembre
2013 dal Consigliere dott. Guido Mercolino;

Alvaro Spizzichino per la controricorrente;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale
dott. Federico SORRENTINO, il quale ha concluso per la dichiarazione d’inammissibilità ed il subordine per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. — Con sentenza del 23 gennaio 2007, la Corte d’Appello di Roma ha rigettato l’impugnazione proposta dalla I.L.S. – International Legal Service S.r.l. avverso il lodo depositato il 13 novembre 2002, con cui il collegio arbitrale costituito
per la risoluzione della controversia insorta con la So.Te.Co. S.n.c. in liquidazione
relativamente all’esecuzione di un contratto d’appalto stipulato il 24 gennaio 2000
aveva riconosciuto alla convenuta la somma di Euro 18.345,86 oltre IVA, a saldo
del corrispettivo dei lavori di ristrutturazione di un appartamento, ed all’attrice la
somma di Euro 1.988,36 oltre IVA, necessaria per l’eliminazione dei difetti dell’opera, dichiarando la compensazione tra i due importi e riconoscendo sul residuo
dovuto dall’attrice gl’interessi legali con decorrenza dal 21 dicembre 2000.
A fondamento della decisione, la Corte, per quanto ancora rileva in questa
sede, ha ritenuto che i motivi di nullità dedotti in ordine al mancato riconoscimento della penale per il ritardo nei lavori e dei danni per l’inadempimento definitivo
dell’appaltatrice, pur essendo stati prospettati come omissioni o contraddittorietà
della motivazione o come errores in procedendo, attenessero in realtà alla valutazione delle prove da parte degli arbitri, i quali avevano compiutamente illustrato

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udito l’avv. Pilade Perrocchi per delega del difensore della ricorrente e l’avv.

le ragioni della decisione, assunta sulla base di una complessa attività istruttoria.
Ha rilevato in particolare che il diniego della penale era stato giustificato con l’affètrria7lone che il ritmi() nella riconsegna del cantiere non era imputabile alla So-

d’appalto, da fattori imputabili anche alla committente e da altri imprevisti occorsi
nell’esecuzione dei lavori. Ha ritenuto inoltre che gli arbitri avessero compiutamente motivato anche la liquidazione delle spese del procedimento, avendo tenuto
conto dell’oggetto delle reciproche domande, volte ad ottenere da un lato il pagamento delle opere effettuate anche in aggiunta o in sostituzione di quelle originariamente pattuite e dall’altro il risarcimento dei danni.
2. — Avverso la predetta sentenza la ILS propone ricorso per cassazione, articolato in cinque motivi, illustrati anche con memoria. La Soteco resiste con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. — Con il primo motivo d’impugnazione, la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione degli artt. 112 e 277 cod. proc. civ., nonché l’omessa,
insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo
per il giudizio, assumendo che la sentenza impugnata ha omesso di pronunciare o
comunque di motivare in ordine al motivo d’impugnazione con cui era stato fatto
valere l’omesso esame da parte degli arbitri della domanda di accertamento dell’inadempimento definitivo dell’appaltatrice e di condanna della stessa al risarcimento dei danni. Premesso di aver dedotto nel procedimento arbitrale due distinti profili di inadempimento, consistenti rispettivamente nel ritardo nell’esecuzione dei
lavori e nell’inagibilità dell’immobile conseguente al mancato funzionamento dell’impianto idraulico, la ricorrente afferma di aver sostenuto in giudizio che il rico-

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teco, in quanto determinato dall’effettuazione di lavori non previsti dal contratto

noscimento della penale per il ritardo non escludeva il suo diritto al risarcimento
del danno per l’inadempimento definitivo, osservando che la Corte di merito ha
dato atto delle censure proposte al riguardo, ma ha confuso le due domande, limi-

2. — Con il secondo motivo, la ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ., nonché l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, censurando
la sentenza impugnata nella parte in cui ha omesso di pronunciare o comunque di
motivare in ordine al motivo d’impugnazione con cui era stato fatto valere l’omesso esame da parte degli arbitri della domanda di accertamento dell’inadempimento
dell’appaltatrice, per avere la stessa subappaltato i lavori all’insaputa di essa committente.
3. — Con il terzo motivo, la ricorrente lamenta la violazione e la falsa applicazione degli artt. 112, 246 e 277 cod. proc. civ., nonché l’omessa, insufficiente o
contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio,
sostenendo che la sentenza impugnata ha omesso di pronunciare o comunque di
motivare in ordine al motivo d’impugnazione con cui, riproponendo un’eccezione
già sollevata nel procedimento arbitrale, essa ricorrente aveva fatto valere l’inammissibilità delle deposizioni rese dai testi Frattalone, Caiazzo e Ricci, trattandosi
di soggetti che, in qualità di subappaltatori delle opere affidate alla convenuta, avevano un interesse nella causa.
4. — Con il quarto motivo, la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione degli artt. 112 e 277 cod. proc. civ., nonché l’omessa, insufficiente o
contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio,
affermando che la sentenza impugnata ha omesso di pronunciare o comunque di

