Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6236 del 15/03/2010

Cassazione civile sez. II, 15/03/2010, (ud. 23/02/2010, dep. 15/03/2010), n.6236

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. MENSITIERI Alfredo – Consigliere –

Dott. MALZONE Ennio – Consigliere –

Dott. PICCIALLI Luigi – rel. Consigliere –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

CSC SRL (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro

tempore elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MEDAGLIE D’ORO 157,

presso lo studio dell’avvocato PELLEGRINI ANTONIO, rappresentato e

difeso dall’avvocato BIA RAFFAELE;

– ricorrente –

contro

R.P. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in

ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato LOJODICE OSCAR;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 141/2004 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 27/02/2004;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

23/02/2010 dal Consigliere Dott. PICCIALLI Luigi;

udito l’Avvocato CIPRIANI Romolo, con delega depositata in udienza

dell’Avvocato BIA Raffaele, difensore del ricorrente che ha chiesto

accoglimento del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CENICCOLA Raffaele, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto notificato il 12.2.92 la societa’ C.S.C ( C. – S. – Ce.) s.r.l. cito’ al giudizio del Tribunale di Bari i coniugi A.M. e R.P., al fine di sentir pronunziare la risoluzione, per inadempimento dei medesimi, del contratto preliminare di compravendita immobiliare stipulato in data (OMISSIS), con condanna dei convenuti promissari acquirenti al rilascio dell’immobile, al pagamento di un’indennita’ per la relativa detenzione dal novembre 1990, alla perdita della caparra ed al risarcimento dei danni a sostegno della domanda l’attrice esponeva che le controparti, pretestuosamente adducendo difetti degli impianti e rifiutandosi di pagare l’integrale saldo di L. 120.000.000, non avevano inteso accollarsi, come convenutoci mutuo immobiliare a titolo di residuo prezzo, ne’ addivenire, benche’ diffidati, alla stipula dell’atto definitivo.

Costituitisi i convenuti eccepivano che non era intervenuta la “consegna definitiva dell’immobile per il fine abitativo”, che il loro residuo debito ammontava a sole L. 74.000.000, tenuto conto dell’importo complessivo di L. 46.000.000 di quattro versati assegni e che per tale mancato riconoscimento era stata la controparte, che peraltro non aveva eliminato i vizi relativi agli impianti tecnologici dell’immobile, consegnato anche in ritardo, a rifiutarsi di stipulare il contratto definitivo; chiedevano, pertanto, rigettarsi la domanda attrice ed emettersi sentenza ex art. 2932 c.c., previo accollo del residuo mutuo agli istanti e condanna dell’attrice al rimborso di quanto dai deducenti versato in eccedenza, oltre al risarcimento dei danni per l’inadempimento ed i vizi.

Con sentenza del 6.11 – 12.12.98 l’adito tribunale ritenuto che i promissari acquirenti risultati ancora morosi per L. 30.000.000 nel pagamento degli acconti, oltre all’accollando mutuo, fossero gravemente inadempienti, in accoglimento della domanda principale e disattesa la riconvenzionale, pronunziava la risoluzione del contratto per colpa dei medesimi e li condannava al rilascio dell’immobile, al pagamento di un indennita’ di occupazione in misura di L. 1.000.000 mensili ed alle spese del giudizio.

Proposto dagli A. – R. appello, resistito dall’appellatala Corte di Bari, dopo aver disposto ed espletato una consulenza tecnica contabile, con sentenza 13.6.03 – 27.2.04, in accoglimento del gravame, rigettava la domanda di risoluzione e le consequenziali richieste, accoglieva, per quanto di ritenuta ragione, quella riconvenzionale ex art. 2932 c.c. subordinando il trasferimento al pagamento del residuo prezzo, accertato dal c.t.u., in L. 104.682.175, previo accollo del mutuo bancario ed eventuali successivi accessori, condannava infine l’appellata attrice al pagamento dei due terzi delle spese del doppio grado a favore delle controparti, con compensazione per il resto.

