Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6234 del 05/03/2021

Cassazione civile sez. I, 05/03/2021, (ud. 18/11/2020, dep. 05/03/2021), n.6234

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MELONI Marina – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14512/2019 proposto da:

Z.M., elettivamente domiciliato in Roma, Via Alberico II,

n. 4, presso lo studio dell’Avv. Mario Antonio Angelelli, che lo

rappresenta e difende unitamente all’Avv. Pasqualino Gaetano Mario;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2310/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 05/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

18/11/2020 da Dott. ACIERNO MARIA.

 

Fatto

FATTI E RAGIONI DELLA DECISIONE

Il cittadino (OMISSIS) Z.M. ha impugnato, dinnanzi la Corte di Appello di Catania, l’ordinanza con la quale il Tribunale di Catania ha rigettato l’opposizione al provvedimento di diniego della protezione internazionale ed umanitaria emesso dalla competente C.T.

L’appellante ha chiesto in via principale il riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria ed, in via gradata, il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. La Corte ha rigettato integralmente l’appello, ritenendo la domanda infondata con riferimento a tutte le forme di protezione invocate. Le motivazioni poste a base della decisione sono state le seguenti.

In via preliminare la Corte ha rilevato molteplici incongruenze, illogicità e contraddizioni nel racconto del richiedente che si presenta non credibile e privo di riscontri. Precisamente, risulta inverosimile che il richiedente non sia stato in grado di provare lo sterminio della sua famiglia dovuto alla costruzione di una chiesa, dal momento che si tratta di un episodio di notevole clamore mediatico. Egli, inoltre, ha fatto ritorno in (OMISSIS) nel novembre 2016, per poi rientrare in Italia nel dicembre dello stesso anno; circostanza, questa, che porta a dubitare della fondatezza del timore persecutorio evidenziato.

Il difetto di credibilità del richiedente ha portato il giudice del merito a negare la concessione dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria per le ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b).

In merito all’ipotesi di danno grave di cui all’art. 14 cit., lett. D, alla luce delle COI acquisite (report EASO del 2017) è possibile escludere che il Punjab sia caratterizzato da una situazione di violenza indiscriminata dal momento che a partire dal 2016 non si sono riscontrati attacchi terroristici da parte dei (OMISSIS).

Da ultimo, il giudice di appello ha negato la protezione umanitaria poichè nessuna condizione di vulnerabilità è stata allegata dal richiedente e, sempre secondo il report EASO citato, il (OMISSIS) risulta essere una delle province del (OMISSIS) con il più alto livello di alfabetizzazione, istruzione, accesso all’acqua ed occupazione, nonchè risulta dotato di un sistema sanitario moderno.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per Cassazione il cittadino straniero. Il Ministero intimato si è costituito con controricorso.

Con il ricorso principale, affidato ad un unico motivo di ricorso, la difesa censura la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 per avere la Corte di appello negato la protezione umanitaria in forza di una motivazione tautologica e di mero stile, senza valutare tutte le circostanze del caso, atteso che il ricorrente ha dimostrato di aver raggiunto un alto livello di integrazione in Italia, riuscendo a trovare un’occupazione lavorativa. Inoltre, il giudice del merito ha omesso di considerare il transito del ricorrente in Libia, Paese nel quale egli è rimasto per due anni, per poi essere costretto a fuggire a causa del conflitto armato ivi scoppiato e delle conseguenti condizioni di insicurezza generale. Situazione, questa, oggettivamente documentata dalla stampa nazionale ed internazionale.

Il motivo di ricorso non supera il vaglio di ammissibilità per difetto di specificità. Il giudice del merito ha motivato correttamente il diniego della protezione sussidiaria in forza della mancata allegazione di cause di vulnerabilità e della situazione di tendenziale stabilità del (OMISSIS), ove non si riscontra una compromissione nell’esercizio dei diritti fondamentali della persona. Per contro, la difesa si è limitata a indicare una generica integrazione lavorativa del richiedente in Italia, non meglio specificata nella tipologia e nella durata, senza produrre alcuna documentazione al riguardo e senza precisare se tale condizione di integrazione lavorativa sia stata allegata in sede di appello.

In merito al transito in Libia, si evidenzia che secondo il consolidato orientamento di questa Corte il richiedente può beneficiare della protezione umanitaria solamente nei casi in cui, nel Paese di transito, abbia subito violenze e maltrattamenti che per la loro gravità o durevolezza degli effetti abbiano ingenerato in lui un forte stato di traumaticità, risultando a suo carico l’onere di allegare e provare come e perchè tali vicende abbiano inciso sulla sua persona, non essendo sufficiente l’indicazione che nel Paese in questione siano state commesse violazioni dei diritti umani (Cass., Sez. I, n. 28781 del 2020). Nel caso di specie il ricorrente non ha dichiarato di aver subito violenze durante il periodo di permanenza in Libia, limitandosi a dedurre una generica situazione di instabilità socio-politica che, secondo la difesa, costituirebbe un fatto reso noto alla comunità mondiale dalla stampa nazionale ed internazionale, senza richiamare alcuna fonte informativa in grado di documentare quanto asserito. Inoltre, nel presente ricorso non viene specificato se il ricorrente, in sede di merito, abbia indicato tale condizione di instabilità e violenza presente in Libia, venendo meno la possibilità di verificare se la Corte di appello, secondo quanto prospettato dalla difesa, abbia effettivamente omesso di prenderla in considerazione venendo meno all’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria.

In conclusione la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese di lite del presente giudizio in favore dell’Amministrazione resistente, liquidate in Euro 2.100,00 oltre alle spese prenotate a debito.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente a rifondere al Ministero dell’Interno le spese di lite che liquida in Euro 2.100,00 oltre alle spese prenotate a debito.

Sussistono i requisiti processuali per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, il 18 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2021

 

 

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