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tandosi a pronunciare in ordine al riconoscimento della penale.

motivare in ordine al motivo d’impugnazione riflettente l’errato riconoscimento
dell’importo di Lire 31.441.000 oltre IVA, accordato all’appaltatrice a titolo di
corrispettivo per lavori extracontrattuali, pur in mancanza della prova che si trat-

5. — Le predette censure devono essere esaminate congiuntamente, in quanto
riflettenti questioni trattate cumulativamente dalla sentenza impugnata.
Come riconosce la stessa ricorrente, la Corte di merito non ha affatto mancato di prendere in esame le doglianze da essa sollevate in ordine al riconoscimento
del corrispettivo richiesto dalla Soteco per i lavori extracontrattuali ed al mancato
accoglimento della domanda di risarcimento dei danni proposta da essa committente per l’inadempimento definitivo dell’appaltatrice, avendo dato espressamente
atto in motivazione dell’avvenuta proposizione delle stesse, ma avendone escluso
l’ammissibilità in virtù dell’osservazione che, al pari degli altri motivi d’impugnazione non riguardanti la costituzione del collegio arbitrale e la validità formale del
lodo, esse non riflettevano vizi processuali o carenze motivazionali del lodo impugnato, ma attenevano al merito della controversia, e più precisamente alla valutazione delle prove compiuta dagli arbitri. Non può dunque ritenersi sussistente la
lamentata omissione di pronuncia, la quale presuppone che il giudice di merito
non abbia preso in considerazione o non abbia deciso una questione oggetto di
specifica doglianza, mentre la mancata precisazione o l’inadeguatezza delle ragioni poste a fondamento della decisione assume rilievo esclusivamente sotto il profilo del vizio di motivazione (cfr. Cass., Sez. III, 17 luglio 2007, n. 15882; Cass.,
Sez. I, 19 maggio 2006, n. 11844; 24 febbraio 2006, n. 4201).
5.1. — Nella specie, peraltro, non ricorre neppure il predetto vizio, dal momento che l’ammissibilità delle censure proposte dalla ricorrente è stata corretta-

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tasse davvero di opere aggiuntive e che essa ricorrente le avesse commissionate.

mente esclusa dalla sentenza impugnata in considerazione della natura dell’impugnazione prevista dall’art. 829 cod. proc. civ., che, in quanto finalizzata alla dichiarazione di nullità del lodo per i vizi tassativamente indicati dalla legge, non

in base alle prove dedotte dalle parti, essendo tale accertamento subordinato al riscontro delle nullità in cui siano eventualmente incorsi gli arbitri, le quali devono
consistere in determinati errori in procedendo o nell’inosservanza delle regole di
diritto, deducibili soltanto nei limiti previsti dallo stesso art. 829 (cfr. ex plurimis,
Cass., Sez. I, 17 luglio 2012, n. 12199; 8 ottobre 2010, n. 20880; 10 agosto 2000,
n. 17630; 23 novembre 2000, n. 15126). Correttamente, in quest’ottica, la Corte di
merito ha escluso la possibilità di sindacare l’operato degli arbitri anche sotto il
profilo del vizio di motivazione, limitandosi a dare atto dell’intelligibilità dei motivi posti a fondamento della decisione, compiutamente illustrati sulla base della
complessa istruttoria espletata nel procedimento arbitrale: nel giudizio d’impugnazione del lodo, la valutazione dei mezzi di prova non è infatti censurabile neppure
in riferimento al requisito di cui all’art. 823 n. 5 cod. proc. civ., richiamato dall’art.
829 n. 5, essendo il vizio di motivazione ravvisabile nelle sole ipotesi in cui la
stessa manchi del tutto o sia a tal punto carente da non consentire di ricostruire il
percorso logico-giuridico seguito dagli arbitri per giungere alla decisione, e quindi
di individuarne la ratio (cfr. Cass., Sez. Un., 8 ottobre 2008, n. 24785; Cass., Sez.
I, 24 settembre 2009, n. 20555; 22 marzo 2007, n. 6986).
5.2. — Quanto all’omesso esame del motivo di nullità concernente l’incapacità dei testi, la ricorrente ammette che anche questa doglianza è stata presa in considerazione dalla sentenza impugnata, la quale l’ha rigettata, osservando che Per-

ror in procedendo eccepito in relazione alla valutazione delle prove era deducibile