A tale decisione la Corte di merito perveniva considerando:

a) che l’atto pubblico traslativo avrebbe dovuto essere stipulato entro gg. 15 dalla concessione della licenza di abitabilita’ ovvero dalla dichiarazione L. n. 10 del 1977, ex art. 4 del costruttore che l’immobile fosse agibile ed abitabile, al fine della successiva verifica R.D. 27 luglio 1934, n. 1265, ex art. 221 T.U.L.S, prima delle quali la promittente venditrice non avrebbe potuto diffidare i promissari acquirenti alla stipula del definitivo;

b) sulla base di tale rilievo, che poteva compiersi anche di ufficio attenendo alla “ricorrenza dei presupposti logico – giuridici del diritto della promittente di diffidare i promissari ex art. 1454 c.c., in difetto di prova in ordine a detti adempimenti, dei quali non poteva tener luogo il verbale di consegna, “risultavano inammissibili il petitum e la causa petendi” della domanda attrice e pertanto, doveva rigettarsi la richiesta di risoluzione;

c) d’altra parte non grave e di minore incidenza nell’ambito del rapporto sinallagmatico era da considerarsi l’inadempimento dei promissari acquirenti, che era risultato limitato al mancato pagamento di sole L. 30.000.000, sul prezzo totale di L. 270.000.000, avendo in concreto pagato tra acconti, rate di mutuo e relativi interessi, pur non essendovi tenuti, complessive L. 301.424.369 ed essendosi dichiarati disposti al pagamento del saldo contabile, calcolato dal c.t.u. in L. 104.682.175, previo accollo del mutuo.

Avverso tale sentenza la soccombente societa’ ha proposto ricorso per Cassazione affidato a tre motivi, al quale hanno resistito con controricorso gli intimati.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso vengono dedotte violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., degli artt. 1453 e 1454 c.c., della L. n. 10 del 1977, art. 4, comma 4 con connessi, per insufficienza, contraddittorieta’ della motivazione e travisamento dei fatti di causa.

Si censura per ultrapetizione il rilievo di ufficiosa parte di giudici di appello, delle assunte inadempienze relative al certificato di abitabilita’ e di ultimazione dei lavori, che non avevano formato oggetto di eccezione, in senso tecnico, e relativa prova incombente sulla parte convenuta, in un contesto nel quale il contrasto tra le parti era essenzialmente incentrato sulla misura degli acconti e del saldo, nonche’ dei pretesi difetti dell’immobile.

Ne’ poteva ritenersi che tali adempimenti costituissero, come argomentato dalla corte territoriale, elementi costitutivi della pretesa dedotta in giudizio dall’attrice, che sarebbero stati solo l’esistenza dell’obbligazione contrattuale inadempiuta, l’avvenuta intimazione di un termine per adempiere non inferiore a quello legale e l’inutile scadenza di quest’ultimo, elementi tutti provati, mentre la mancanza del certificato di abitabilita’, di cui non si erano lamentati i convenuti, era irrilevante, dovendo lo stesso e ben potendo eventualmente essere prodotto in occasione della stipulazione dell’atto definitivo, richiesta che l’attrice non aveva tuttavia formulato, avendo chiesto la risoluzione.

Il motivo non merita accoglimento.

Dall’incontestata narrativa delle sentenza impugnata (pag. 6 u.p.) si rileva che la mancanza del certificato di abitabilita’ (o di atti equipollenti) fu espressamente dedotto nell’atto di appello. Tanto premesso, poco o punto rileva se tale doglianza costituisse la formalizzazione di un addebito gia’ sostanzialmente ascritto alla controparte in primo grado, eccependosi che la consegna dell’immobile non era avvenuta “a fini abitativi (come si sostiene in controricorso), oppure la deduzione del difetto di una condizione dell’azione proposta dalla promittente venditrice, rilevabile anche di ufficio, come ha motivato la corte di merito. E’ agevole e sufficiente al riguardo rilevare che, vertendosi in causa iniziata nel 1992, dunque prima dell’entrata in vigore dell’art. 345 c.p.c. nel nuovo testo riformulato dalla L. n. 353 del 1990 (che avrebbe iniziato ad applicarsi dal 30.4.95), l’eccezione, anche se tale in “senso tecnico”, ben avrebbe potuto essere proposta per la prima volta anche in grado di appello (salvo eventuale rilevanza ex art. 92 c.p.c.), come previsto dal secondo comma del citato articolo del codice di rito, nel testo previgente ancora applicabile ratione temporis.

Con il secondo motivo si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1453 e 1455 c.c. insufficienza e contraddittorieta’ di motivazione, per aver la corte di merito indebitamente valutatoci fine di escludere l’importanza dell’inadempimento dei convenuti, il pagamento delle rate di mutuo, costituente un adempimento tardivo delle obbligazioni contrattuali sugli stessi incombenti, senza tener conto che dal momento in cui era stata proposta la domanda di risoluzione tali pagamenti non avrebbero potuto essere eseguiti e che il comportamento delle parti da valutare, le cui reciproche posizioni erano rimaste “cristallizzate” dalla proposizione della domanda risolutoria, sarebbe stato soltanto quello relativo alle prestazioni gia’ scadute.

Il motivo e’ fondato.

