Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6257 del 05/03/2021

Cassazione civile sez. III, 05/03/2021, (ud. 04/11/2020, dep. 05/03/2021), n.6257

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele Gaetano Antonio – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33835-2019 proposto da:

O.S., elettivamente domiciliato in Biella, via Settembre n.

10, presso l’avv. LUCA SILETTI;

– ricorrente –

contro

PROCURATORE GENERALE REPUBBLICA CORTE CASSAZIONE;

– intimato –

nonchè contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende;

– resistente –

avverso la sentenza n. 786/2019 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 08/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/11/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE CRICENTI.

 

Fatto

CONSIDERATO

CHE:

O.S. proviene dalla (OMISSIS), regione dell'(OMISSIS), da cui ha raccontato di essere fuggito per la sua omosessualità, meglio, dopo essere stato colto da un vicino nell’intento di un rapporto omosessuale.

La commissione ha rigettato la richiesta di protezione internazionale, in entrambe le forme, e di quella umanitaria, ritenendo poco credibile il suo racconto.

Allo stesso modo hanno deciso le corti di merito, il Tribunale prima e la corte di appello in seguito. Quest’ultima ha ritenuto inverosimile che il ricorrente abbia avuto relazioni omosessuali cosi evidenti tanto da farsi scoprire dal vicino, e comunque ha ritenuto che la copia del quotidiano allegato non abbia alcun rilievo ai fini della prova di un processo penale per omosessualità; ha dunque escluso situazioni di conflitto generalizzato in (OMISSIS), ed ha rigettato la richiesta di protezione umanitaria proprio sull’assunto della mancanza di credibilità del ricorrente.

Ricorre O. con tre motivi. V’è costituzione del Ministero.

Diritto

RITENUTO

CHE:

p..-IL ricorso difetta del tutto dell’esposizione del fatto storico e di quello processuale.

Il ricorso non rispetta il requisito della esposizione sommaria dei fatti, prescritto a pena di inammissibilità dall’art. 366 c.p.c., comma 1 n. 3, che, essendo considerato dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso, deve consistere in una esposizione che deve garantire alla Corte di cassazione, di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (Cass. sez. un. 11653 del 2006). La prescrizione del requisito risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e/o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (Cass. sez. un. 2602 del 2003). Stante tale funzione, per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3 è necessario che il ricorso per cassazione contenga, sia pure in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si è fondata la sentenza di primo grado, delle difese svolte dalle parti in appello, ed in fine del tenore della sentenza impugnata. Poichè il ricorso nell’esposizione del fatto, non rispetta tali contenuti è inammissibile. Adde, Cass., Sez. Un. N. 22575 del 2019.

Ad ogni modo, nel merito varrebbe comunque quanto segue se si potesse procedere allo (Ndr: testo originale non comprensibile) dei motivi.

p..- Il primo motivo censura la sentenza impugnata per la violazione della L. n. 251 del 2007, artt. 3 ed 8.

Il rilievo mosso alla decisione di appello è nella mancanza di cooperazione istruttoria, al fine di valutare la credibilità del racconto del ricorrente, in ragione di una specifica allegazione.

Il ricorrente aveva prodotto in giudizio una copia di un quotidiano (OMISSIS), da cui sarebbe emersa l’esistenza di un processo penale a carico suo per il fatto di omosessualità; secondo il ricorrente questa produzione documentale avrebbe dovuto indurre la corte ad approfondire la questione anche per via consolare.

Il motivo sarebbe infondato.

In realtà la corte ha tenuto conto del giornale quotidiano, ma ha altresì ritenuto che dal suo contenuto non si ricava alcunchè circa l’esistenza di un processo penale a carico del ricorrente, e questo giudizio, che è di fatto, non sindacabile in questa sede, e non specificamente sindacato, del resto, rende conto della mancata attivazione dei poteri istruttori che sono da esercitarsi, lo riconosce velatamente lo stesso ricorrente, quando vi siano dubbi su aspetti del racconto; dubbi che la corte non ha in realtà avuto.

p..- Il secondo motivo censura la motivazione della sentenza impugnata per violazione della L. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27 in relazione alla L. n. 251 del 2007, art. 14.

In sostanza il ricorrente si duole del fatto che la corte non ha compiuto un accertamento completo e rituale della situazione del paese di origine, limitandosi ad affermare apoditticamente che non ci sono situazioni di conflitto armato, indicando non meglio precisate fonti internazionali. Il motivo è in pratica una censura sull’uso delle fonti di conoscenza.

Tuttavia, il motivo esordisce dicendo che nell’atto di appello il ricorrente aveva elencato i fatti costitutivi della protezione sussidiaria ex lett. c), ma non riporta il contenuto dell’atto dell’appello e tanto rende il motivo non scrutinabile, là dove lamenta che la corte abbia reso una motivazione di stile, alludendo genericamente al fatto che “tutte le fonti internazionali, nessuna esclusa, circoscrivono la situazione di violenza indiscriminata al nord est della (OMISSIS), dalla quale però non proviene il richiedente”.

Tanto più che la motivazione va posta in relazione con quanto si dice da parte della corte di merito – nell’esposizione dello svolgimento processuale – a proposito delle accreditate fonti poste a base della sua decisione, sulle quali il ricorso tace, astenendosi pure dall’evocarne in questa sede.

p..- Il terzo motivo denuncia violazione della L. n. 286 del 1998, art. 5 e L. n. 251 del 2008, art. 8.

Si tratta di una censura relativa al rigetto della protezione umanitaria.

Il ricorrente attribuisce alla corte una apodittica decisione sulla questione, liquidata in base al difetto di credibilità del racconto, in sole due righe.

Ritiene il ricorrente che invece la corte avrebbe dovuto compiere un approfondimento maggiore, effettuando il giudizio di comparazione tra la condizione soggettiva e quella del paese di origine e dunque avrebbe dovuto tener conto della integrazione in Italia.

Il motivo è inammissibile, nonostante la motivazione sia del tutto carente.

Infatti, se è vero che la corte ha apoditticamente liquidato la questione e per di più ha ritenuto di farlo solo per via della non credibilità del racconto, è altresì vero che il ricorrente non allega comunque condizioni soggettive di vulnerabilità che possano essere state disattese, ed in particolare di quale livello di integrazione non si è tenuto conto (livello che egli stesso indica come eventuale) con la conseguenza che, pur carente la motivazione, e pur affermando una regola del tutto errata, il motivo di ricorso non la contesta in modo specifico.

Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

PQM

La corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello eventualmente dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 4 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2021

 

 

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