Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6208 del 05/03/2021

Cassazione civile sez. II, 05/03/2021, (ud. 22/09/2020, dep. 05/03/2021), n.6208

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23045/2019 proposto da:

G.M., domiciliato in ROMA presso la Cancelleria della Corte

di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato RAFFAELE

RIGAMONTI, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), domiciliato in ROMA alla VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO che lo

rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MILANO, depositato il 7/6/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/09/2020 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

G.M. ricorre per cassazione, affidandosi a due motivi, avverso il “decreto” del Tribunale di Milano del 7 giugno 2019, reiettivo della sua domanda volta ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria o di un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Il Ministero dell’Interno ha resistito ai soli fini dell’eventuale discussione orale.

In estrema sintesi, quel tribunale ritenne che il racconto del ricorrente non denotava alcuna situazione che legittimasse il riconoscimento dello status di rifugiato e, comunque, che i motivi addotti da lui a sostegno delle sue richieste non ne consentissero l’accoglimento anche in relazione agli altri profili dedotti.

Le formulate doglianze prospettano, rispettivamente:

I) Violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e dell’art. 738 c.p.c., nella parte in cui è stata respinta la richiesta di protezione umanitaria sul presupposto dell’assenza in Senegal delle condizioni che legittimerebbero l’accoglimento della stessa, senza però valutare altri fattori di prova che depongono in senso contrario.

II) Mancata applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3 e dell’art. 738 c.p.c., in quanto la valutazione della domanda di protezione internazionale deve essere effettuata su base individuale, essendosi però tralasciati molti aspetti afferenti alla tutela dei diritti fondamentali in Senegal, e ciò anche alla luce delle vicende personali del ricorrente.

Tutte le descritte doglianze sono scrutinabili

congiuntamente, perchè evidentemente connesse, e si rivelano complessivamente inammissibili.

Invero, il tribunale di Milano, con accertamenti evidentemente di natura fattuale, ha considerato che, anche a voler reputare attendibile la narrazione del ricorrente, la stessa evidenziava unicamente l’esistenza di vicissitudini familiari che però non denotavano una situazione di persecuzione rilevante ai finì del riconoscimento dello status di rifugiato, trattandosi di dissapori sfocianti anche in atti di violenza sulle cose, con lo zio paterno, senza che però le minacce di morte fossero state seguite da alcuna azione di natura violenta o da ulteriori minacce dirette e concrete.

Inoltre, a pagg. 8, con la citazione di specifiche fonti di conoscenza, il decreto ha evidenziato come il Senegal sia un paese in via di sviluppo con una delle economie più avanzate dell’area geografica, con l’adozione di misure concrete per il progresso della tutela dei diritti umani.

Anche gli scontri in passato manifestatisi in alcune regioni erano in corso di riduzione, essendo stata conclusa una tregua con l’principali gruppi armati, residuando unicamente delle forme di banditismo, ma senza che possa reputarsi sussistente un conflitto armato interno generatore di una situazione di violenza tanto diffusa ed indiscriminata da interessare qualsiasi persona ivi abitualmente dimorante. Ha parimenti negato, alla stregua delle medesime fonti, la sussistenza dei profili di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b).

Il provvedimento oggi impugnato ha quindi esaminato la situazione fattuale ed operato la ricostruzione della realtà socio-politica del Paese di provenienza del richiedente, onde la corrispondente doglianza di quest’ultimo è insuscettibile di accoglimento, in quanto, sostanzialmente, volta ad ottenere la ripetizione del giudizio di fatto, attività qui preclusa in virtù della funzione di legittimità, dovendosi altresì escludere che sia illogica la conclusione secondo cui gli episodi narrati dal ricorrente siano espressivi di dissapori familiari, ma senza che trasmodino in una condizione legittimante l’accoglimento delle richieste qui reiterate.

In relazione alla invocata protezione umanitaria (alla stregua della disciplina, da ritenersi applicabile ratione temporis – cfr. Cass., SU, nn. 29459-29461 del 2019 – di cui al D.Lgs. n. 286, art. 5, comma 6), inoltre, la censura non deduce alcuna situazione di vulnerabilità non rilevata dal giudice di merito: vulnerabilità che deve riguardare la vicenda personale del richiedente; diversamente, infatti, verrebbe in rilievo non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma, piuttosto, quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti.

Il provvedimento gravato ha poi rilevato, con valutazione evidentemente in fatto, che in Italia il ricorrente non aveva una situazione socio-lavorativa autonoma ed indipendente, in quanto vive in una struttura di accoglienza senza riferimenti affettivi importanti, che ha invece conservato nel suo Paese, ben potendosi ipotizzare una agevole possibilità di reinserimento anche a livello lavorativo (come da attestati scolastici e professionali in suo possesso).

In definitiva, quanto oggi esposto da G.M., argomentando le censure in esame, si risolve, sostanzialmente – benchè formalmente prospettate come vizio di motivazionale e/o di violazione di legge – in una critica al complessivo governo del materiale istruttorio operato dal giudice a quo, cui il primo intenderebbe opporre una diversa valutazione delle medesime risultanze istruttorie utilizzate dal già menzionato tribunale: ciò non è ammesso, però, nel giudizio di legittimità, che non può essere surrettiziamente trasformato in un nuovo, non consentito, ulteriore grado di merito, nel quale ridiscutere gli esiti istruttori espressi nella decisione impugnata, non condivisi e, per ciò solo, censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative (cfr. Cass. n. 21381 del 2006, nonchè la più recente Cass. n. 8758 del 2017).

Il ricorso va, dunque, dichiarato inammissibile, senza doversi però provvedere per le spese, avendo il Ministero resistito solo ai fini di un’eventuale discussione orale, e dandosi atto, altresì, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, giusta dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2021

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