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consente alla corte d’appello di procedere direttamente alla ricostruzione dei fatti

esclusivamente nei limiti dell’inesistenza o mera apparenza della motivazione, non
essendo consentito al giudice dell’impugnazione il riesame nel merito della controversia, deferita dalle parti alla cognizione degli arbitri. Il rilievo, non del tutto

fatta valere dalla ricorrente come error in procedendo, avrebbe dovuto essere invece censurata sotto il profilo del vizio di motivazione, la cui deduzione nel giudizio d’impugnazione del lodo arbitrale è peraltro ammessa soltanto a fronte di una
motivazione inesistente o meramente apparente. Così chiarito il senso dell’affermazione, non può disconoscersene la correttezza, avuto riguardo ai già segnalati
limiti entro i quali è consentita l’impugnazione del lodo arbitrale per vizio di motivazione, nonché al consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità,
secondo cui la valutazione dell’interesse che dà luogo all’incapacità a testimoniare,
al pari di quella inerente alla rilevanza delle deposizioni ed all’attendibilità dei testi, rientra nel merito della controversia, ed è pertanto insindacabile se congruamente motivata (cfr. Cass., Sez. III, 4 giugno 2007, n. 12947; 19 gennaio 2007, n.
1188; 20 gennaio 2006, n. 1101).
6. — E’ invece inammissibile il quinto motivo, con cui la ricorrente denuncia
la violazione e la falsa applicazione dell’art. 6 del d.m. 8 aprile 2004, censurando
la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto corretta la liquidazione delle
spese di difesa, effettuata dagli arbitri in base al valore della controversia desunto
dall’importo richiesto dall’appaltatrice, anziché da quello alla stessa attribuito, e
mediante l’applicazione degl’importi massimi previsti dalla tariffa professionale.
6.1. — Nel contestare la valutazione compiuta dalla sentenza impugnata, la
ricorrente si limita a richiamare genericamente le doglianze prospettate in ordine
al capo del lodo arbitrale recante la liquidazione delle spese di difesa, ribadendo

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perspicuo, dev’essere correttamente inteso nel senso che l’ammissione dei testi,

l’eccessività dell’importo riconosciuto dagli arbitri alla Soteco ed indicando una
somma notevolmente inferiore, a suo avviso adeguata al valore della controversia
nonché rispettosa dei massimi tariffari, senza specificare gli elementi, sottoposti

tale importo. Il valore della controversia ed i massimi tariffari non costituiscono
infatti gli unici parametri per la liquidazione delle spese processuali, dovendosi
tenere conto anche della quantità e della qualità delle prestazioni rese dal difensore e degli esborsi sostenuti dalla parte, nonché del valore effettivo della controversia, qualora lo stesso risulti manifestamente diverso da quello presunto a norma
del codice di rito. La parte che in sede di legittimità intenda contestare la liquidazione delle spese è pertanto tenuta a fornire la dimostrazione dell’inosservanza dei
parametri tariffari, mediante l’indicazione analitica delle voci che ritiene violate e
degl’importi considerati, al fine di consentirne il controllo da parte di questa Corte
(cfr. Cass., Sez. I, 7 agosto 2009, n. 18086; Cass., Sez. II, 16 febbraio 2007, n.
3651; Cass., Sez. III, 27 ottobre 2005, n. 20904), alla quale, d’altronde, in sede
d’impugnazione del lodo, non è neppure consentito un apprezzamento diretto della
pronuncia arbitrale, ma solo il riscontro della conformità a legge e della congruità
della motivazione della sentenza che ha deciso sull’impugnazione (cfr. Cass., Sez.
I, 30 settembre 2009, n. 21035; 3 maggio 2007, n. 10209; 15 marzo 2007, n.
6028).
7. — Il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso, e condanna la I.L.S. – International Legal Service S.r.l.
al pagamento delle spese processuali, che si liquidano in complessivi Euro

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all’esame della Corte di merito, in base ai quali è pervenuta alla determinazione di

2.800,00, ivi compresi Euro 2.600,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi,
oltre agli accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 7 novembre 2013, nella camera di consiglio della

Prima Sezione Civile

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