Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6281 del 10/03/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 10/03/2017, (ud. 11/01/2017, dep.10/03/2017),  n. 6281

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19238/2014 proposto da:

R.A., elettivamente domiciliata in ROMA V. PANAMA 74,

presso lo studio dell’avvocato GIANNI EMILIO IACOBELLI, che la

rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., società con socio unico, C.F. (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, V.LE EUROPA 190, presso lo studio dell’avvocato

ROSSANA CLAVELLI, che la rappresenta e difende in virtù di delega a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 868/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA, emessa

il 29/01/2014 e depositata il 10/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’11/01/2017 dal Consigliere Relatore Dott. ROSSANA

MANCINO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. R.A. conveniva in giudizio Poste Italiane S.p.A. chiedendo l’accertamento della nullità del termine apposto ai contratti (otto) di lavoro a termine, conclusi inter partes per il periodo 1.2.2007 – 30.6.2010, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, per lo svolgimento di attività non rientranti tra i servizi postali tradizionali;

2. il primo Giudice rigettava la domanda e la Corte di appello di Roma confermava tale pronuncia;

3. per la Corte territoriale, la disciplina normativa richiamata era esclusiva/alternativa rispetto a quella del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, non aggiuntiva rispetto a quella generale prevista da tale articolo, e con l’introduzione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, il legislatore, salvaguardando il principio di regola-eccezione, aveva solo previsto precisi limiti temporali e quantitativi nonchè obblighi di comunicazione;

4. inoltre, per la Corte territoriale, le doglianze relative all’erroneità del calcolo, ai fini del preteso mancato rispetto della percentuale del 15%, erano infondate e la società aveva documentalmente provato il rispetto della percentuale, secondo il criterio di computo per teste e full time equivalent e, peraltro, l’offerta di provare per testimoni le risultanze documentali, diversamente da quanto asserito nell’atto di appello, non era risultato specificamente contestato (quanto alla veridicità dei dati numerici riportati);

5. per la cassazione di tale decisione ricorre R.A., affidando l’impugnazione a tre motivi, ulteriormente illustrato con memoria, cui resiste, con controricorso, la società;

6. il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

7. i motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente, concernono la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, in relazione all’art. 2697 c.c. (mancata prova del rispetto del limite percentuale di assunzioni a termine indicato nella richiamata disposizione – superamento del 15% di assunzioni a termine dell’anno) – violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 2697 c.c. (superamento del predetto limite e mancata comunicazione alle OO.SS. di categoria) (primo motivo) (primo motivo); sempre in tema di superamento del limite percentuale massimo, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, sul rilievo che la pronunzia è viziata per la mancata valutazione delle censure contenute negli atti difensivi quanto all’ assoluta inidoneità probatoria dei documenti prodotti dalla società (secondo motivo); error in procedendo, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 132c.p.c., ed all’art. 118 disp. att. c.p.c., per le apodittiche affermazioni contenute nella sentenza gravata, in ordine al rispetto della clausola in questione, non accompagnate da argomentazione logico giuridica e richiamo a disposizioni di legge a suffragio della soluzione adottata;

8. in plurimi interventi questa Corte (cfr. Cass. 11 luglio 2012, n. 11659; Cass. 26 luglio 2012, n. 13221 e da ultimo Cass., Sez. un., 31 maggio 2016, n. 11374, e successive decisioni conformi, in tema di reiterazione di contratti a termine, stipulati ai sensi del D.Lg. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1-bis, con medesime mansioni e qualifica) ha precisato che il testo del citato D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, non pone problemi interpretativi laddove prevede la possibilità, per le imprese concessionarie di servizi postali, di stipulare contratti a termine, con i limiti e nei periodi ivi previsti, a prescindere dal ricorrere delle condizioni di cui al D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 e senza la necessità di indicare, in sede di stipulazione del contratto, le ragioni obiettive che giustifichino l’apposizione del termine;

9. la diversa opzione interpretativa, nel senso che la norma in esame aggiungerebbe condizioni ulteriori rispetto a quelle già contenute nel D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, è contraria alla ratio legis volta a favorire una parziale liberalizzazione delle assunzioni a termine nel settore delle poste con riguardo alla possibilità di ricorrere, nello specifico settore, all’apposizione del termine, indipendentemente dalla puntuale indicazione delle ragioni giusfificatrici;