L’attrice aveva proposto una domanda di accertamento dell’avvenuta risoluzione ex art. 1454 c.c. del contratto, per ingiustificata inottemperanza alla diffida ad adempiere intimata ai promissari acquirenti, quali avevano opposto la legittimita’, ex art. 1460 c.c. del loro rifiuto in quanto giustificato dall’inadempienza, a loro volta ascritta alla promittente venditrice, nondimeno instando, in via riconvenzionale, per l’esecuzione in forma specifica del contratto preliminare. Tali essendo le contrapposte domande ed eccezioni delle parti, tra cui non figurava alcuna richiesta di una pronunzia risolutoria ex art. 1453 c.c. del contratto di primo nodo da sciogliere sarebbe stato quello relativo alla legittimita’ della diffida ad adempiere che, avuto riguardo alla natura dichiarativa della richiesta pronunzia, non avrebbe potuto che tener conto della situazione sussistente alla data della relativa intimazione e non anche, come sarebbe stato possibile nella diversa ipotesi di ordinaria domanda risolutoria di carattere costitutivo, del successivo comportamento delle parti. Pertanto i giudici avrebbero dovuto limitarsi, al fine di stabilire quale delle due reciproche inadempienze da una parte quella relativa al mancato pagamento di una parte degli acconti, dall’altra quella di non aver procurato il certificato di abitabilita’ pur avendo consegnato l’immobile, ne’ dotato lo stesso di adeguati impianti tecnologici a tal fine (questione rimasta in ombra nella sentenza di merito), fosse preminente rispetto all’altra, onde stabilire se la risoluzione di diritto fosse stata legittimamente richiesta dalla diffidante, oppure ritenerla ingiustificata, con conseguente accoglibilita’ della domanda ex art. 2932 c.c., previa riduzione del residuo prezzo dovuto.

Ma la valutazione comparativa della corte di merito, confondendo l’accertamento dichiarativo ex art. 1454 c.c. con quello costitutivo dell’ordinaria azione di risoluzione ex art. 1453 c.c., ha indebitamente preso in considerazione anche il comportamento delle parti successivo alla scadenza del termine per adempiere e, addirittura, quello di parte convenuta posteriore all’instaurazione del giudizio, per poi concludere che, nel contesto complessivo della vicenda negoziale, l’intimazione sarebbe stata ingiustificata, sia perche’ era la promittente a doversi ritenere inadempiente, non avendo procurato il certificato di abitabilita’, sia perche’ il mancato pagamento di acconti per L. 30.000.000 (che avrebbero dovuto comunque essere versati prima del l’ottenimento del suddetto certificato e della stipula del definitivo) sarebbe stato, a differenza di quanto ritenuto dal primo giudice, di non grave rilevanza, sia in considerazione dei successivi esborsi di rate del mutuo, versate direttamente e d’iniziativa dei promissari acquirenti, detentori dell’immobile, alla banca creditrice nel corso del processo.

Ritenendosi tale ultimo elemento palesemente estraneo alla tematica della proposta e non rinunziata azione dichiarativa ex art. 1454 c.c., implicante un giudizio comparativo limitato all’accertamento delle condotte contrattuali delle parti fino all’epoca della diffida, risultando altresi’ l’apprezzamento minimizzante il mancato pagamento degli acconti non meglio motivato, se non alla stregua di una valutazione complessiva e dinamica dei comportamenti delle parti, indebitamente comprensiva di quelli successivi all’epoca suddetta e persino all’instaurazione del giudizio, il ricorso deve essere accolto in parte de qua. Rimane conseguentemente assorbito, per pregiudizialita’ logico – giuridica delle questioni che dovranno formare oggetto del giudizio di rinvio, tra cui quella dell’eventuale accoglimento della domanda ex art. 2932 c.c., il restante terzo motivo, con il quale si deduce violazione e falsa applicazione dell’articolo sopra citato, della L. n. 10 del 1977, art. 4, comma 4 e della L. n. 47 del 1985, nonche’ motivazione contraddittoria, per avere la corte territoriale pronunziato la sentenza costitutiva, tenente luogo del contratto definitivo traslativo, nonostante avesse in precedenza essa stessa rilevato che la relativa stipula non avrebbe potuto avvenire per mancanza del certificato di abitabilita’ e di ultimazione lavori, e non tenendo conto dell’ostacolo derivante, dalla suddetta norma speciale, al trasferimento, in mancanza della concessione edilizia.

La sentenza impugnata va, conclusivamente, cassata in relazione all’accolta censura, con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della corte di provenienza, cui si demanda anche il regolamento delle spese del giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

LA CORTE Rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, dichiara assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio, ad altra sezione della Corte d’Appello di Bari.

Cosi’ deciso in Roma, il 23 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 15 marzo 2010

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