10. tale ricostruzione ha trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 214 del 2009 e il giudice delle leggi ha escluso profili di incostituzionalità del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, rispetto ai principi di cui all’art. 3 Cost., avendo ritenuto non manifestamente irragionevole che, ad imprese tenute per legge all’adempimento di simili oneri sia riconosciuta una certa flessibilità nel ricorso (entro limiti quantitativi comunque fissati inderogabilmente dal Legislatore) allo strumento del contratto a tempo determinato;

11. la piena legittimità della norma in esame è stata, poi, ritenuta anche con riferimento all’assenza di violazione dei principi di cui agli artt. 101, 102 e 104 Cost.;

12. del pari è stata considerata pienamente conforme all’ordinamento comunitario (cfr., fra le prime, Cass. 11659/2012 e Cass. 13221/12);

13. la legittimità del termine apposto alla prestazione di lavoro deve, pertanto, essere vagliata unicamente alla stregua dei profili temporali, percentuali (sull’organico aziendale) e di comunicazione previsti dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, non operando l’onere di indicare sotto il profilo formale e di rispettare sul piano sostanziale la causale, oggettiva e di natura temporanea, giustificatrice dell’apposizione di un termine al rapporto (v. Cass. 26 luglio 2012, n. 13221; Cass. 2 luglio 2015, n. 13609; Cass. 5 febbraio 2016, n. 2324 nonchè la già citata Cass., Sez. un., 31 maggio 2016, n. 11374);

14. la censura prospettata con riguardo alla dedotta violazione delle regole processuali e del principio di ripartizione dell’onere della prova deve essere disattesa, posto che la Corte territoriale ha fatto corretta applicazione del principio, in forza del quale la prova del rispetto del limite della percentuale di contingentamento grava sulla società, tenuta all’osservanza della relativa clausola, ritenendo che, nel caso concreto, a fronte della produzione di documentazione da parte della società oneratane, la lavoratrice non avesse specificamente contestato, all’udienza di discussione di primo grado, la veridicità dei dati numerici riportati sul documento sicchè dati e prospetto non richiedevano alcun adempimento istruttorio attesa la mancata contestazione;

15. quanto al vizio motivazionale dedotto, basta rilevare che con la novella dell’art. 360 c.p.c., n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), convertito in L. n. 134 del 2012, applicabile ratione temporis, è deducibile solo il vizio di omesso esame di un fatto decisivo che sia stato oggetto di discussione tra le parti e il controllo della motivazione è confinato sub specie nuilitatis, in relazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4 (nel senso chiarito da Cass., Sez. Un., n. 8053/14);

16. nel caso in esame i fatti controversi da indagare (da non confondersi con la valutazione delle relative prove) sono stati manifestamente presi in esame dalla Corte territoriale, sicchè neppure potrebbe trattarsi di omesso esame, ma di accoglimento di una tesi diversa da quella sostenuta dall’odierno ricorrente;

17. inoltre, la pronunzia gravata non è sorretta da una motivazione meramente apparente, ma si fonda su una compiuta disamina di tutto il materiale probatorio acquisito in corso di causa;

18. con riferimento all’adozione di un parametro erroneo ai fini della valutazione del rispetto della percentuale del 15%, nulla la norma dispone in relazione alla tipologia delle mansioni esercitate dai dipendenti ai fini della possibilità di assunzione a termine e una tale limitazione è estranea anche alle motivazioni adottate dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 214 del 2009;

19. gli ulteriori profili di doglianza concernenti il criterio di calcolo sono articolati in dispregio del principio di autosufficienza, non essendo stato riportato il contenuto integrale dei documenti su cui i medesimi si fondano ovvero non cogliendo nel segno la censura per avere la Corte territoriale rimarcato la mancata produzione nei gradi di giudizio del bilancio del quale venivano evocate risultanze;

20. per finire, quanto ai rilievi relativi all’adempimento dell’onere di comunicazione alle OO.SS., la Corte territoriale, con accertamento in fatto incensurabile in questa sede, ha spiegato perchè dovesse ritenersi provato dalla società il rituale inoltro della comunicazione;

21. il ricorso va rigettato, con condanna al pagamento delle spese di lite, secondo la regola della soccombenza;

22. la circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (sulla ratio della disposizione si rinvia a Cass. Sez. Un. 22035/2014 e alle numerose successive conformi) e di provvedere in conformità.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 2.500,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge e rimborso forfetario spese generali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dichiara sussistenti i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso ex art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 10 marzo 2017

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